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~ Monografie Romane ~

Acquedotti
· III parte ·
pagina 1
I PARTE - le molte 'acque' di Roma II PARTE - come funzionavano gli acquedotti romani IV PARTE - dall'antica Roma all'età contemporanea


COS'É RIMASTO VISIBILE AI NOSTRI GIORNI

Per secoli i resti degli antichi acquedotti sono stati uno dei soggetti preferiti di pittori e incisori, sebbene le parti meglio conservate siano ovviamente rimaste in piedi assai lontano dal centro storico della città (come l'esempio mostrato qui in basso), in alcuni casi addirittura in aperta campagna.
L'unico frammento che se ne può vedere in pieno centro riguarda l'Aqua Virgo, o Acquedotto della Vergine, oppure Acqua di Salone (com'era detto nel Rinascimento), o anche Acqua di Trevi secondo il moderno nome popolare.
Provenendo dalla località di Salone, attualmente nell'estrema periferia est della città, questo aquedotto correva a nord della via Prenestina, seguendola quasi fino all'attuale quartiere di Casalbertone; qui piegava bruscamente a nord, fino a scavalcare la via Tiburtina per poi formare un'ansa verso ovest, toccando così Villa Ada e poi nuovamente verso sud e, attraversando il colle Pincio (Villa Borghese), scendeva verso il Campo Marzio, dove terminava presso il Pantheon, di fronte ai Saepta Iulia, alimentando le Terme di Agrippa, le prime terme pubbliche di Roma, che prendevano il nome dal generale e genero di Ottaviano Augusto, lo stesso che aveva fatto costruire l'acquedotto nel 19 aC.
viale Appio Claudio, nel Parco degli Acquedotti
serie di fornici ben conservati dell'Aqua Claudia

Giungendo in città con un percorso interamente sotterraneo, L'Aqua Virgo correva su archi solo negli ultimi due chilometri, che si snodavano attraverso il colle Pincio e la parte urbana di Roma antica.
Tutto ciò che rimane consiste in quattro fornici di travertino bianco, ora al di sotto del livello stradale, interrati per la massima parte della loro altezza: li si vede a malapena affiorare tra i fabbricati di via del Nazzareno, non lontano dalla Fontana di Trevi (che è infatti alimentata da questo acquedotto).
Qualche traccia dei fornici esiste anche sotto Palazzo Sciarra, ma ovviamente questi resti non sono accessibili al pubblico. Invece nulla rimane dell'Arco di Claudio, cioè il fornice con cui l'acquedotto scavalcava il tratto urbano della via Flaminia, oggi via del Corso; nel 51 era stato decorato in ricordo della conquista della Britannia da parte dell'imperatore Claudio, avvenuta otto anni prima. Solo un frammento della grande iscrizione che l'adornava è conservato ai Musei Capitolini (qui in basso).
Peraltro, ...(come verrà detto nella IV parte) [RESTAURI DA NICCOLO' V A GREGORIO XIII]
via del Nazzareno
(↑ in alto) archi interrati dell'Aqua Virgo, nel centro di Roma;
allo speco si accede da una porticina quattrocentesca (↓ in basso)
frammento dell'arco di Claudio - Musei Capitolini
frammento dall'Arco di Claudio
Sul lato della strada di fronte agli archi sepolti dell'Aqua Virgo, un minuscolo portone sormontato dallo stemma di papa Sisto IV (1471-84) chiude un passaggio che conduce proprio allo speco dell'acquedotto. È ancora in uso per lavori di manutenzione, ma per ovvi motivi è tenuto costantemente chiuso.

Lo scopo della III parte è di segnalare gli interessanti resti di acquedotti situati in periferia, ancora entro i moderni confini urbani, ma ben lontani dai percorsi turistici "ufficiali".

Muovendo il cursore del mouse sulle illustrazioni viene indicata l'ubicazione esatta dei vari soggetti.
via del Nazzareno


viale dell'Acquedotto Alessandrino
serie di fornici dell'Aqua Alexandrina
Dopo essere stati danneggiati nella prima metà del VI secolo (se ne può leggere una testimonianza storica nella IV parte), gli alti viadotti rimasero solo delle strutture ingombranti ed inutili, utilizzate principalmente come fonte di materiale da costruzione, da cui ricavare mattoni e pietre.
Anche i terremoti e le guerre contribuirono a danneggiare tali opere; ciò spiega la scarsità di quanto ne rimane all'interno degli antichi confini della città.
Alcune parti interessanti, però, se ne possono vedere nei quartieri meridionali ed orientali, zone ora densamente popolate che non più di un secolo fa erano campagna.

Per ragioni di praticità vengono raggruppate e descritte in tre pagine, secondo la loro dislocazione.


1
(questa pagina)
ACQUEDOTTI PRESSO
LE PORTE CITTADINE
2
L'AQUA CLAUDIA,
L'AQUA MARCIA
E L'ACQUA FELICE
3
L'AQUA TRAIANA
E
L'AQUA ALEXANDRINA



ACQUEDOTTI PRESSO LE PORTE CITTADINE

Prima di divenire la principale porta a sud-est delle mura di Aureliano (III secolo dC), Porta Praenestina, ora chiamata Porta Maggiore, era un arco del locale acquedotto.
Lo stesso può dirsi di quella successiva verso est, Porta Tiburtina (cfr. anche Mura Aureliane, II parte, pagina 1 e pagina 2 per i dettagli e per altre illustrazioni).
Infatti, nel punto dove i viadotti incrociavano strade importanti, come quelli di cui sopra rispettivamente presso la via Praenestina e la via Tiburtina, venivano spesso innalzati degli archi con decorazioni speciali che celebravano il committente della costruzione dell'acquedotto (più spesso, un imperatore). Quando fu progettata la cinta muraria di Aureliano, i due archi anzidetti vennero incorporati nella nuova struttura difensiva.
Ma nonostante la loro trasformazione in porte cittadine, continuarono a funzionare come dotti, dando passaggio all'acqua nella loro parte superiore: l'Aqua Marcia, l'Aqua Tepula e l'Aqua Iulia passavano sopra Porta Tiburtina, mentre l'Aqua Claudia e l'Anio Novus passavano su Porta Praenestina.
piazza di Porta Maggiore
Porta Praenestina (oggi Porta Maggiore): due dotti passavano sopra i suoi archi

L'area appena davanti Porta Praenestina era detta Spes Vetus (cfr. la II parte); qui convergevano cinque diverse "acque" (in effetti erano sei, includendovi il corso sotterraneo dell'Aqua Alexandrina, sebbene il suo canale non sia mai stato individuato). Portavano oltre il 70% della fornitura idrica totale di Roma: il diagramma che segue illustra la direzione di tali acquedotti secondo l'archeologo Rodolfo Lanciani (fine XIX secolo), ma gli elementi grafici tridimensionali provengono, adattati, dalla pianta di Roma antica di Étienne Du Perac (1576).
Vengono anche mostrate le parti che Sisto V riutilizzò per la sua Aqua Felix (fra parentesi), quali segmenti sono rimasti in piedi, colorati in ocra, e quali sono quelli scomparsi, in grigio chiaro.


la rete di acquedotti nell'estremo sud-orientale di Roma: i nomi dei siti antichi
sono in nero, quelli attuali in blu, e i punti indicano linee ferroviarie
L'Aqua Marcia, Tepula e Iulia seguivano il muro di Aureliano dirette verso Porta Tiburtina. Prima di questa, l'Aqua Marcia staccava un importante ramo, il Rivus Herculaneus, che con molta probabilità riforniva anche il vicino ninfeo dei Licinii, più comunemente noto come Tempio di Minerva Medica (cfr. Le Mura Aureliane II parte pagina 3).
Il Rivus Herculaneus portava acqua al colle Celio, nella parte meridionale della Roma repubblicana, e poi si incanalava sottoterra, parallelamente alla più antica Aqua Appia, raggiungendo il colle Aventino (a sud-ovest). Di questo ramo non ne è rimasto niente, tranne alcuni segmenti del dotto sotterraneo.

Presso Porta Tiburtina il triplice acquedotto divergeva dal muro di Aureliano, puntando dritto verso il colle Quirinale, cioè a nord. Nel tardo XVI secolo questa parte fu incorporata nella nuova Aqua Felix.
Tuttavia, sul finire dell'800, a causa dei lavori per la costruzione della Stazione Termini, tutto ciò che faceva parte dell'acquedotto oltre questo punto venne demolito. Ne rimangono solo i primi 100 metri; essi terminano con un arco celebrativo di Sisto V che è ora adiacente al muro della stazione ferroviaria, in piazzale Sisto V, ed è descritto al termine di a questa pagina.

Invece l'Aqua Claudia e l'ancor più ricco Anio Novus condividevano lo stesso sbocco, situato assai vicino a Porta Praenestina, sebbene le ultime tracce del loro castellum scomparvero verso il finire del XIX secolo.




l'Arcus Neroniani, o Arcus Caelimontani, nel punto di origine (a sinistra) e più ad ovest, dietro a due edifici


L'ARCUS NERONIANI, O ARCUS CAELIMONTANI

Prima di raggiungere lo sbocco, anche dall'Aqua Claudia si staccava un grosso ramo che in origine l'imperatore Nerone aveva fatto costruire per la sua Domus Aurea, donde il primitivo nome di Arcus Neroniani, cioè "archi dei Neroni" (Nero era un cognome della gens Claudia).
Quando la Domus Aurea fu smantellata, il ramo venne modificato così da fargli raggiungere i colli Celio ed Aventino, e fu rinominato Arcus Caelimontani, "archi del Caelimontium", cioè della II Regio che comprendeva appunto il Celio e i rilievi minori (vedi anche I 22 Rioni). Con ciò, l'anzidetto Rivus Herculaneus divenne obsoleto. Infine, un'ulteriore estensione di questo ramo diretto al colle Palatino, al centro di Roma imperiale, fu fatta realizzare dall'imperatore Diocleziano nel tardo III secolo.
via di San Paolo della Croce
La prima parte dell'Arcus Coelimontani è ancora in piedi, all'incirca fino ai terreni del Laterano, mentre della parte restante non ne rimane che qualche frammento, soprattutto presso la chiesa di Santo Stefano Rotondo, sul colle Celio.
Appena oltre la chiesa, poche alte arcate dell'acquedotto attraversano il luogo dove una volta sorgeva Porta Caelimontana, appartenente alla cinta delle mura serviane (IV secolo aC). Nell'anno 10 due consoli Dolabella e Silano, a cui si siferisce un'iscrizione sopra il fornice, trasformarono il passaggio dandogli l'aspetto attuale. L'arco prese così i loro nomi.


(↑) dettaglio dei nomi di Dolabella e Silano dall'iscrizione sul fornice;
(← a sin.) il complesso dell'arco e dei resti dell'acquedotto

Un particolare curioso è che nello spessore di uno dei pilastri dell'acquedotto furono ricavate due stanze, nelle quali visse per due anni San Giovanni de Matha (1160-1213), fondatore dell'Ordine dei Trinitari, o Nuovi Crociati.

Santo Stefano Rotondo
(↑ in alto) i resti dell'acquedotto passano accanto
alla chiesa di Santo Stefano Rotondo, in una
pianta del XVII secolo ed ancora oggi (a destra →)
via di Santo Stefano Rotondo

Gli ultimi frammenti dell'Arcus Caelimontani si possono vedere circa 200 metri più ad ovest, integrati con moderni laterizi, nel punto in cui attraversano la valle formata dai colli Celio e Palatino (attualmente corrispondente a via di San Gregorio, che scende dal Colosseo verso l'estremità meridionale del Circo Massimo). Oltre questo punto l'acquedotto raggiungeva la sua destinazione conclusiva: il complesso di edifici imperiali sul Palatino.
Poiché nell'antica Roma questa era una zona piuttosto vitale, è molto probabile che rami secondari dell'Arcus Caelimontani conducessero acqua alle fontane del Circo Massimo, agli esercizi che sorgevano lungo le sponde del Tevere (prossimo all'estremità opposta del circo), e così via.


l'ultimo tratto dell'Arcus Caelimontani raggiunge il Palatino →
via di San Gregorio




L'ACQUEDOTTO DI VIA TURATI

via Turati
l'acquedotto di via Turati

Ad un altro ramo minore apparteneva il breve tratto di acquedotto che ora traversa via Turati, la cui direzione punta verso le vicine rovine di un'enorme fontana.
piazza Vittorio Emanuele
i resti detti Trofei di Mario

piazza del Campidoglio
uno dei due Trofei, ora situato
in cima alla cordonata del Campidoglio

Una volta si riteneva che dipendesse dall'Aqua Iulia; tuttavia dall'altezza dello speco ora gli esperti sostengono che potrebbe essere stato percorso tanto dall'Aqua Claudia che dall'Anio Novus.
La fontana anzidetta ora sorge nei giardini di piazza Vittorio Emanuele. Identificata col ninfeo di Alessandro Severo, è però comunemente chiamata Trofei di Mario dalle decorazioni originali che una volta ne ornavano i lati, raffiguranti armi barbariche, scudi e armature. Secondo la tradizione, si credeva che fossero state poste a ricordo delle vittorie del generale Mario Gaio contro le popolazioni barbariche (101-102 aC).

In epoche recenti, però, la datazione dei "trofei" è stata spostata al tardo III secolo dC; ciò vuol dire che i gruppi erano stati probabilmente asportati da qualche altro monumento o statua.
Sul finire del XVI secolo papa Sisto V li fece rimuovere dalle rovine della fontana, ricollocandoli in Campidoglio, in cima alla scalinata di Michelangelo (della quale notizie e immagini sono disponibili in I 22 Rioni e Piazza del Campidoglio).




L'ARCO DI SISTO V, O ARCO DELLE PERE

Appena oltre Porta Tiburtina, la traiettoria dell'acquedotto a tre spechi (quelli dell'Aqua Marcia, Tepula e Iulia), piega verso ovest, divergendo dalla linea diritta che seguono le mura cittadine; in effetti, sarebbe più corretto dire che sono le mura a divergere dagli acquedotti, dato che quest'ultimi vennero edificati in epoca più antica. Da questo punto le tre acque si dirigevano ai loro rispettivi castelli terminali, situati in luoghi non meglio precisati nei quartieri settentrionali Roma; uno di essi probabilmente sorgeva presso le Terme di Diocleziano.
Ciò che vediamo oggi, però, è l'acquedotto costruito nel 1587 sotto papa Sisto V, che sfruttò le strutture antico-romane ancora in parte esistenti, letteralmente riciclandole per la costruzione del suo progetto, l'Acqua Felice, il cui sbocco principale, cioè la fontana "mostra", detta Fontana di Mosè, fu realizzata a circa 350-400 metri più a nord (cfr. III parte pagina 2 e Fontane III parte, pagina 6 per altri particolari).
Ma quando fu messa in cantiere la stazione ferroviaria Termini, attorno al 1870, l'Acqua Felice era ormai ridotta a nient'altro che un'ingombrante rovina. Quindi, dato che attraversava il sito della nuova stazione, fu demolita per gran parte della sua lunghezza. Dal punto dove l'Acqua Felice (costruita sull'antica Acqua Marcia) si stacca dalla cinta muraria, di questo acquedotto rimangono solo pochi metri, come si vede nella foto.
piazzale Sisto V
l'arco di Sisto V, appena prima della stazione (a sinistra)

Per fortuna il segmento superstite comprende lo "speciale" arco a doppia facciata che Sisto V fece innalzare sul luogo dove l'Acqua Felice incrociava la via Tiburtina, la principale arteria che giungeva a Roma da est.
L'Arco di Sisto V è assai simile ad un altro chiamato Porta Furba (descritto a pagina 2): anche questo ha nella parte sommitale una grossa iscrizione su ciascun lato, che recita:
piazzale Sisto V
l'iscrizione dell'arco sul lato nord
SISTO V PONTEFICE MASSIMO
REALIZZÒ A SUE SPESE
LA CONDUTTURA DELL'ACQUA FELICE
IN FLUSSO SOTTERRANEO
PER 13 MIGLIA,
SU VIADOTTO AD ARCHI PER 7

e sul lato opposto:

SISTO V PONTEFICE MASSIMO
LASTRICÒ A SUE SPESE
LE VIE LUNGHE ED AMPIE
DA ENTRAMBI I LATI (dell'arco)
VERSO SANTA MARIA MAGGIORE
E SANTA MARIA DEGLI ANGELI
PER COMODITÀ E DEVOZIONE
DEL POPOLO
la testa di leone sulla chiave di volta del fornice maggiore
e le pere che decorano i fornici laterali

È da notare che il confine della vasta proprietà della famiglia del papa, la Villa Peretti-Montalto, passava vicinissima a questo punto: nel costruire l'acquedotto e nel lastricare le strade, Sisto V aveva tenuto in considerazione non solo il popolo come si legge nell'iscrizione, ma in primo luogo i suoi stessi interessi.
Sulla chiave di volta del fornice maggiore è presente una testa di leone, derivato dallo stemma del papa; negli spicchi ai suoi lati si trovano le altre imprese araldiche di Sisto V: la stella a otto punte (sul lato che guarda verso nord, cfr. figura qui in alto) e i tre monti (sul lato opposto). I due fornici più piccoli, invece, sono decorati con un grappolo di pere, che si riferiscono al cognome del papa (Peretti), e che tuttavia non fanno parte del suo stemma di famiglia. Questo spiega l'altro nome con cui è anche chiamata questa struttura: "Arco delle Pere".

Nulla è rimasto della fontana che una volta si trovava nei suoi pressi, una forma di benvenuto per gli assetati viandanti provenienti da est al loro ingresso in Roma.




L'AQUA ANTONINIANA


dell'Aqua Antoniniana resta l'Arco di Druso, (↑)
gli scarsi frammenti in piazza Galeria (→)
e i fornici presso le Terme di Caracalla (↓)
Immediatamente alle spalle di Porta San Sebastiano, l'accesso più meridionale alla città (in origine chiamata Porta Appia perché attraversata dalla via omonima), sorgono i resti di quello che viene comunemente indicato come Arco di Druso, dal tribuno Marco Livio Druso (fine del II secolo aC). Questo frammento un tempo apparteneva all'Aqua Antoniniana, un ramo dell'Aqua Marcia costruito dall'imperatore Caracalla attorno al 212-213 dC per le sue grandi terme, situate nella parte sud-occidentale dell'antica Roma. Si staccava dall'acquedotto principale attorno al III miglio della via Latina, più o meno dove oggi sorge Porta Furba (cfr. pagina 2), e seguiva il confine meridionale della città.
Esistono altre due scarse testimonianze di questo ramo: una di esse è a piazza Galeria, non lontano dalla stessa Porta San Sebastiano: consiste in qualche metro dell'attico dell'acquedotto, col suo speco. Queste porzioni però si riconoscono a stento, a causa del pessimo stato di conservazione del reperto.
Un'altra porzione superstite è situata proprio alle spalle delle Terme di Caracalla, appena prima del luogo dove questo ramo giungeva a destinazione. Lungo la via Guido Baccelli, presso l'incrocio con la via Antoniniana, in un giardinetto su uno dei lati della strada si può vedere una serie di fornici, ora ciechi e parzialmente coperti dalla vegetazione: anche questi un tempo appartenevano all'Aqua Antoniniana, che presso la vicina Porta Ardeatina disegnava un brusco gomito per puntare verso le terme.





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L'AQUA CLAUDIA, L'AQUA MARCIA
E L'ACQUA FELICE
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L'AQUA TRAIANA E
L'AQUA ALEXANDRINA



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