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Giuseppe Gioachino Belli
(1791 - 1863)
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Giuseppe Belli (per esteso: Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli) è reputato unanimemente il poeta dialettale romano più tradizionale ed influente, quello il cui stile linguistico viene riconosciuto essere il più verace. Fra il 1824 e il 1846 scrisse oltre 2.200 sonetti, ognuno dei quali è una fedele immagine della città ai primi dell'Ottocento, vista attraverso gli occhi della gente del popolo.
La sua introduzione alla raccolta di sonetti non lascia dubbi sui suoi intenti letterari: « Io ho deliberato di lasciare un monumento alla plebe di Roma...».
Egli era in netto contrasto con la struttura sociale del suo tempo.
Roma era governata dal pontefice, il Papa Re, proprio come avrebbe fatto un monarca. Un ristretto numero di aristocratici e l'arrogante clero costituivano le classi sociali più alte, il cui potere aveva ormai perso qualsiasi giustificazione storica o morale. All'estremo opposto della scala sociale si contrapponeva loro il popolino, fanatico e superstizioso, i cui unici diversivi erano le molte manifestazioni di piazza, indette per celebrare e glorificare i potenti, ma anche le altrettanto numerose pubbliche esecuzioni (tanto che uno dei boia divenne addirittura un personaggio famoso, cfr. Quando Mastro Titta passava ponte, nella sezione Curiosità romane).
Belli scrisse:
« I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n'ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie.»
Questa era ancora la sua posizione quando, all'età di 70 anni, scrisse: « [il romanesco] è la lingua non di Roma, ma del rozzo e spropositato suo volgo», definendolo « nuda, gretta e anche sconcia favella».
Tale atteggiamento un po' snob ed altezzoso verso la società e il pessimismo nei confronti della vita, in cui la sua graffiante satira affonda le radici, trovano in buona parte giustificazione nella sua lunga ed a tratti travagliata vita, durante la quale sopravvisse ai fratelli minori e a una sorella, alla moglie, a una figlia, a una nuora e persino ad alcuni nipoti.
Essendo rimasto orfano in giovane età, attorno ai sedici anni smise di ricevere un'educazione scolastica, ma proseguì comunque i suoi studi come autodidatta. Dopo aver vissuto tre anni con una coppia di zii, dai quali fu trattato con durezza, ottenne un posto da contabile - il primo di molti lavori che svolse, tra cui quello di insegnante privato, di impiegato, ecc. - e cambiò residenza svariate volte, finché all'età di 26 anni, avendo sposato la figlia di un ricco avvocato, finì con lo stabilirsi. Entrò in contatto molto presto col mondo accademico letterario e fu cofondatore dell'Accademia Tiberina. È nel corso di questi anni che cominciò a firmare le sue opere col doppio nome Giuseppe Gioachino.
La sua salute non era molto buona, come non lo erano neppure le sue finanze, avendo perso il posto nel 1826 e non avendo più lavorato fino al 1841. Soffriva di una serie di acciacchi, tra cui un esaurimento nervoso che lo colpì dopo la morte della moglie quando, coperto di debiti, dovette vendere i mobili di casa e cambiare radicalmente stile di vita.
Negli anni della maturità Belli fu anche profondamente colpito dai cambiamenti che avevano luogo nella società di Roma: aveva già da tempo abbandonato la posizione critica verso il papato quando nel 1849 il popolo cacciò via il papa fondando, seppure per brevissimo tempo, la Repubblica Romana, il primo vero passo verso la caduta dello Stato Pontificio avvenuto nel 1870 (a cui Belli, però, non assistette essendo morto otto anni prima): « ...ormai sembrami d'essere divenuto in Roma un forastiere, o di non abitare più in Roma, tanto mi si è rinnovato il popolo attorno » (1850).

Composti in larghissima parte prima della svolta conservatrice, i suoi sonetti denunciano l'inconsistenza della decadente società del suo tempo. Ma quando tale condizione pluricentenaria cominciò davvero a incrinarsi, le idee di Belli non erano più quelle di prima!


il monumento (1913) edificato coi fondi raccolti
per pubblica sottoscrizione, con la dedica:

AL SUO POETA
G.G.BELLI
IL POPOLO DI ROMA
Ognuna delle sue composizioni dà vita ad una vignetta ricca di spirito che, attraverso la lente della sua bruciante satira, rivela l'amaro e pessimistico atteggiamento di Belli nei confronti della vita e della condizione umana. Allo stesso tempo, i suoi sonetti, e ancor di più le sue note a piè di pagina, ci forniscono un'enorme quantità di interessanti informazioni sulla vita quotidiana della Roma dei primi dell'800.
Alcuni dei sonetti hanno per tema soggetti biblici; in essi i personaggi parlano, pensano e agiscono alla stregua di tipici esponenti del popolo romano.

Non a caso, delle molte opere in versi e saggi scritti in italiano, Belli viene ricordato esclusivamente per i suoi Sonetti.

È probabile che il poeta avesse avuto in mente di pubblicare la sua raccolta di sonetti, perché per un certo tempo ne tenne il conto con cura, pur tuttavia senza numerarli. Il manoscritto riporta il titolo generico di Poesie Romanesche, ma si ritiene che in seguito potrebbe averlo cambiato con Il 996 (numero che in alcuni casi usava come una firma, somigliandone la forma alle sue iniziali "ggb").
Negli ultimi anni di vita però, in seguito alla svolta religiosa, il poeta rinnegò i suoi sonetti, dichiarandoli «...sparsi di massime, pensieri, parole riprovevoli...», rifiutando di riconoscere in essi i propri sentimenti; «...esiste una cassetta piena di miei manoscritti in versi. Si dovranno ardere!» scrisse nel suo testamento. Per fortuna ciò non accadde.


i due volti del poeta:
il giovane anticlericale
poi rinnegato dall'anziano
Una raccolta dei "Sonetti" uscì per la prima volta oltre 20 anni dopo la sua morte. Molti altri furono rinvenuti in seguito (alcuni dei quali incompiuti), e la prima edizione completa dovette attendere quasi un secolo, venendo pubblicata nel 1952.
Molto del loro vigore è dovuto all'uso del dialetto romanesco: diversamente, un gioco di parole o un'espressione caratteristica non avrebbero la stessa efficacia, in italiano come in nessun'altra lingua. Per questo motivo la letteratura "ufficiale" non li ha mai tenuti in gran considerazione e, per quanto mi risulti, seri tentativi di traduzione sono stati fatti molto di rado.

Ognuno di essi racconta un breve aneddoto, uno schizzo della vita di tutti i giorni; gli elementi principali della storia si snodano rapidamente nell'apertura, mentre i versi finali contengono una conclusione, di solito umoristica o ironica, a volte lirica o persino filosofica.
Quasi tutti recano la data di composizione e, almeno fino al 1833, sono firmati Peppe er tosto oppure Er medemo (cioè "il medesimo").

la casa natale del poeta, a via dei Redentoristi 5

Ciascun sonetto ha una struttura semplice: due quartine seguite da due terzine; la rima nella maggioranza dei casi si attiene allo schema:

A B B A - A B B A - C D C - D C D
ma a volte:
A B A B - A B A B - C D C - D C D
e nella seconda metà dei sonetti le terzine finali sono collegate solo dalla rima del verso centrale:
A B A B - A B A B - C D C - E D E
In questa breve antologia sono stati scelti quelli che non subiscono un'eccessiva alterazione nella versione italiana (sebbene in quest'ultima la rima e la metrica vadano comunque in larga parte perdute). Per comodità sono stati divisi nelle seguenti tematiche, nelle quali viene rispettato l'ordine cronologico in cui i sonetti furono scritti:
la società e il quotidiano
LA SOCIETA' E
IL QUOTIDIANO
preti, frati, papi e la chiesa di Roma
PRETI, FRATI, PAPI E
LA CHIESA DI ROMA
sonetti licenziosi
SONETTI
LICENZIOSI
temi biblici
TEMI
BIBLICI




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G.Berneri
BERNERI
C.Pascarella
PASCARELLA
G.Zanazzo
ZANAZZO
Trilussa
TRILUSSA
A.Fabrizi
FABRIZI