~ la lingua e la poesia ~
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Trilussa
(1871 - 1950)


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Trilussa è l'anagramma del cognome del poeta romano Carlo Alberto Salustri, che fin da giovanissimo firmò con questo pseudonimo un gran numero di poesie, alcune delle quali in forma di sonetto (cfr. Belli), altre con una metrica assai variabile e a volte in verso libero. Tra i poeti dialettali romani è senz'altro il più conosciuto e apprezzato al di fuori della città di origine, anche per via del suo stile meno aspro, che lo rende più comprensibile al pubblico non romano: « Il romanesco di Trilussa è un linguaggio così vicino alla lingua comune che può essere facilmente inteso dagli italiani di ogni regione.» (dalla prefazione di Arnoldo Mondadori alla prima raccolta completa delle sue poesie).

Dopo la prima pubblicazione dei versi belliani, verso la fine del XIX secolo, a Roma si andava affermando sempre più l'uso del dialetto da parte di poeti, scrittori, commediografi e attori, quali Cesare Pascarella, Giggi Zanazzo, Francesco Chiappini (ricordato anche come autore del primo vero dizionario di dialetto romanesco mai pubblicato), Nino Ilari, Luigi Ferretti, Augusto Marini, Giggi Pizzirani, Augusto Sindici, Luigi Randanini, Pippo Tamburri.

In questo fermento l'adolesente Carlo cominciò a muovere i primi passi nel mondo della poesia. Tuttavia non brillava affatto negli studi e dovette ripetere la seconda e la terza elementare. Quando le sue prime poesie furono esaminate da Francesco Chiappini, che oltre ad essere poeta dialettale era anche il suo insegnante di lettere, quest'ultimo espresse chiaramente alla madre del ragazzo seri dubbi che il figlio potesse mai diventare un poeta. E nonostante la previsione fosse poi clamorosamente smentita dai fatti, negli anni a venire Chiappini continuò a criticare Trilussa, contestandone l'uso di un dialetto imborghesito, che si discostava dalla tradizione e, chissà, forse anche per una certa invidia per i suoi successi.

Infatti quando nel 1887 il periodico dialettale Rugantino (che era stato appena rifondato da Giggi Zanazzo ed era quindi in cerca di nuovi talenti) pubblicò alcuni dei versi di Carlo, appena sedicenne, questi ricevettero un ottimo consenso da parte dei lettori, tanto che soli due anni dopo uscì la sua prima raccolta di poesie, Le stelle de Roma. In seguito Trilussa pubblicò anche su testate giornalistiche di maggiore diffusione, tra cui il Messaggero e il Resto del Carlino.

Trilussa in gioventù
e in età matura
Nei primi due decenni del nuovo secolo la sua popolarità un po' alla volta si trasformò in vera e propria fama: in diverse città tenne numerosi recital durante i quali declamava le proprie poesie, venendo così conosciuto e apprezzato anche nel resto d'Italia; nel 1924 si esibì perfino in Sudamerica.
Ciononostante, non fu mai un intellettuale, né un frequentatore dei circoli letterari, ai quali continuava a preferire i luoghi del popolo, come i caffé e le osterie. Detestava il movimento futurista, che in quegli anni si andava rapidamente diffondendo, in quanto i temi esaltati dalle opere di Marinetti e compagni (movimento, velocità, tecnologia, guerra, ecc.) erano diametralmente opposti a quelli a lui cari.

Era un uomo di presenza fisica notevole: molto alto di statura, sempre ricercato nell'abbigliamento; si godeva edonisticamente i piaceri della vita, nonostante avesse spesso problemi finanziari. Nei primi anni del Novecento ebbe un flirt con un'attrice del cinema muto, Leda Gys (Gisella Lombardi), che egli stesso, ormai famoso, contribuì a lanciare, ma non prese mai moglie.

il busto di Trilussa nella piazza omonima


L'astro di Trilussa brillò fino alla fine degli anni '30. Dopo la II Guerra Mondiale uscì l'ultima delle sue raccolte di versi (la trentesima), Pane e vino, del 1944.


Trilussa seduto ad un caffé
Il poeta era ormai anziano, malato e sempre più in difficoltà economiche.
Nel 1950 gli fu conferito il titolo di senatore a vita per alti meriti in campo letterario e artistico; "Semo ricchi!" fu il suo ironico commento alla vecchia governante nell'apprendere la notizia, ben sapendo che quella non era molto più che una carica onorifica. Ma non rimase senatore a lungo: infatti morì appena venti giorni dopo il conferimento.

il sepolcro del poeta decorato dall'antico sarcofago
Il Comune di Roma dispose allora che la sua tomba fosse impreziosita con un autentico sarcofago antico, unico tra i poeti dialettali romani a ricevere questo riconoscimento. Quattro anni dopo, piazza di Ponte Sisto in Trastevere venne rinominata piazza Trilussa in suo onore e lì gli venne eretto un monumento che lo ritrae nell'atto di declamare una delle sue poesie, affacciandosi da dietro alcuni reperti antichi; ma il busto di bronzo fu oggetto di critiche per la posa curiosa.

Circa mezzo secolo prima dell'approccio di Trilussa alla poesia, Belli era stato ispirato dallo stridente contrasto tra le classi sociali più agiate e quelle più basse, e dalla lotta che quest'ultime quotidianamente sostenevano per ottenere anche solo l'essenziale al proprio sostentamento. Ma la Roma fin de siècle, ormai liberata dal giogo del papa re, aveva ben altra struttura sociale: la piccola borghesia, dalla quale Trilussa stesso proveniva, era cresciuta ed era ora la classe più comunemente rappresentata. Le sue poesie sono dunque popolate da nuovi personaggi, tipici di questo nuovo mondo, quali la casalinga, il commesso di negozio, la servetta, il politico, e così via.

Oltre a comporre versi, il poeta illustrava anche alcuni dei suoi sonetti e poesie con disegni, una piccola selezione dei quali è mostrata qui a sinistra e più in basso, rivelando un altro lato del suo temperamento artistico.

Il dialetto usato da Trilussa è piuttosto diverso da quello dei "Sonetti" belliani: molto più limato nei suoi tratti dialettali, e assai più vicino all'italiano, come d'altronde veniva parlato in quegli anni: uno degli effetti del nuovo livello culturale medio della popolazione, che verso la fine dell'800, dopo la caduta dello Stato Pontificio, si era notevolmente innalzato. Per questo motivo Trilussa ricevette anche critiche da alcuni poeti dialettali del suo tempo più vicini alla tradizione.

Anche il contenuto delle loro opere è chiaramente diverso. Mentre Belli usava la poesia come pretesto per fare della satira, Trilussa, al contrario, usava l'ironia come pretesto per liberare la sua vena poetica. La conseguenza è che le composizioni di Trilussa sono meno pungenti e meno amare dei sonetti al vetriolo di Belli, ma il tipo di umorismo a cui entrambi attingono è esattamente lo stesso.

Altra caratteristica delle opere di Trilussa è la frequente presenza degli animali più disparati: in molte delle sue poesie leoni, pecore, gatti, cani, maiali, topi, grilli, danno vita a divertenti situazioni che mettono in ridicolo i molti vizi e difetti dell'uomo; la breve poesia L'Omo e la Scimmia è emblematica:

L'Omo 1 disse a la Scimmia:
-- Sei brutta, dispettosa:
ma quanto sei ridicola!
ma quanto sei curiosa!

Quann'io te vedo, rido;
rido nun se sa quanto!... --
La Scimmia disse: -- Sfido!
T'arissomijo
2 tanto!...
1 - L'Uomo
2 - Ti rassomiglio

Così facendo, Trilussa rinnova una tradizione antica, le cui radici risalgono alle favole di Esopo (VI secolo aC), seguite da quelle di Fedro nell'antica Roma (I secolo) e poi, via via nel tempo, da vari altri autori, fino al poeta francese La Fontaine (metà del XVII secolo).

alcune vignette di Trilussa che
traggono spunto dai suoi versi

Tra i meriti artistici di Trilussa viene anche ricordata una collaborazione con due famosi fantasisti dell'epoca, Ettore Petrolini (1884-1936), con cui scrisse alcuni testi brillanti in dialetto, e Leopoldo Fregoli; inoltre fu autore di alcuni slogan pubblicitari.





SONETTI

POESIE


la targa alla base del busto del poeta, con una delle sue famose poesie








BERNERI

BELLI

PASCARELLA

ZANAZZO

FABRIZI