~ Monografie Romane ~ Acquedotti · III parte · pagina 1 |
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L'unico frammento che se ne può vedere in pieno centro riguarda l'Aqua Virgo, o Acquedotto della Vergine, oppure Acqua di Salone (com'era detto nel Rinascimento), o anche Acqua di Trevi secondo il moderno nome popolare. Provenendo dalla località di Salone, attualmente nell'estrema periferia est della città, questo aquedotto correva a nord della via Prenestina, seguendola quasi fino all'attuale quartiere di Casalbertone; qui piegava bruscamente a nord, fino a scavalcare la via Tiburtina per poi formare un'ansa verso ovest, toccando così Villa Ada e poi nuovamente verso sud e, attraversando il colle Pincio (Villa Borghese), scendeva verso il Campo Marzio, dove terminava presso il Pantheon, di fronte ai Saepta Iulia, alimentando le Terme di Agrippa, le prime terme pubbliche di Roma, che prendevano il nome dal generale e genero di Ottaviano Augusto, lo stesso che aveva fatto costruire l'acquedotto nel 19 aC. |
serie di fornici ben conservati dell'Aqua Claudia |
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Giungendo in città con un percorso interamente sotterraneo, L'Aqua Virgo correva su archi solo negli ultimi due chilometri, che si snodavano attraverso il colle Pincio e la parte urbana di Roma antica. Tutto ciò che rimane consiste in quattro fornici di travertino bianco, ora al di sotto del livello stradale, interrati per la massima parte della loro altezza: li si vede a malapena affiorare tra i fabbricati di via del Nazzareno, non lontano dalla Fontana di Trevi (che è infatti alimentata da questo acquedotto). |
Qualche traccia dei fornici esiste anche sotto Palazzo Sciarra, ma ovviamente questi resti non sono accessibili al pubblico. Invece nulla rimane dell'Arco di Claudio, cioè il fornice con cui l'acquedotto scavalcava il tratto urbano della via Flaminia, oggi via del Corso; nel 51 era stato decorato in ricordo della conquista della Britannia da parte dell'imperatore Claudio, avvenuta otto anni prima. Solo un frammento della grande iscrizione che l'adornava è conservato ai Musei Capitolini (qui in basso). Peraltro, ...(come verrà detto nella IV parte) [RESTAURI DA NICCOLO' V A GREGORIO XIII] |
(↑ in alto) archi interrati dell'Aqua Virgo, nel centro di Roma; allo speco si accede da una porticina quattrocentesca (↓ in basso) |
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Muovendo il cursore del mouse sulle illustrazioni viene indicata l'ubicazione esatta dei vari soggetti. |
serie di fornici dell'Aqua Alexandrina |
Dopo essere stati danneggiati nella prima metà del VI secolo (se ne può leggere una testimonianza storica nella IV parte), gli alti viadotti rimasero
solo delle strutture ingombranti ed inutili, utilizzate principalmente come fonte di materiale
da costruzione, da cui ricavare mattoni e pietre. Anche i terremoti e le guerre contribuirono a danneggiare tali opere; ciò spiega la scarsità di quanto ne rimane all'interno degli antichi confini della città. Alcune parti interessanti, però, se ne possono vedere nei quartieri meridionali ed orientali, zone ora densamente popolate che non più di un secolo fa erano campagna. Per ragioni di praticità vengono raggruppate e descritte in tre pagine, secondo la loro dislocazione. |
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| 1 (questa pagina) ACQUEDOTTI PRESSO LE PORTE CITTADINE |
2 L'AQUA CLAUDIA, L'AQUA MARCIA E L'ACQUA FELICE |
3 L'AQUA TRAIANA E L'AQUA ALEXANDRINA |
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Lo stesso può dirsi di quella successiva verso est, Porta Tiburtina (cfr. anche Mura Aureliane, II parte, pagina 1 e pagina 2 per i dettagli
e per altre illustrazioni). Infatti, nel punto dove i viadotti incrociavano strade importanti, come quelli di cui sopra rispettivamente presso la via Praenestina e la via Tiburtina, venivano spesso innalzati degli archi con decorazioni speciali che celebravano il committente della costruzione dell'acquedotto (più spesso, un imperatore). Quando fu progettata la cinta muraria di Aureliano, i due archi anzidetti vennero incorporati nella nuova struttura difensiva. Ma nonostante la loro trasformazione in porte cittadine, continuarono a funzionare come dotti, dando passaggio all'acqua nella loro parte superiore: l'Aqua Marcia, l'Aqua Tepula e l'Aqua Iulia passavano sopra Porta Tiburtina, mentre l'Aqua Claudia e l'Anio Novus passavano su Porta Praenestina. |
Porta Praenestina (oggi Porta Maggiore): due dotti passavano sopra i suoi archi |
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la rete di acquedotti nell'estremo sud-orientale di Roma: i nomi dei siti antichi sono in nero, quelli attuali in blu, e i punti indicano linee ferroviarie |
L'Aqua Marcia, Tepula e Iulia seguivano il muro di Aureliano dirette verso Porta
Tiburtina. Prima di questa, l'Aqua Marcia staccava un importante ramo, il Rivus Herculaneus, che con molta probabilità riforniva anche il vicino ninfeo dei Licinii, più comunemente noto come Tempio di Minerva Medica (cfr. Le Mura Aureliane II parte pagina 3). Il Rivus Herculaneus portava acqua al colle Celio, nella parte meridionale della Roma repubblicana, e poi si incanalava sottoterra, parallelamente alla più antica Aqua Appia, raggiungendo il colle Aventino (a sud-ovest). Di questo ramo non ne è rimasto niente, tranne alcuni segmenti del dotto sotterraneo. |
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La prima parte dell'Arcus Coelimontani è ancora in piedi, all'incirca fino ai terreni del Laterano, mentre della parte restante non ne rimane che qualche frammento, soprattutto presso la chiesa di Santo Stefano Rotondo, sul colle Celio. Appena oltre la chiesa, poche alte arcate dell'acquedotto attraversano il luogo dove una volta sorgeva Porta Caelimontana, appartenente alla cinta delle mura serviane (IV secolo aC). Nell'anno 10 due consoli Dolabella e Silano, a cui si siferisce un'iscrizione sopra il fornice, trasformarono il passaggio dandogli l'aspetto attuale. L'arco prese così i loro nomi. (↑) dettaglio dei nomi di Dolabella e Silano dall'iscrizione sul fornice; (← a sin.) il complesso dell'arco e dei resti dell'acquedotto |
(↑ in alto) i resti dell'acquedotto passano accanto alla chiesa di Santo Stefano Rotondo, in una pianta del XVII secolo ed ancora oggi (a destra →) |
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Gli ultimi frammenti dell'Arcus Caelimontani si possono vedere circa 200 metri più ad ovest, integrati con moderni laterizi, nel punto in cui attraversano la valle formata dai colli Celio e Palatino (attualmente corrispondente a via di San Gregorio, che scende dal Colosseo verso l'estremità meridionale del Circo Massimo). Oltre questo punto l'acquedotto raggiungeva la sua destinazione conclusiva: il complesso di edifici imperiali sul Palatino. Poiché nell'antica Roma questa era una zona piuttosto vitale, è molto probabile che rami secondari dell'Arcus Caelimontani conducessero acqua alle fontane del Circo Massimo, agli esercizi che sorgevano lungo le sponde del Tevere (prossimo all'estremità opposta del circo), e così via.
l'ultimo tratto dell'Arcus Caelimontani raggiunge il Palatino → |
l'acquedotto di via Turati Ad un altro ramo minore apparteneva il breve tratto di acquedotto che ora traversa via Turati, la cui direzione punta verso le vicine rovine di un'enorme fontana. |
i resti detti Trofei di Mario |
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uno dei due Trofei, ora situato in cima alla cordonata del Campidoglio |
Una volta si riteneva che dipendesse dall'Aqua Iulia; tuttavia dall'altezza dello speco ora gli esperti sostengono che potrebbe essere stato percorso tanto dall'Aqua Claudia che dall'Anio Novus. La fontana anzidetta ora sorge nei giardini di piazza Vittorio Emanuele. Identificata col ninfeo di Alessandro Severo, è però comunemente chiamata Trofei di Mario dalle decorazioni originali che una volta ne ornavano i lati, raffiguranti armi barbariche, scudi e armature. Secondo la tradizione, si credeva che fossero state poste a ricordo delle vittorie del generale Mario Gaio contro le popolazioni barbariche (101-102 aC). In epoche recenti, però, la datazione dei "trofei" è stata spostata al tardo III secolo dC; ciò vuol dire che i gruppi erano stati probabilmente asportati da qualche altro monumento o statua. Sul finire del XVI secolo papa Sisto V li fece rimuovere dalle rovine della fontana, ricollocandoli in Campidoglio, in cima alla scalinata di Michelangelo (della quale notizie e immagini sono disponibili in I 22 Rioni e Piazza del Campidoglio). |
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Ciò che vediamo oggi, però, è l'acquedotto costruito nel 1587 sotto papa Sisto V, che sfruttò le strutture antico-romane ancora in parte esistenti, letteralmente riciclandole per la costruzione del suo progetto, l'Acqua Felice, il cui sbocco principale, cioè la fontana "mostra", detta Fontana di Mosè, fu realizzata a circa 350-400 metri più a nord (cfr. III parte pagina 2 e Fontane III parte, pagina 6 per altri particolari). Ma quando fu messa in cantiere la stazione ferroviaria Termini, attorno al 1870, l'Acqua Felice era ormai ridotta a nient'altro che un'ingombrante rovina. Quindi, dato che attraversava il sito della nuova stazione, fu demolita per gran parte della sua lunghezza. Dal punto dove l'Acqua Felice (costruita sull'antica Acqua Marcia) si stacca dalla cinta muraria, di questo acquedotto rimangono solo pochi metri, come si vede nella foto. |
l'arco di Sisto V, appena prima della stazione (a sinistra) |
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l'iscrizione dell'arco sul lato nord |
REALIZZÒ A SUE SPESE LA CONDUTTURA DELL'ACQUA FELICE IN FLUSSO SOTTERRANEO PER 13 MIGLIA, SU VIADOTTO AD ARCHI PER 7 e sul lato opposto: SISTO V PONTEFICE MASSIMO LASTRICÒ A SUE SPESE LE VIE LUNGHE ED AMPIE DA ENTRAMBI I LATI (dell'arco) VERSO SANTA MARIA MAGGIORE E SANTA MARIA DEGLI ANGELI PER COMODITÀ E DEVOZIONE DEL POPOLO |
e le pere che decorano i fornici laterali |
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dell'Aqua Antoniniana resta l'Arco di Druso, (↑) gli scarsi frammenti in piazza Galeria (→) e i fornici presso le Terme di Caracalla (↓) |
Immediatamente alle spalle di Porta San Sebastiano, l'accesso più meridionale alla città (in origine chiamata Porta Appia perché attraversata dalla via omonima), sorgono i resti di quello che viene comunemente indicato come Arco di Druso, dal tribuno Marco Livio Druso (fine del II secolo aC). Questo frammento un tempo apparteneva all'Aqua Antoniniana, un ramo dell'Aqua Marcia costruito dall'imperatore Caracalla attorno al 212-213 dC per le sue grandi terme, situate nella parte sud-occidentale dell'antica Roma. Si staccava dall'acquedotto principale attorno al III miglio della via Latina, più o meno dove oggi sorge Porta Furba (cfr. pagina 2), e seguiva il confine meridionale della città.
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Un'altra porzione superstite è situata proprio alle spalle delle Terme di Caracalla, appena prima del luogo dove questo ramo giungeva a destinazione. Lungo la via Guido Baccelli, presso l'incrocio con la via Antoniniana, in un giardinetto su uno dei lati della strada si può vedere una serie di fornici, ora ciechi e parzialmente coperti dalla vegetazione: anche questi un tempo appartenevano all'Aqua Antoniniana, che presso la vicina Porta Ardeatina disegnava un brusco gomito per puntare verso le terme. |
| PAGINA 2 L'AQUA CLAUDIA, L'AQUA MARCIA E L'ACQUA FELICE |
PAGINA 3 L'AQUA TRAIANA E L'AQUA ALEXANDRINA |
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