| L'itinerario inizia da dove era terminata la I parte, cioè dalla stazione Metro "Castro Pretorio" (linea B). Appena usciti, ci si trova davanti alla Biblioteca Nazionale; duemila anni fa quest'area piuttosto ampia divenne la sede del Castro Pretorio, un recinto rettangolare che Tiberio fece costruire nella prima metà del I secolo dC come accampamento permanente della Guardia Pretoriana, la cui funzione era quella di guardie del corpo dell'imperatore. Il Castro aveva quattro accessi, uno per lato. Quando Aureliano fece edificare la cinta di mura, queste furono connesse alla struttura preesistente, che divenne così l'angolo nord-orientale dei nuovi confini della città. Costantino I sciolse il corpo dei Pretoriani nel IV secolo; il Castro venne così chiuso per circa 100 anni. Nel corso di un restauro della cinta muraria effettuato all'inizio del V secolo, il lato occidentale (cioè quello interno alle mura aureliane) fu abbattuto. |
Castro Pretorio, da una pianta di Roma antica del 1576; i quattro ingressi non sono segnalati, ma sulla sinistra (freccia) è l'antica Porta Nomentana |
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il punto dell'ingresso settentrionale al Castro e (↓ in basso) ricostruzione del suo aspetto originario |
Girando a destra, lungo viale del Policlinico, il lato settentrionale del Castro presenta assai presto alcune piccole brecce [rif. pianta 1]: qui sono i resti dell'accesso originale verso settentrione, la Porta Pretoriana, che nel corso del tempo sono stati ricoperti dal laterizio. Da una certa distanza (dall'altro lato della strada) si vede chiaramente come in quest'area rettangolare la trama dei mattoni sia effettivamente diversa; alla sua sommità si trovavano tre finestre, anch'esse murate, probabilmente di epoca successiva. | resti di una delle paraste che sostenevano l'arco di ingresso della Porta Pretoriana |
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| Proseguendo lungo il lato orientale del Castro, si giunge ad un largo viale dove
il muro guarda la struttura ospedaliera più grande di Roma, il Policlinico Umberto I, costruito attorno al 1885 e ancora oggi strutturato secondo i canoni dell'epoca, con numerosi padiglioni ciascuno dei quali riservato ad una diversa specialità. Qualche metro prima del chiosco davanti all'ingresso principale dell'ospedale, la trama dei mattoni dell'antico muro presenta qualche debole traccia dell'accesso orientale al Castro, la Porta Principale Destra. Proseguendo lungo il viale, il muro ad un tratto fa una curva, ma è impossibile seguirlo per via di un impianto sportivo lì accanto. Pertanto conviene procedere fino al primo incrocio e girare a destra su viale dell'Università, che corre parallela al lato meridionale del Castro Pretorio. Essendo stato ricostruito nell'alto medioevo, questo lato ha una direzione leggermente irregolare e non è perfettamente ad angolo retto con quello orientale. |
Qualche metro più avanti il muro ricompare sulla destra, in fondo a via Osoppo. È inutile seguire questa strada, perché poco dopo l'angolo termina a fondo cieco, mentre il muro prosegue nel parcheggio di proprietà di un ufficio; proprio in fondo a questo tratto si trova la piccola Porta Clausa [rif. pianta 2], una posterula che deve il nome al fatto di essere stata murata già in tempi antichi e che, trovandosi racchiusa entro questo terreno privato, è impossibile da raggiungere. Dopo che il recinto del Castro Pretorio aveva perso la sua funzione originale, Porta Clausa (cioè "porta chiusa") doveva davvero essere diventata un passaggio di modesta importanza. Fu quindi murata, probabilmente all'inizio del medioevo, né venne mai riaperta. Presenta ancora sul lato esterno la tipica cortina di pietra bianca che l'imperatore Onorio attorno al 400 aveva fatto applicare a molte delle porte di Roma (vedi oltre). Gli edifici moderni cresciuti tutt'attorno hanno lasciato in piedi solo la parte centrale della sua struttura.
Si prosegua lungo viale dell'Università fino al grosso incrocio con viale del Castro Pretorio. Il muro da Porta Clausa fino a qui non esiste più, ma ricomincia di nuovo sulla sinistra, dove un certo numero di frammenti romani sono stati murati nel laterizio, proprio all'angolo del viale.
case costruite sul muro in via di Porta Tiburtina |
Camminando lungo il lato interno del muro si passa davanti al grande palazzo dell'Aereonautica Militare;
poco oltre, all'incrocio con via dei Frentani, diventa nuovamente possibile seguirne il lato esterno. Da notare come, a causa dell'innalzamento dell'attuale livello stradale, il muro lungo questo tratto appare piuttosto basso. Stiamo avvicinandoci al popolare quartiere di San Lorenzo. Il 19 luglio del 1943, durante la seconda Guerra Mondiale, questa parte di Roma subì un pesante bombardamento e riportò gravi danni. Oggi la zona, con i vecchi edifici rimasti in piedi e le strade strette, ha assunto un'atmosfera un po' decadente ma particolare: molti studenti fuori sede della vicina Università prendono qui in affitto stanze o appartamenti, per cui l'antico carattere del quartiere ha finito col fondersi con elementi ad esso estranei, quali negozi di abbigliamento giovanile, supermercati, pub e paninerie, persino empori cinesi. |
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| Giunti all'incrocio con via dei Ramni manca un altro piccolo pezzo di muro, sostituito da uno moderno con tre fornici per il transito del traffico locale. Subito dopo questo punto, lungo via di porta Tiburtina, il muro antico è di nuovo di piedi; su di esso, nei primi anni del '900 furono costruite delle case e sul suo lato esterno furono aperte delle finestre. Invece sul lato interno di questo tratto, in un piccolo largo, sorge l'Arco di Sisto V [rif. pianta a]: segna il punto dove via Tiburtina, una delle principali vie d'accesso a Roma da est, veniva incrociata dall'acquedotto chiamato Acqua Felice, costruito da papa Sisto V nel 1587 (per maggiori dettagli si veda la pagina 3 di Acquedotti). |
il tratto superstite dell'Aqua Felice (a destra) termina presso il fianco della stazione Termini (a sinistra) con l'Arco di Sisto V |
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L'arco è attualmente adiacente alla stazione ferroviaria centrale (Termini), ma un breve segmento dell'acquedotto originale si può ammirare dall'altro lato: questi semplici fornici convergono verso le mura aureliane (che rimangono nascoste dalle case edificate sopra di esse). Qualche metro più avanti l'acquedotto e le mura si incontrano presso il sito di un'altro antico varco, Porta Tiburtina [rif. pianta 3]; questa prende il nome dall'anzidetta via Tiburtina, che da qui lasciava la città diretta a Tibur (oggi Tivoli), a 30 km ad est di Roma (vedi pianta degli antichi dintorni di Roma). La strada di fronte alla porta oggi porta il nome di via Tiburtina Vecchia, in quanto il primo tratto della moderna via Tiburtina non corrisponde più al tracciato originale.
Sebbene Porta Tiburtina sia oggi un rudere, ciò che ne rimane è sufficiente per tracciarne l'evoluzione cronologica.
Porta Tiburtina dal lato interno |
La porzione più antica è l'arco sul lato interno: fu costruito nel 5 aC quando Ottaviano Augusto decise di restaurare l'importante triplo acquedotto che passava per questo punto, portando al suo interno tre spechi a livelli differenti (cfr. anche Acquedotti): l'Aqua Marcia, il più basso e antico della serie, l'Aqua Tepula e l'Aqua Iulia, che dei tre acquedotti era il più alto e il più recente, essendo stato aperto solo 28 anni prima.
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lato esterno di Porta Tiburtina, coperta dalla cortina di pietra bianca |
Nel 402 l'imperatore Onorio fece rinforzare il lato esterno della porta, che venne così rivestito da una spessa cortina di pietra bianca; quest'ultima non corrisponde esattamente alla struttura più antica, forse a causa dei lavori troppo precipitosi, per cui il vecchio fornice è rimasto parzialmente visibile anche dall'esterno. Da questo lato della porta fu anche montata una saracinesca, mentre la fila di cinque finestrelle a sesto tondo sopra il fornice dà luce alla camera dove veniva azionato il meccanismo. Nella parte più alta della porta furono anche aggiunti dei rudimentali merli, a protezione delle guardie. Infine, la base della porta, già parzialmente interrata (come recita un'iscrizione, vedi oltre), fu nuovamente liberata. | la camera di azionamento della saracinesca; uno dei tre spechi dell'acquedotto si vede in sezione sulla destra |
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L'ultima trasformazione ebbe luogo nel Rinascimento, nel 1586, quando il cardinale Alessandro Farnese cambiò forma alle torri dando loro una sezione quadrangolare. Il suo stemma si vede sulla torre di sinistra, assieme a quello di un altro cardinale e, poco più in là, anche a quello di Sisto V, che era il papa regnante a quel tempo.
← il lato esterno dell'antico fornice dell'acquedotto è ancora parzialmente visibile, non essendo completamente coperto dalla porta che gli fu aggiunta sul davanti |
Da entrambi i lati della porta, la chiave di volta dell'antico fornice è decorata con una testa di bovino, o bucrano, in rilievo (quello sul lato esterno è in effetti un teschio). Una cronaca del XIII secolo dà una spiegazione metaforica di questo curioso soggetto:
Si credeva dunque che la leggendaria ricchezza di Roma (nonostante la profonda decadenza che fece seguito alla caduta dell'impero) esercitasse su coloro che entravano in città una specie di effetto "ricostituente". La decorazione spiega perché fin dal medioevo Porta Tiburtina è stata chiamata anche Porta Capo di Bove o Porta Taurina. |
le teste bovine sul lato interno ed esterno del fornice |
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lato interno: il triplo attico con le iscrizioni |
L'attico sul lato interno della porta reca tre iscrizioni (le cui lettere ora si leggono a malapena) che scandiscono i livelli degli spechi all'interno. Il più antico dei tre testi corre lungo la fascia più alta, corrispondente all'Aqua Iulia e risale al 5 aC, cioè al tempo della costruzione dello stesso arco: menziona l'imperatore Ottaviano Augusto, a cui viene attribuito il restauro di tutti gli acquedotti. Una seconda iscrizione che segue la fascia in basso, corrispondente al flusso dell'Aqua Marcia, è databile al 79: fu apposta sotto l'imperatore Tito per ricordare un restauro dello stesso acquedotto. L'ultima iscrizione, tra le due precedenti (cioè a livello dell'Aqua Tepula), si riferisce ad un successivo restauro dell'Aqua Marcia che ebbe luogo sotto l'imperatore Caracalla nel 212, citando anche l'apertura di un lungo ramo chiamato Aqua Antoniniana, il quale conduceva l'acqua alle Terme di Caracalla, appena costruite. |
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