~ la lingua e la poesia ~
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GIUSEPPE GIOACHINO BELLI

sonetti

altre tematiche:

TEMI BIBLICI

LA SOCIETA' E IL QUOTIDIANO

PRETI, FRATI, PAPI
E LA CHIESA DI ROMA



SONETTI LICENZIOSI
LA MADRE DE LE SANTE
ER PADRE DE LI SANTI
ER MOSTRO DE NATURA
ER COMMERCIO LIBBERO
LA MADRE DELLE SANTE
IL PADRE DEI SANTI
IL MOSTRO DI NATURA
IL LIBERO COMMERCIO


LA MADRE DE LE SANTE

  Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina,
e ddà ggiú co la cunna e cco la potta.

  Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo scella, patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,

  sorca, vaschetta, fodero, frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,

  fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.

    E ssi vvòi la scimosa,
chi la chiama vergoggna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.

Roma, 6 dicembre 1832

LA MADRE DELLE SANTE

  Chi vuol chiedere il sesso a Caterina,
per farsi capire dalla gente dotta
sarebbe costretto a dire vulva, vagina [1],
e proseguire con cunno e con potta [2].

  Ma noi altri gente alla buona
diciamo cella, patacca, passerina,
fessa, spacco, fessura, buca, grotta,
fregna, fica, ciabatta, chitarrina.

  sorca [3], vaschetta, fodero, frittella,
uccellina, sporta, parrucca, varpelosa [4],
chiavica, gattaiuola [5], finestrella.

  fischiaiola, quel-fatto, quella-cosa,
urinale, fracosce, lumachella,
la-gabbia-del-pipino, e la-brodosa.

    E in conclusione, se vuoi,
chi la chiama vergogna, chi natura,
chi ciofeca, tagliola e sepoltura.

Roma, 6 dicembre 1832

[1] · Vaccina è una furbesca fusione di "vagina" e "vacca".
[2] · Termini non più in uso indicanti i genitali femminili; il Vocabolario degli accademici della Crusca (2ª edizione, 1623) alla voce potta scrive: « Parte vergognosa della femmina. Lat. cunnus.»
[3] · La femmina del sorcio.
[4] · Corruzione dell'eufemismo "valle pelosa".
[5] · Pertugio che consente il transito ai gatti.


ER PADRE DE LI SANTI

  Er cazzo se pò ddí rradica, uscello,
ciscio, nerbo, tortore, pennarolo,
pezzo-de-carne, manico, scetrolo,
asperge, cucuzzola e stennarello.

  Cavicchio, canaletto e cchiavistello,
er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
attaccapanni, moccolo, bbruggnolo,
inguilla, torciorecchio, e mmanganello.

  Zeppa e bbatocco, cavola e tturaccio,
e mmaritozzo, e ccannella, e ppipino,
e ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio.

  Poi scafa, canocchiale, arma, bbambino:
poi torzo, crescimmano, catenaccio,
mànnola, e mmi'-fratello-piccinino.

    E tte lascio perzino
ch'er mi' dottore lo chiama cotale,
fallo, asta, verga, e mmembro naturale.

    Cuer vecchio de spezziale
disce Priàpo; e la su' mojje pene,
seggno per dio che nun je torna bbene.

Roma, 6 dicembre 1832

IL PADRE DEI SANTI [1]

  Il genitale maschile può dirsi radice, uccello,
uccellino, nerbo, bastone, porta-penne [2]
pezzo-di-carne, manico, cetriolo,
aspersorio, zucchina e mattarello.

  Cavicchia, paletta [3], chiavistello,
il giunco, il guercio, il mio, nerchia, piolo,
attaccapanni, mozzicone di candela, fungo [4],
anguilla, listello [5] e manganello.

  Zeppa e batacchio, cavola [6] e turacciolo,
e maritozzo, e cannula, e pipino,
e salame, e salsiccia, e sanguinaccio.

  Poi baccello, cannocchiale, arma, bambino,
poi torso, cresci-in-mano, catenaccio,
mandorla e mio-fratello-piccolino.

    E ci aggiungo persino
che il mio dottore lo chiama cotale,
fallo, asta, verga e membro naturale.

    Quel vecchio del farmacista
dice Priapo, e sua moglie pene,
segno, per Dio, che non le torna bene.

Roma, 6 dicembre 1832

[1] · Uno dei più celebri sonetti di Belli, legittimo seguito del precedente, il cui titolo nella primitiva stesura avrebbe dovuto essere "Cinquanta nomi".
[2] · Cioè astuccio per le penne d'oca.
[3] · Strumento usato per tirare su riso, legumi, ecc.
[4] · Il "brugnolo" è un tipo di fungo mangereccio.
[5] · Segmento di legno per chiudere fessure, rinforzare i mobili, ecc.
[6] · Rubinetto della botte, per spillarne il contenuto.


ER MOSTRO DE NATURA

  Che vvòi che sseguitassi! Antre campane
sce vonno, sor Mattia, pe cquer batocco!
L'ho ssentit'io ch'edèra in nel'imbocco!
Ma ffréghelo, per dio, che uscello cane!

  Va ccosa ha d'accadé mmó a le puttane!,
de sentimme bbruscià cquanno me tocco!
Si è ttanto er companatico ch'er pane,
cqua ssemo a la viggija de San Rocco.

  N'ho ssentiti d'uscelli in vita mia:
ma cquanno m'entrò in corpo quer tortore
me sce fesce strillà Ggesummaria!

  Madonna mia der Carmine, che orrore!
Cosa da facce un zarto e scappà vvia.
Ma nun me frega ppiú sto Monzignore.

Roma, 9 dicembre 1832

IL MOSTRO DI NATURA [1]

  Come avrei mai potuto continuare!
Servono altre campane per quel batacchio, signor Mattia! [2]
L'ho sentito io cos'era all'ingresso!
Accidenti a lui, che pene terribile!

  Guarda cosa accade ora alle prostitute!
Sentirmi bruciare quando mi tocco!
Se il companatico è tanto quanto il pane, [3]
qui siamo prossimi ad un parto clandestino. [4]

  Ne ho sentiti di membri in vita mia:
ma quando mi entrò in corpo quel bastone
mi fece gridare Gesù Maria! [5]

  Madonna mia del Carmine, che orrore!
Roba da fare un salto e scappare via
ma non ci casco più [6] con questo Monsignore.

Roma, 6 dicembre 1832

[1] · Questo sonetto avrebbe potuto essere classificato fra quelli che hanno per tema il clero, ma....
[2] · Metafora dei genitali femminile e maschile.
[3] · Altra metafora: "se le conseguenze dell'atto sessuale saranno della stessa portata dell'atto stesso".
[4] · Annesso alla chiesa di S.Rocco era un'ospizio che accoglieva le partorienti clandestine.
[5] · Fra le popolane romane, Gesummaria! era la più comune esclamazione.
[6] · Furbesco gioco di parole: fregare ha il doppio significato di "ingannare", ma anche di "possedere carnalmente".


ER COMMERCIO LIBBERO

  Bbe'! Ssò pputtana, venno la mi' pelle:
fo la miggnotta, sí, sto ar cancelletto:
lo pijjo in cuello largo e in cuello stretto:
c'è ggnent'antro da dí? Che ccose bbelle!

  Ma cce sò stat'io puro, sor cazzetto,
zitella com'e ttutte le zitelle:
e mmó nun c'è cchi avanzi bajocchelle
su la lana e la pajja der mi' letto.

  Sai de che mme laggn'io? nò dder mestiere,
che ssaría bbell'e bbono, e cquanno bbutta
nun pò ttrovasse ar monno antro piascere.

  Ma de ste dame che stanno anniscoste
me laggno, che, vvedenno cuanto frutta
lo scortico, sciarrubbeno le poste.

Roma, 16 dicembre 1832

IL LIBERO COMMERCIO

  Ebbene? Sono puttana, vendo la mia pelle:
faccio la prostituta, sì, sto al cancelletto [1] :
lo prendo in quello largo e in quello stretto [2] :
c'è nient'altro da dire? Che belle cose! [3]

  Ma, signor babbeo, sono stata anch'io
vergine come tutte le ragazze;
e adesso non v'è più alcuno che avanzi crediti
sulla lana e la paglia del mio letto. [4]

  Sai di cosa mi lagno? Non del mestiere
che sarebbe bello e buono, e quando rende
non può trovarsi al mondo altro piacere.

  Ma delle signore altolocate che stanno nascoste
mi lagno, le quali, vedendo quanto frutta
l'attività, ci rubano i clienti.

Roma, 16 dicembre 1832

[1] · Le prostitute usavano mostrarsi da locali che davano sulla strada chiusi da un cancello basso, così che la parte superiore fungeva da finestra.
[2] · Evidente allusione a... varie pratiche sessuali.
[3] · Evidentemente obiettando ad una critica mossale.
[4] · L'intera frase ha il significato di: "E ora non vi è nessuno che non abbia conosciuto il mio letto".


INTRODUZIONE
TEMI BIBLICI
LA SOCIETA' E
IL QUOTIDIANO

PRETI, FRATI, PAPI
E LA CHIESA DI ROMA





TEMI BIBLICI
LA CREAZZIONE DER MONNO
ER GIORNO DER GIUDIZZIO
LOTTE A CASA
ER COMPANATICO DER PARADISO
L'APOSTOLO DRITTO
ER DUELLO DE DÀVIDE
ER ZAGRIFIZZIO D'ABBRAMO (I - III)
LA CREAZIONE DEL MONDO
IL GIORNO DEL GIUDIZIO
LOT A CASA
IL COMPANATICO DEL PARADISO
L'APOSTOLO ACCORTO
IL DUELLO DI DAVIDE
IL SACRIFICIO D'ABRAMO (I - III)


LA CREAZZIONE DER MONNO

  L'anno che Ggesucristo impastò er monno,
ché pe impastallo ggià cc'era la pasta,
verde lo vorze fà, ggrosso e rritonno
all'uso d'un cocommero de tasta.

  Fesce un zole, una luna, e un mappamonno,
ma de le stelle poi, di' una catasta:
sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:
piantò le piante, e ddoppo disse: Abbasta.

  Me scordavo de dì che ccreò ll'omo,
e ccoll'omo la donna, Adamo e Eva;
e jje proibbì de nun toccajje un pomo.

  Ma appena che a mmaggnà ll'ebbe viduti,
strillò per Dio con cuanta vosce aveva:
« Ommini da vienì, ssete futtuti ».

Terni, 4 ottobre 1831

LA CREAZIONE DEL MONDO

  L'anno che Gesù Cristo impastò il mondo,
per impastare il quale vi era già la pasta,
lo volle fare verde, grosso e rotondo
in guisa di un'anguria da tassello [1].

  Fece un sole, una luna e un mappamondo [2],
ma di stelle, poi, di' pure una moltitudine:
In alto gli uccelli, bestie in mezzo, e pesci in fondo:
piantò le piante, e quindi disse: Basta.

  Mi dimenticavo di dire che creò l'uomo,
e con l'uomo la donna, Adamo ed Eva;
e proibì loro di toccargli un pomo.

  Ma non appena li ebbe visti mangiare,
strillò, per Dio, con quanta voce aveva:
"Uomini a venire, siete nei guai".

Terni, 4 ottobre 1831

[1] · A Roma si usa comunemente sondare il grado di maturità delle angurie (o cocomeri) praticandovi un tassello ad una delle estremità; la "tasta", però, è più specificamente lo specillo o sondino.
[2] · Cioè il globo terracqueo.


ER GIORNO DER GIUDIZZIO

  Cuattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone
a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.

  Allora vierà ssù una filastrocca
de schertri da la terra a ppecorone,
pe rripijjà ffigura de perzone,
come purcini attorno de la bbiocca.

  E sta bbiocca sarà ddio bbenedetto,
che ne farà du' parte, bbianca, e nnera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.

  All'urtimo usscirà 'na sonajjera
d'Angioli, e, ccome si ss'annassi a lletto,
smorzeranno li lumi, e bbona sera.

Roma, 25 novembre 1831

IL GIORNO DEL GIUDIZIO [1]

  Quattro grandi angeli con le trombe in bocca
si disporranno uno per angolo
a suonare: poi con tanto di vocione
cominceranno col dire: sotto a chi tocca.

  Allora verrà su una moltitudine
di scheletri dalla terra, a carponi,
per riprendere sembianze umane
come pulcini attorno alla chioccia.

  E questa chioccia sarà Dio benedetto,
il quale ne farà due parti, bianca, e nera:
una per andare in cantina, una sul tetto. [2]

  In ultimo uscirà una schiera
d'angeli, e come se si andasse a letto,
smorzeranno le luci, e buona sera. 3

Roma, 25 novembre 1831

[1] · Uno dei più celebri sonetti belliani, nel quale il vigore della scena è stato spesso paragonato a quello di un quadro barocco. Questo è uno dei pochi sonetti di Belli che non abbia un finale umoristico.
[2] · Cioè all'inferno e in paradiso
[3] · L'immagine degli angeli che spengono le luci prima che tutto sia finito rimanda a quella degli stessi angeli che arrotolano il firmamento, un dettaglio del Giudizio Universale dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova (1305 c.ca). A sua volta questa riprende il passo dell'Apocalisse di Giovanni (6,12): "Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge".


LOTTE A CASA

  Cor zu' bbravo sbordone a mmanimanca,
du' pellegrini, a or de vemmaria
cercaveno indov'era l'Osteria,
perc'uno aveva male in d'una scianca.

  Ce s'incontra er zor Lotte, e jje spalanca
er portone discenno: « A ccasa mia ».
E lloro je risposeno: « Per dia,
dimani sarai fío dell'oca bbianca ».

  Quelli ereno du' angeli, fratello,
che ar vedelli passà li Ghimorrini
se sentinno addrizzà ttutti l'uscello.

  E arrivonno a strillà, fijji de mulo:
« Lotte, mannece ggiú li pellegrini,
che cce serveno a nnoi pe ddajje in culo ».

Roma, 17 gennaio 1832

LOT A CASA [1]

  Col loro bravo bordone nella sinistra,
due pellegrini all'ora del tramonto [2]
cercavano dov'era l'osteria,
perché uno aveva male ad una gamba.

  Incontrano il signor Lot, che spalanca
loro il portone dicendo: "A casa mia".
E loro gli rispondono: "Per Dio,
domani sarai figlio dell'oca bianca" [3].

  Quelli erano due angeli, fratello,
A veder passare i quali gli abitanti di Gomorra [4]
sentirono tutti di avere un'erezione.

  E quei figli di mulo arrivarono persino a gridare:
"Lot, mandaci giù i pellegrini,
ci occorrono per sodomizzarli".

Roma, 17 gennaio 1832

[1] · Secondo la Genesi, due angeli travestiti da pellegrini furono inviati a Sodoma per distruggere la città a causa della perversione dei suoi abitanti. Ricevettero ospitalità da Lot (il quale, per questa ragione, fu avvisato dagli angeli di fuggire dalla città il giorno successivo, per salvarsi). Gli abitanti di Sodoma si radunarono attorno alla casa di Lot, pretendendo da lui che consegnasse loro i due stranieri.
[2] · Prima dell'introduzione del sistema orario a partire dalla mezzanotte (cioè quello attuale, che all'epoca veniva detto "ora francese"), a Roma il tempo nell'arco della giornata si calcolava a partire dall'Ave Maria, che veniva recitata attorno alle 19 durante i mesi estivi e un'ora prima durante quelli invernali (si veda in proposito anche Il mezzogiorno a Roma).
[3] · Cioè: "Domani sarai un privilegiato".
[4] · Gomorra era l'altra città da distruggere a causa della depravazione; quindi, chi parla non fa alcuna differenza fra gli abitanti dell'una o dell'altra città.


ER COMPANATICO DER PARADISO

  Dio, doppo avé ccreato in pochi ggiorni
cuello che cc'è de bbello e cc'è de bbrutto,
in paradiso o in de li su' contorni
creò un rampino e ciattaccò un presciutto.

  E ddisse: « Cuella femmina che in tutto
er tempo che ccampò nun messe corni,
n'abbi una fetta, acciò nun magni asciutto
er pandescèlo de li nostri forni ».

  Morze Eva, morze Lia, morze Ribbecca,
fino inzomma a ttu' mojje a mman'a mmano,
morzeno tutte, e ppíjjele a l'inzecca.

  E tutte cuante cor cortello in mano
cuanno furno a ttajjà fesceno scecca:
sò sseimil'anni, e cquer presciutto è ssano.

Roma, 26 gennaio 1832

IL COMPANATICO DEL PARADISO [1]

  Dio, dopo aver creato in pochi giorni
quello che c'è di bello e di brutto,
in paradiso, o nei suoi paraggi,
creò un gancio e vi attaccò un prosciutto.

  E disse: "Quella donna che in tutta
la sua vita non mise corna,
ne riceva una fetta, così da non mangiare asciutto
il pane del cielo dei nostri forni".

  Morì Eva, morì Lia, morì Rebecca, [2]
insomma, fino a tua moglie, a mano a mano,
morirono tutte, scegli pure a caso.

  E tutte quante col coltello in mano
quando si trovarono a tagliare fecero cilecca:
sono seimila anni, e quel prosciutto è sano.

Roma, 26 gennaio 1832

[1] · Questo sonetto non è realmente tratto da un soggetto biblico, ma è nello stesso stile.
[2] · Rispettivamente, le mogli di Adamo, Giacobbe e Isacco.


L'APOSTOLO DRITTO

  L'Apostoli fasceveno fracasso
ché Ccristo er'ito via da sepportura;
quann'ecchete de fianco san Tomasso:
« Io nun ce credo un cazzo: è un'impostura ».

  Tratanto Ggesucristo de bbon passo
se n'aggnede ar cenacolo addrittura,
indove un buscettin de serratura
je serví dde portone de trapasso.

  « Ficca er tu' dito in cuesta costa vòta,
ggiacubbino futtuto, e cqua ppòi vede
s'io sò arivivo, oppuro è una carota ».

  Allora San Tomasso in piede in piede
prima annò ar tasto da perzona ssciòta,
e ddoppo rescitò ll'atto de fede.

Roma, 22 dicembre 1832

L'APOSTOLO ACCORTO

  Gli apostoli erano in subbuglio
in quanto Cristo era risorto dalla sepoltura;
quando ecco che interviene San Tommaso:
"Io non vi credo affatto: è un'impostura".

  Frattanto Gesù Cristo di buona lena
se ne andò addirittura al cenacolo,
dove un minuscolo buco della serratura
gli servì da portone d'ingresso.

  "Infila il tuo dito in questo costato vuoto,
brutto miscredente, e da ciò ti renderai conto
se io sono redivivo o se è una frottola".

  Allora San Tommaso lì per lì,
sapprima provò a tastare come un ingenuo,
e quindi recitò l'atto di fede.

Roma, 22 dicembre 1832


ER DUELLO DE DÀVIDE

  Cos'è er braccio de Ddio! mannà un fischietto
contr'a cquer buggiarone de Golia,
che ssi n'avessi avuto fantasia,
lo poteva ammazzà ccor un fichetto!

  Eppuro, accusí è. Ddio bbenedetto
vorze mostrà ppe ttutta la Ggiudia
che cchi è ddivoto de Ggesú e Mmaria
pò stà ccor un gigante appett'appetto.

  Ar véde un pastorello co la fionna,
strillò Ggolia sartanno in piede: « Oh ccazzo!
sta vorta, fijjo mio, l'hai fatta tonna ».

  Ma er fatto annò cch'er povero regazzo,
grazzie all'anime sante e a la Madonna,
lo fesce cascà ggiú ccome un pupazzo.

Roma, 9 gennaio 1833


IL DUELLO DI DAVIDE

  Cos'è la mano di Dio! mandare un ragazzino
contro quell'omaccione [1] di Golia,
che se solo ne avesse avuto voglia
avrebbe potuto ucciderlo con un buffetto! [2]

  Eppure è così. Dio benedetto
volle mostrare per tutta la Giudea
che chi è devoto a Gesù e Maria
può competere testa a testa con un gigante.

  Nel vedere un pastorello con la fionda,
Golia, saltando in piedi, gridò: "Perbacco!
stavolta, figlio mio, l'hai fatta grossa".

  Ma il fatto andò che il povero ragazzo,
grazie alle anime sante e alla Madonna,
lo fece cadere a terra come un pupazzo.

Roma, 9 gennaio 1833

[1] · Il termine "buggiarone" può assumere di volta in volta significati diversi, quali "grande e grosso", oppure "persona ingannevole", oppure "manigoldo", ecc. ma sempre con una connotazione negativa.
[2] · Il "fichetto" è un gesto di scherzo fatto ad un'altra persona, stringendogli il mento col pollice e il dito medio, e premendogli il naso con l'indice.


ER ZAGRIFIZZIO D'ABBRAMO

I

  La Bbibbia, ch'è una spesce d'un'istoria,
disce che ttra la prima e siconn'arca
Abbramo vorze fà dda bbon Patriarca
n'ojjocaustico a Ddio sur Montemoria.

  Pijjò dduncue un zomaro de la Marca,
che ssenza comprimenti e ssenza bboria
stava a ppassce er trifojjo e la scicoria
davanti a ccasa sua come un Monarca.

  Poi chiamò Isacco, e ddisse: « Fa' un fasscetto,
pijja er marraccio, carca er zomarello,
chiama er garzone, infílete er corpetto,

  saluta Mamma, scercheme er cappello;
e annamo via, perché Ddio bbenedetto
vò un zagrifizzio che nnun pòi sapello ».

Roma, 16 gennaio 1833

IL SACRIFICIO D'ABRAMO

I

  La Bibbia, che è una specie di storia,
dice che tra la prima e la seconda arca [1]
Abramo volle fare da buon patriarca
un olocausto a Dio sul Monte Moria. [2]

  Prese dunque un asino delle Marche,
il quale senza complimenti e senza boria,
stava pascendo il trifoglio e la cicoria
davanti a casa sua, come un re.

  Poi chiamò Isacco e disse: "Fai un fascetto,
prendi il coltello, carica l'asinello,
chiama il garzone, infilati il giubbetto,

  saluta mamma, cercami il cappello;
e andiamo via, perché Dio benedetto
vuole un sacrificio che non ti è dato di conoscere".

Roma, 16 gennaio 1833

[1] · La prima arca è quella di Noè, riferita al diluvio universale; la seconda è l'Arca dell'Alleanza, di Mosè.
[2] · Monte presso Gerusalemme.


II

  Doppo fatta un boccon de colazzione
partirno tutt'e cquattro a ggiorno chiaro,
e ccamminorno sempre in orazzione
pe cquarche mmijjo ppiú dder centinaro.

« Semo arrivati: aló, ddisse er vecchione,
« incòllete er fasscetto, fijjo caro »;
poi, vortannose in là, ffesce 1 ar garzone:
« Aspettateme cqui vvoi cor zomaro ».

Saliva Isacco, e ddisceva: « Papà,
ma dditeme, la vittima indov'è? ».
E llui j'arisponneva: « Un po' ppiú in là ».

Ma cquanno finarmente furno sú,
strillò Abbramo ar fijjolo: « Isacco, a tté,
faccia a tterra: la vittima sei tu ».

Roma, 16 gennaio 1833

II

  Dopo fatta un po' di colazione
partirono tutti e quattro all'alba,
e camminarono sempre in preghiera
per un po' più di cento miglia.

  "Siamo arrivati: dai", disse il vegliardo,
"prendi in braccio la fascina, figlio caro";
poi, voltandosi in là, disse al garzone:
"Voi aspettatemi qui con l'asino".

  Saliva Isacco, e diceva: "Papà,
ma ditemi, la vittima dov'è?"
E lui gli rispondeva: "Un poco oltre".

  Ma quando finalmente furono sù,
Abramo gridò al figliolo: "Isacco, a te,
Faccia in terra: la vittima sei tu".

Roma, 16 gennaio 1833


III

  « Pascenza », disce Isacco ar zu' padraccio;
se bbutta s'una pietra inginocchione,
e cquer boja de padre arza er marraccio
tra ccap'e ccollo ar povero cojjone.

  « Fermete, Abbramo: nun calà cquer braccio »,
strilla un Angiolo allora da un cantone:
« Dio te vorze provà co sto setaccio... ».
Bbee, bbee... Cchi è cquest'antro! è un pecorone.

  Inzomma, amisci cari, io ggià ssò stracco
d'ariccontavve er fatto a la distesa.
La pecora morí: fu ssarvo Isacco:

  e cquella pietra che mm'avete intesa
mentovà ssur piú bbello de l'acciacco,
sta a Rroma, in Borgo-novo, in d'una cchiesa.

Roma, 16 gennaio 1833


III

  "Pazienza", dice Isacco al suo crudele padre,
si butta su una pietra inginocchiato,
e quel padre malvagio alza il coltello [1]
tra capo e collo del povero sempliciotto.

  "Fermati, Abramo: non calare quel braccio",
strilla allora un Angelo da un angolo:
"Dio ti volle provare con questo setaccio..." [2]
Bee, bee... Chi è quest'altro! è una grossa pecora.

  Insomma, amici cari, io già son stanco
di raccontarvi il fatto per esteso.
La pecora morì: fu salvo Isacco;

  e quella pietra che mi avete udito
menzionare sul più bello del sopruso,
sta a Roma, in Borgo Nuovo, in una chiesa. [3]

Roma, 16 gennaio 1833

[1] · Nel dialetto romano, boja è soprattutto usato nel senso di "malvagio", "perfido".
[2] · Ti volle mettere alla prova, metaforicamente, come si passava al setaccio la farina.
[3] · La chiesa era San Giacomo Scossacavalli. Sorgeva poco distante dal Vaticano, in piazza Scossacavalli, che si apriva lungo la via chiamata Borgo Nuovo. La chiesa possedeva due reliquie: un grosso sasso ritenuto essere quello su cui Abramo avrebbe dovuto sacrificare suo figlio Isacco e un altro sasso su cui Maria avrebbe presentato Gesù al tempio di Gerusalemme quando quest'ultimo aveva 40 giorni. Oggi tanto la chiesa quanto il luogo sono scomparsi, dopo le estese demolizioni del rione cominciate nel 1938.



INTRODUZIONE
SONETTI LICENZIOSI
LA SOCIETA' E
IL QUOTIDIANO

PRETI, FRATI, PAPI
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BERNERI

PASCARELLA

ZANAZZO

TRILUSSA

FABRIZI