~ curiosità romane ~ - 7 - il ghetto di Roma |
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| La comunità ebraica di Roma è considerata la più antica al mondo, poiché se ne conosce l'esistenza sin dal tardo II secolo a.C., quando giungevano schiavi dalla Palestina, allora
sotto il dominio romano. Tanto nei primi secoli quanto durante tutto il medioevo, gli ebrei romani non ebbero particolari difficoltà di convivenza con la locale popolazione cristiana; la loro principale attività era il commercio. Ma i tempi si fecero duri nel tardo Rinascimento quando la Chiesa di Roma, dopo lo scisma protestante, diede un grosso giro di vite nei confronti della popolazione non cristiana. Il neoeletto papa Paolo IV decise di rinchiudere l'intera comunità ebraica entro un'area molto ristretta e impose severe leggi discriminatorie. Questa non fu l'unica misura repressiva per cui questo papa viene ricordato: nel 1559 istituì l'Indice dei Libri Proibiti, una lunga lista di titoli che tra gli altri comprendevano qualsiasi testo scritto da autori non cattolici, a prescindere dall'argomento, qualsiasi edizione della Bibbia considerata non ortodossa, qualsiasi libro di astrologia e predizioni. |
il ghetto in una pianta di G.B.Falda (1676), che mostra le tre prime porte (¡), quelle aperte da Sisto V (¡) il Portico d'Ottavia (à) e la chiesa di San Gregorio (ß); una sesta porta fu aperta verso il 1830 nel punto segnato â |
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Il quartiere in cui furono confinati gli ebrei, conosciuto come il ghetto, comprendeva le poche strette vie situate fra piazza Giudea (oggi scomparsa) presso la chiesa di Santa Maria del Pianto, i resti del Portico d'Ottavia (per maggiori dettagli si vedano I Rioni, Sant'Angelo ed Ettore Roesler Franz e Roma Sparita, pagina 5) e la riva del Tevere presso l'Isola Tiberina.
In seguito alla bolla del 1555 di Paolo IV, intitolata Cum nimis absurdum (cioè "quando il troppo è inopportuno"), furono innalzati degli enormi portoni a chiudere fisicamente l'area entro la quale avrebbero dovuto risiedere i circa 3000 membri della comunità ebraica, che è infatti menzionata nei testi dell'epoca come recinto degli Hebrei, per una superficie totale era di circa 3 ettari. Come si presentava agli occhi di un'osservatore lo descrive in forma concisa ma efficace Giuseppe Berneri in un'ottava del suo poema dialettale Il Meo Patacca, della fine del '600 (cfr. sezione La lingua e la poesia):
| Il Ghetto è un loco al Tevere vicino, Da una parte, e dall'altra a Pescaria; È un recinto di strade assai meschino, Ch'è ombroso, e renne ancor malinconia. Ha quattro gran portoni, e un portoncino; Il dì s'apre, acciò el trafico ce sia, Ma dalla sera inzino a giorno ciaro, Lo tiè inserrato un sbirro portinaro. |
Il Ghetto è un luogo prossimo al Tevere Da un lato e al mercato del pesce dall'altro; È un recinto di strade assai povero, Perché è buio e mette anche malinconia. Ha quattro grandi portoni e un portoncino; Di giorno si apre, affinché si possa transitare, Ma dalla sera fino a giorno fatto Lo tiene chiuso una guardia che fa da portinaio. |
I residenti potevano lasciarlo solo durante il giorno; poi, dal tramonto all'alba successiva, i tre accessi al quartiere venivano serrati a mezzo di grosse porte, sorvegliate da guardie, la cui retribuzione era a carico della stessa comunità.
vecchie case in via di Sant'Ambrogio: la via fu inclusa nel perimetro del ghetto attorno al 1830 |
In origine i portoni erano tre, ma pochi decenni dopo, quando papa Sisto V fece leggermente ampliare il ghetto dal lato del fiume, il loro numero crebbe a cinque. Oggi le porte non esistono più, ma sono ancora chiaramente visibili nelle antiche piante della città. Chiunque si fosse attardato e fosse rimasto chiuso fuori, se la sarebbe vista con l'implacabile giustizia papalina. Inizialmente l'unica risorsa di acqua potabile del ghetto era una fontana situata in piazza Giudea, fuori dei confini del recinto, perciò le condizioni igieniche all'interno erano spaventose. Una fontana più piccola venne poi edificata all'interno del recinto, solo molti anni dopo. Inoltre, essendo questo uno dei punti altimetricamente più bassi di Roma, il rischio di subire lo straripamento del vicino Tevere era un'altra costante minaccia. |
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| Fuori del ghetto gli ebrei maschi dovevano indossare un pezzo di stoffa gialla sul berretto, mentre le donne dovevano portare uno scialle o un velo dello stesso colore, per essere facilmente identificabili. Non era permesso loro di possedere beni immobili; le case dove abitavano venivano prese in affitto da proprietari non ebrei, che le affittavano ai membri della comunità a prezzi calmierati da una legge chiamata Ius Gazzagà. Di norma, il contratto di affitto passava in eredità ai discendenti del primo locatario, per cui molti appartamenti venivano occupati dalle stesse famiglie per varie generazioni. La popolazione ebraica, però, continuava a crescere rapidamente, anche perché gli ebrei di altre città dello Stato Pontificio venivano costretti ad emigrare a Roma: nella seconda metà del XVII secolo gli abitanti del ghetto erano divenuti circa 9000. Il recinto dovette essere leggermente allargato; così venne aggiunta una quarta porta. |
via della Reginella, dove sorgeva la sesta porta del ghetto |
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Tra le attività alle quali erano maggiormente dediti i membri della comunità c'era quella dello stracciarolo, cioè lo straccivendolo che girava per le strade con un carretto al grido di aèo! e quella del falegname (degli ebanisti ebrei, di cui era nota l'abilità, si servivano anche famiglie nobili).
il Tempietto del Carmelo, dove si tenevano le "prediche coatte"; sullo sfondo è il balcone di Palazzo Costaguti (XVI secolo) |
Ciò non toglie che vi fossero nella comunità anche esponenti più benestanti, dediti a mestieri quali l'affitto degli abiti o anche il prestito di denaro, per i quali tuttavia restavano in vigore gli stessi provvedimenti restrittivi di cui sopra. Tuttavia leggi speciali, che assai spesso cambiavano col succedersi dei vari papi, limitavano le attività che i membri della comunità potevano ufficialmente svolgere. Nel 1572 Gregorio XIII decretò che il sabato i membri adulti della comunità fossero costretti ad assistere alle cosiddette prediche coatte, il cui scopo era di convincere gli ebrei a convertirsi al cristianesimo; questi sermoni si tenevano nella piccola chiesa di San Gregorio, detta perciò anche San Gregoretto (ora dirimpetto alla grande sinagoga eretta nel 1904) e presso il minuscolo Tempietto del Carmelo di via Santa Maria in Publicolis. Si dice che in molti usassero tapparsi le orecchie con la cera per non dover ascoltare le odiate prediche; ma coloro che finivano con l'addormentarsi venivano risvegliati a calci dalle guardie papaline che sorvegliavano lo svolgimento della funzione. |
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| Sulla facciata della chiesa di San Gregorio si legge ancora oggi un'eloquente iscrizione bilingue in latino ed ebraico, riferita ad un passaggio del profeta Isaia: « ho teso per tutto il giorno le mani ad un popolo incredulo, che procede lungo una strada non buona, seguendo le proprie idee, ad un popolo che proprio davanti a me continuamente mi provoca all'ira ». |
Solo all'interno del ghetto agli ebrei era consentito professare la propria religione: un edificio dell'enclave ospitava cinque scuole, una per ciascuna confessione ebraica a cui apparteneva la popolazione locale.
| Oltre alle discriminazioni, gli abitanti del ghetto dovevano sottostare a diverse tradizioni e rituali umilianti. Per esempio, durante le feste del Carnevale Romano, un certo numero di ebrei anziani veniva fatto correre lungo l'arteria centrale della città, mentre la folla li beffeggiava e lanciava ogni sorta di rifiuti; questa tradizione fu poi trasformata nella corsa dei cavalli barberi. Roma non era l'unica città dove in quegli anni le comunità ebraiche erano sottoposte a discriminazioni: leggi simili a queste furono promulgate anche altrove in Italia (Venezia, Bologna, Ferrara, ecc.); già nel medioevo erano state attuate campagne di espulsione in paesi quali la Spagna, la Francia, l'Inghilterra. Infatti sembra che lo stesso vocabolo ghetto derivi da quello veneziano, il primo mai istituito (1511), che trovandosi nei pressi di una fonderia fu chiamato campo gheto (da getto, cioè scarto della produzione di metalli). |
vicolo Costaguti, quasi una galleria, mette in collegamento un cortile interno |
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Inoltre non tutti i papi e gli esponenti del potere pontificio si mostrarono duri con gli ebrei. Il vescovo e governatore generale di Roma Annibale Rucellai proibì qualsiasi maltrattamento emanando in data 15 gennaio 1595 il bando sottostante, il cui testo recitava:
Per quanto possa apparire un bando severo, l'ultima riga ci dice che i ricchi e i nobili avrebbero potuto facilmente evitare la sentenza. Inoltre all'elezione di un nuovo papa l'atteggiamento della Chiesa di Roma verso gli ebrei poteva spesso mutare, a volte in modo radicale.
un lato di via del Portico d'Ottavia è ancora oggi costituito da una fila di case antiche (secoli XV-XVI) |
Quando nel 1798 Roma cadde sotto l'assedio delle truppe napoleoniche, l'amministrazione francese aprì il ghetto. Ma poi nel 1815 fu restaurata l'autorità papale e Pio VII sancì nuovamente la chiusura notturna delle porte del recinto. L'unica concessione fatta dal successivo papa Leone XII, poco dopo il 1830, fu di decretare un'ulteriore espansione del confine del ghetto, comprendendovi via di Sant'Ambrogio e via della Reginella (nell'illustrazione d'apertura si trovano nell'angolo in alto a sinistra ); a quest'ultima strada si provvide ad applicare un sesto portone. Ma il fanatico pontefice inasprì ancora di più le restrizioni per la comunità ebraica, vietando ai suoi membri qualsiasi diritto al possesso privato e costringendoli a disfarsi dei propri beni materiali nel più breve tempo possibile. Per questo molti di loro dovettero abbandonare Roma. Il ghetto fu brevemente riaperto durante i cinque mesi della Repubblica Romana (febbraio - luglio 1849); in questa occasione furono abbattuti muri e porte dell'enclave. Ma Pio IX, una volta tornato in carica, costrinse la comunità a rientrare nel ghetto, anche se ormai privo di barriere fisiche. |
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frammento di età romana su una casa del XV secolo |
Verso la fine della II Guerra Mondiale però la storia tornò ad esigere dal ghetto un pesantissimo tributo, durante l'occupazione di Roma da parte delle milizie naziste. Tra gli episodi più tragici di quei giorni si ricorda infatti il rastrellamento di 1022 esponenti della comunità ebraica, poi deportati ad Auschwitz, gran parte dei quali non fecero ritorno. Era il 16 ottobre 1943. Oggi molti membri della comunità non vivono più qui, ma molti altri vi risiedono ancora, sebbene tutti considerino il ghetto come un luogo comune di incontro in occasioni speciali e festività religiose. |
↑ in alto: via di Sant'Ambrogio |
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la sinagoga |
Qualche ristorante in zona mantiene viva la cucina giudaico-romanesca, una tradizione vecchia di secoli che fonde tipici piatti ebraici con ricette romane, fra cui i famosi carciofi fritti alla giudìa. Invece i cosiddetti "fagottari", clienti che usavano portare il proprio pasto in un fagotto, per cui ordinavano solo il vino, non si incontrano più; questa abitudine è ormai scomparsa. Nel ghetto anche la lingua subiva l'influenza della cultura di origine degli abitanti. Il dialetto giudaico-romanesco, che una volta era diffuso tra i membri della comunità, non era troppo dissimile da quello "classico" parlato altrove a Roma, ma faceva uso di molti vocaboli diversi, di chiara origine ebraica. |
↓ in basso: androne di un palazzo del XVI secolo |
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