I parte - il lato settentrionale ~ pagina 1 ~ |
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Il livello del terreno, tuttavia, col passare del tempo si era notevolmente innalzato, cosicché nel XVI secolo la porta appariva in parte interrata. Nel 1562-65, papa Pio IV la fece completamente ricostruire secondo lo stile rinascimentale. Ne era stata data la commissione a Michelangelo, che però all'epoca era già occupato e quindi girò l'incarico ad un altro importante architetto, Nanni di Baccio Bigio. La nuova forma della porta era ispirata ad un enorme portale, simile a quello che avevano i molti palazzi in cui vivevano famiglie ricche o nobili. In tal modo Porta del Popolo combinava la sua funzione tradizionale, cioè quello di accesso protetto alla città, con un disegno altamente decorativo che quasi ne mascherava la funzione difensiva. Nel corso dello stesso secolo furono edificate altre due porte seguendo un modello analogo: Porta Pia (descritta a pagina 3) e Porta San Giovanni (III parte, pagina 1), ma nessuna delle due rimpiazzò una struttura originale romana come invece fece questa. |
Porta del Popolo dall'interno |
Le colonne sul lato esterno provengono dall'antica basilica di San Pietro, che in quegli anni stava venendo smantellata per costruire quella attuale.
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Quando nel 1655 la regina Cristina di Svezia venne a Roma, invitata da papa Alessandro VII, Gianlorenzo Bernini fu incaricato di collocare una grande impresa araldica della famiglia Chigi (a cui apparteneva il papa) sul lato interno dell'attico, assieme ad un'iscrizione in latino: « che il tuo ingresso possa essere felice e fausto ». |
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Durante questi lavori vennero alla luce alcuni resti dell'originale struttura romana, che confermò come questa un tempo fosse davvero la Porta Flaminia, permettendo anche di stabilire l'altezza dell'antico piano stradale, piuttosto basso rispetto a quello attuale. Tornati nel piazzale Flaminio, guardando verso la porta, sulla destra il muro si esaurisce quasi subito, mentre sul lato opposto segue l'altura del Pincio. Questo tratto di muro, così come la strada che si snoda alla base, è stata chiamata Muro Torto per via di un parziale crollo della struttura in laterizio, presso il primo gomito, avvenuto poco dopo la sua costruzione: lo storico Procopio di Cesarea nel VI secolo già scriveva (Guerra Gotica I, XXIII) che i Romani lo chiamavano Murus Ruptus. Per questo nel medioevo fu anche detto Muro Malo. |
il Muro Torto |
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Gli stessi terreni presso questo tratto di muro, al di fuori dei confini urbani, un tempo avevano una cattiva fama in quanto anticamente vi venivano seppelliti i non cristiani, le prostitute, i condannati a morte che avevano rifiutato di pentirsi prima dell'esecuzione e in generale chiunque la cui tumulazione fosse sgradita alle chiese cittadine. Ecco probabilmente perché nacque la suddetta leggenda del fantasma di Nerone. È meglio seguire il manto erboso tenendosi sulla destra del sentiero, appena vicino al bordo: sul lato opposto della strada il muro raggiunge molto presto un'altezza di circa 20 metri, circondando il ripido Pincio sul lato orientale, poi su quello settentrionale. ← il lato orientale del Pincio; il grosso torrione non è un'antica postazione delle guardie, bensì un ascensore del 1900 c.ca, ora in disuso |
Dopo una curva stretta, anche il terreno della villa diventa un po' più ripido;
il dislivello con via del Muro Torto si fa cospicuo. Stiamo salendo verso il ponte che collega Villa Borghese ai giardini del Pincio; come proprietà privata, fino ai primi del '900, Villa Borghese non aveva accesso a quest'area, che era raggiungibile solo dall'altro versante del colle: dopo essere divenuto un parco pubblico - il re d'Italia lo acquistò dalla famiglia Borghese - entro qualche anno fu realizzato il ponte, che garantiva una comoda e suggestiva via d'accesso ai giardini, incrociando dall'alto via del Muro Torto. Una rapida digressione lungo questi viali ombrosi, decorati da un gran numero di busti marmorei di artisti e scienziati italiani famosi, non porterà via molto tempo. Traversate il ponte, e seguite il primo viale a destra: qui si incontra dopo poche decine di metri un curioso orologio ad acqua [rif. pianta a], costruito nel 1807: ha una struttura esterna per la maggior parte di legno, mentre lall'interno ha un complesso e delicato meccanismo mosso appunto dall'acqua, realizzato dal domenicano Giovanbattista Imbriaco (i romani ovviamente scherzano sul cognome dell'autore). |
l'orologio ad acqua |