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Sono strofette a otto versi che prendono il nome da colui che per primo introdusse questo tipo di composizione, il Sor Capanna (cioè "Signor Capanna", al secolo: Pietro Capanna, 1865-1921).
Molti, ad esempio, ritengono che l'intermezzo di questi stornelli sia il celebre ritornello:
In particolare, nelle interpretazioni di Claudio Villa, questi erano presentati come "stornelli del sor Mariano" ed avevano altre versioni di questo refrain dedicate a tale personaggio di fantasia (vedi sotto). Ma in realtà sono tutte aggiunte successive alla versione originale. Il Sor Capanna, infatti, non usava questo intermezzo, bensì come piccola premessa autoreferenziale spesso inseriva il proprio nome nel primo di una serie più o meno lunga di stornelli aventi un tema comune. Ad esempio, una delle sue prime composizioni, avente per oggetto i cambiamenti al volgere dell'anno 1900, si apriva così:
Tuttavia il suo repertorio originale forse non sarebbe sopravvissuto senza le composizioni spurie dei suoi eponimi i quali, tra l'altro, trascrissero i versi, cosa che il Sor Capanna, anche per ragioni legate alla sua cecità, non si curò mai di fare. I suoi stornelli sono ricchi di particolari che rievocano inequivocabilmente l'atmosfera di quegli anni (il gagà in omnibus, il volo dei primi aeroplani, oggetti domestici ormai obsoleti come il lavamani con la brocca o il vaso da notte, ecc.), ma sono anche presenti tematiche che ancora oggi fanno discutere l'opinione pubblica (il caro-vita, le bizzarrie della moda, gli omosessuali, e via dicendo). E nell'ultimo verso giunge puntuale la zampata ironica e graffiante, che strappa al pubblico un sorriso liberatorio. |
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Dato il carattere estremamente popolare dell'artista, non ci restano di lui che rarissime immagini fotografiche, ma numerosi sono gli schizzi e vignette che lo ritraggono coi tipici occhiali scuri e l'inseparabile chitarra (quella a destra è firmata nientemeno che da Trilussa). Come per i maggiori poeti dialettali romani, anche a lui nel 1963 fu dedicata una scultura. Ma essendo priva del permesso comunale, fu subito rimossa dalla sua collocazione originaria - assurdo esempio di idiozia burocratica - per trovare posto all'ingresso di un noto ristorante in Trastevere, quasi a voler ricordare che il Sor Capanna era pur sempre un posteggiatore mbulante. |
La moda de le donne in oggigiorno Je fa porta' la vesta assai attillata E giù da piedi, poi, tutta legata, Te pare de vede' un abbacchio ar forno. A vede' 'na regazzetta Co' la vesta accusì stretta, Sacrificata, Te viè la voja a daje n'allargata. |
La moda delle donne oggigiorno Fa portare loro il vestito molto attillato, E giù verso i piedi tutto legato, Che sembra di vedere un abacchio al forno. A vedere una giovane Col vestito così stretto, Striminzito, Viene la voglia di darle un'allargata. |
Passava 'n giorno un frate, e 'na regazza J'annette a domannà si che ora era; Ma er frate dritto, che capì la guazza, De botto j'arispose a 'sta maniera: "Si 'sta tunica de pezza Fusse bronzo, che bellezza: A bella mora, Adesso sentiressi sbatte l'ora!" |
Passava un giorno un frate, e una ragazza Gli andò a domandare che ore fossero; Ma l'astuto frate, che capì lo scherzo, Senza indugio le rispose in questo modo: "Se questa tunica di panno Fosse bronzo, che bellezza: Oh bella mora, Adesso sentiresti batter l'ora!" |
Appena cominciò l'inno reale La gente ner teatro s'arzò in piede; Sortanto Giovannino lo spezziale Perch'era socialista restò a séde. Tutti dissero "A la porta!", Lui rispose "Che me'mporta? Io ciò piacere: Conservo li principi in der sedere". |
Appena cominciò l'inno reale La gente nel teatro s'alzò in piedi; Soltanto Giovannino il droghiere Essendo un socialista restò seduto. Tutti dissero "Alla porta!", Lui rispose "Che m'importa? Mi fa piacere: Conservo i principi1 nel sedere". |
| 1. - doppio senso tra principî morali e prìncipi di casa reale |
Mo' chi vo' anna' per aria cor pallone In arioplano po' fa' 'na volata. L'adotteranno tutte le perzone Quest'invenzione propio prelibbata. Ma va male pe' mi' nonno, Ch'è 'n'ometto grasso e tónno; S'ariconzola: Da un pezzo cià er pallone, ma nun vola. |
Oggi chi vuole andare per aria col pallone1 Può fare una volata con l'aeroplano. L'adotteranno tutte le persone Questa invenzione davvero geniale. Ma va male per mio nonno, Che è un ometto grasso e tondo; Si riconsola: Da un pezzo ha il "pallone"2, ma non vola. |
| 1. - pallone areostatico, mongolfiera 2. - addome grosso e voluminoso |
Jeri sull'onnibusse assai gremito Staveno in piedi tre belle signore; Un giovenotto svérto e mórto ardito S'arzò subbito in piedi pe' fa' onore. E je disse in forma urbana: "Cedo er posto a la più anziana". Nun ce se crede! Nessuna de le tre se mise a séde. |
Ieri sull'omnibus assai gremito Stavano in piedi tre belle signore; Un giovanotto svelto e molto ardito S'alzò subito in piedi per educazione. E disse loro con modi urbani: "Cedo il posto alla più anziana". Non lo si crede! Nessuna delle tre si mise seduta. |
L'avete letto tutti er Messaggero: Du' ommeni a Subiaco hanno sposato. Pe' credece si questo era davero Io co' la donna-maschio ciò parlato. Me lo disse: frater caro, Papà mio fa er campanaro, Nun cià un baiocco, Così nun m'ha potuto fa' er patocco. |
L'avete letto tutti il Messaggero: Due uomini a Subiaco si sono sposati. Per credere se questo fosse vero Io con la donna-maschio ho parlato. Me lo disse: fratello caro, Mio papà fa il campanaro, Non ha un centesimo, Così non mi ha potuto fare il batacchio1. |
| 1. - organo genitale maschile, per traslato, riferito alle campane suonate dal padre |
'Na notte me'nzognai che stavo ar mare, A fa' li bagni co' 'na signorina; Notava insieme a me tra l'onne chiare, Era 'na regazzetta assai carina. Tutt'a 'n botto me svejai, For der letto me trovai... Poi s'ariseppe Che stavo co li piedi 'n der zipèppe. |
Una notte sognai di stare al mare, A fare i bagni con una signorina; Nuotava assieme a me tra le onde chiare, Era una giovane assai carina. Tutt'a un tratto mi svegliai, Fuori dal letto mi trovai... Poi si venne a sapere Che stavo con i piedi nel vaso da notte. |
Ciò un lavamano ch'è 'na sciccheria, Compagno a quello nun ce sta l'uguale; Nun ciò la cunculina a casa mia, Me sciacquo er grugno drent'a l'orinale. P'asciuttamme, porca dina, Ciò lo straccio de cucina, E pe' sapone Ce tengo un pezzettino de mattone. |
Ho un lavamani che è davvero elegante, Non ve n'è un'altro uguale; Non ho il lavabo a casa mia, Mi sciacquo il viso nel vaso da notte. Per aciugarmi, accidenti, Ho lo straccio di cucina. E per sapone Ci tengo un pezzettino di mattone. |
La robba prima se venneva a chili E mo' se venne tutto quanto a etti; Dice che diventamo più civili E che sia mejo pe' noi poveretti. L'ha prescritto 'no scenziato, Tutto a etti sia magnato, E non più a chili Pe' nun fa' allarga' troppo li grecìli. |
La merce prima si vendeva a chili, E ora si vende tutto quanto a etti; Dicono che diventiamo più civili E che sia meglio per noi poveretti. L'ha prescritto uno scienziato, Tutto a etti sia mangiato, E non più a chili Per non far allargare troppo gli stomaci. |
In oggi si 'na madre de famija Pasta e facioli la vo' fa' co'llardo, Quann'entra drento 'na pizzicheria Se sente caccià via senza riguardo. Ma si entra er pattujone Pe' fa' la perquisizzione, Oh gente amata, Ne trova sempre quarche tonnellata! |
Oggi se una madre di famiglia Pasta e fagioli vuole farla col lardo, Quando entra in una salumeria Si sente cacciare via senza riguardo. Ma se entra il pattuglione Per fare la perquisizione, Oh gente amata, Ne trova sempre qualche tonnellata! |
L'affari de la guerra vanno male E male assai va pure Cecco Peppe; Ho letto l'antro giorno sur giornale Che se tie' in piedi solo co' le zeppe. Alla fine der confritto Lui sarà bello che fritto; S'ariccommanna Che vo' veni' a canta' cor Sor Capanna. |
Le vicende della guerra vanno male, E va assai male anche Francesco Giuseppe1; Ho letto l'altro giorno sul giornale Che si regge in piedi solo con le stampelle. Alla fine del conflitto Sarà proprio conciato male; Si raccomanda Che vuol venire a cantare col Sor Capanna. |
| 1. - Francesco Giuseppe I d'Austria-Ungheria |
Verso le dieci e mezzo de la sera Mo' le botteghe stanno tutte chiuse. Un òmo scappa ar muro, de cariera, Pe' fa' lì un goccio d'acqua, senza scuse. Se presenta un pizzardone, Dice: "Sei in contravvenzione, Così non s'usa: È ora de tené bottega chiusa". |
Verso le dieci e mezzo di sera Ora le botteghe sono tutte chiuse. Un uomo scappa verso il muro, in gran fretta, Per farvi una minzione, senza scrupoli. Si presenta un vigile, Dice: "Sei in contravvenzione, Così non si fa: È ora di tenere la bottega chiusa". |
Vedènno una regazza, un deputato Je s'avvicina con un ber soriso. Je dice in tono languido e smielato: "La Camera ha bisogno del suo viso". Quella, tutta inviperita, J'arispònne risentita: "Si ciai 'ste voje In camera ce vai co' tu moje!" |
Vedendo una ragazza, un deputato Le si avvicina con un bel sorriso. Le dice in tono languido e smielato: "La Camera ha bisogno del suo viso". Quella, tutta inviperita, Gli risponde risentita: "Se hai queste voglie In camera ci vai con tua moglie!". |
Un macellaro sòna er campanello, E 'na servetta córe co' la sporta; Se sente un gran silenzio e sur più bello Si trova la padrona su la porta. - Senza scene, me permetta - Dice pronta la servetta - Perché vuol farne? Si lui me sòna vengo e pijo la carne. |
Un macellaio suona il campanello, E una servetta corre con la sporta; Si ode un gran silenzio e sul più bello Si trova la padrona sulla porta. - Senza scene, mi permetta - Dice pronta la servetta - Perché vuol farne? S'egli mi suona vengo e prendo la carne. |
M'hanno ordinato tante medicine, P'er male che ciò drento ne la panza. Però fra scatolette e boccettine C'è più de robba scritta che sostanza. C'è un opuscolo stampato Che m'ha propio entusiasmato: Adesso ho fame: De certo m'ha guarito la réclame. |
M'hanno ordinato tante medicine, Per il male che ho dentro la pancia. Però fra scatolette e boccettine C'è più testo scritto che sostanza. C'è un opuscolo stampato Che m'ha proprio entusiasmato: Adesso ho fame: Di certo mi ha guarito la réclame. |
Le Ferovie appartengheno a lo Stato È bello assai er servizio che te fanno! Si monti drento ar treno, dopp'un anno Si nun mori acciaccato, sei arivato. Si vòi fa' quarche viaggetto E pia' te vòi er diretto, Poco ce manca Che arivi vecchio e co' la barba bianca. |
Le Ferrovie appartengono allo Stato È assai bello il servizio che offrono! Se monti sul treno, dopo un anno Se non muori schiacciato, sei arrivato. Se vuoi far qualche viaggetto E prender vuoi il diretto, Quasi quasi Arrivi vecchio e con la barba bianca. |
Stanotte me sò fatto un sogno strano, Me so' svejato co' le man'ar petto: Pareva che 'na bomba d'areoplano M'era cascata propio accant'ar letto. Io svejai la mi' consorte: "Ma ched'è 'sto botto forte?" "Marito mio, Pòi sta' tranquillo ché sò stata io." |
Stanotte ho fatto un sogno strano, Mi son destato con le mani al petto: Sembrava che una bomba d'aeroplano Fosse caduta proprio accanto al letto. Io svegliai la mia consorte: "Ma cos'è questo colpo forte?" "Marito mio, Puoi star tranquillo ché son stata io." |
Diceva er sor Mariano a mastro Pietro: "Che tempi disgrazziati sò venuti! Invece d'annà avanti annamo 'ndietro, È pieno de ruffiani e de cornuti. Si le corna a 'gni cristiano Diventasse riso o grano, È chiar'e tonno, Se sazzierebbe tutto quant'er monno. |
Diceva il signor Mariano a mastro Pietro: "Che tempi disgraziati son venuti! Invece d'andare avanti andiamo indietro, È pieno di ruffiani e di cornuti. Se le corna ad ogni uomo Diventassero riso o grano, È chiaro e tondo, Si sazierebbe tutto quanto il mondo. |
Un giuvinotto bionno e affemminato Salì sur tranve e poi se mise a sede; Er fattorino je strillò indignato: "Perché nun fa er bijetto? Chi se crede?" Quer ber tipo je sussura: "Paga puro la verdura?" "Nun fa er pidocchio, Qui paga tanto l'òmo ch'er finocchio!" |
Un giovanotto biondo ed effeminato Salì sul tram e poi si mise seduto; Il bigliettaio gli strillò indignato: "Perché non fa il biglietto? Chi si crede?" Quel bel tipo gli sussurra: "Paga anche la verdura1?" "Non fare l'avaro, Qui paga tanto l'uomo che il pederasta!" |
| 1. - riferito a finocchio ("omosessuale") |
Pe' fa pijà un po' d'aria ar regazzino Un giorno 'na mammetta va pe' prati. E védeno attaccati p'er cudino Un cane e 'na caggnetta innammorati. Robbertino vo' sapere Si che d'è quer ber mestiere, E la mammina Dice ch'er cane nun cià più benzina. |
Per far prendere un po' d'aria al bambino Un giorno una giovane mamma va pei prati. E vedono uniti per il codino Un cane e una cagnetta innamorati. Robertino vuol sapere Cos'è quella bella pratica, E la mammina Dice che il cane non ha più benzina. |
Er sor Gregorio invita Maddalena A dondolasse su la canoffiena; Je dice co l'astuzzia necessaria: "Stà a sede, che te dondolo per aria; Te fo vede er paradiso". Lei risponne rossa ar viso: "Sò persuvasa, Però ho lassato le mutanne a casa." |
Il signor Gregorio invita Maddalena A dondolarsi sull'altalena; Le dice con l'astuzia necessaria: "Stà seduta, che ti dondolo per aria; Ti faccio vedere il paradiso". Lei risponde rossa in viso: "Ne sono convinta, Però ho lasciato le mutande a casa." |
Una bella signora stava ar mare, E prese confidenza co 'n negretto; Cor sandalino vanno a navigare, Lei pija er remo in mano e lo tiè stretto. Nove mesi a l'ore esatte Lei fa 'n pupo caffellatte; E ancora giura Ch'è tutta córpa de l'abbronzatura. |
Una bella signora stava al mare, Ed entrò in confidenza con un negretto; Col sandolino vanno a navigare, Lei prende il remo in mano e lo tiene stretto. Dopo nove mesi precisi Lei fa un bambino caffellatte; E ancora giura Che è tutta colpa dell'abbronzatura. |
Si n'omo poveraccio è disperato Gnisuno mai je presta mille lire; La donna invece presto ha arimediato, Trova quarcuno che la pò nutrire. L'òmo becca un liscebbùsso; A la donna va de lusso: Senza fatica Guadambia cor sudore de la fica. |
Se un uomo poveretto è disperato Nessuno mai gli presta mille lire; La donna invece presto ha rimediato, Trova qualcuno che la può nutrire. All'uomo tocca un duro trattamento; Alla donna va tutto liscio: Senza fatica Guadagna lavorando con la vulva. |
| Daje de spinta, daje de mano, deve curasse er sor Mariano: la salute l'abbandona co' 'na moje così bbòna. |
Je fanno du' infermiere a n'ammalato: "'Sto posto che occupate a l'ospedale È un gran signore che ce l'ha donato E forse può guarire il vostro male." Lui rispose all'infermiere: "Lascio più de quer signore: O mie sorelle, A 'st'ospedale lascerò la pelle. |
Due infermiere dicono ad un malato: "Questo posto che occupate all'ospedale È un gran signore che ce l'ha donato E forse può guarire il vostro male. Lui rispose alle infermiere: "Lascio più di quel signore: O mie sorelle, A quest'ospedale lascerò la pelle. |
Lo Stato sempre bòno m'ha aumentato Su lo stipendio cinque bijettoni Ma io so' furbo e nu' l'ho denunciato A marzo sopra ar modulo Vanoni. E così m'hanno murtato Più de quello ch'è aumentato, E so' finito Ar Monte de Pietà e impoverito. |
Lo Stato sempre buono mi ha aumentato Sullo stipendio cinque bigliettoni Ma io sono furbo e non l'ho denunciato A marzo sul modulo Vanoni. [la vecchia cartella delle tasse] E così m'hanno multato Più di quello che è aumentato, E sono finito Al Monte di Pietà e impoverito. |
Ner mentre che lavora de stecchino Intorno a un dente e se finisce er vino Dice un cliente: "Forse è più carina Si ner magnà sonasse un'orchestrina." Pensa pronto er cammeriere Mentre quello sta a sedere: "Oh quanto è tonto, Vo' la sonata: mo' je porto er conto". |
Mentre lavora di stecchino Intorno a un dente e si finisce il vino Dice un cliente: "Forse è più carina Se mentre si mangia suonasse un'orchestrina." Pensa pronto il cameriere Mentre quello sta a sedere: "Oh quanto è tonto, Vuole la sonata: adesso gli porto il conto". |
I CLASSICI |
LE CANZONACCE |
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