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GIUSEPPE GIOACHINO BELLI

sonetti



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PRETI, FRATI, PAPI
E LA CHIESA DI ROMA

SONETTI LICENZIOSI

TEMI BIBLICI



LA SOCIETA' E IL QUOTIDIANO
ER MORO DE PIAZZA NAVONA
LA PISCIATA PERICOLOSA
L'ADUCAZZIONE
LA PIGGION DE CASA
LA BONA FAMIJA
CHE LINGUE CURIOSE!
LI GALOPPINI
ER LOGOTENENTE
LA SCERTA
LA BOCCA DE-LA-VERITA'
ER RE DE LI SERPENTI
LA DISPENZA DER MADRIMONIO
LE COSE CREATE
LA FIJA SPOSA
L'INNUSTRIA
ER POVERELLO MUTO
L'ABBICHINO DE LE DONNE
LA CANNONIZZAZZIONE
LO SPAGGNOLO
ER CAFFETTIERE FISOLOFO
PIAZZA NAVONA
LI SORDATI BONI
RIFRESSIONE IMMORALE SUR CULISEO
CHI CERCA TROVA
LI PENZIERI DELL'OMO
LI FIJI A PPOSTICCIO
IL MORO DI PIAZZA NAVONA
LA MINZIONE PERICOLOSA
L'EDUCAZIONE
LA PIGIONE DI CASA
LA BUONA FAMIGLIA
CHE LINGUE CURIOSE!
GLI SCROCCONI
IL LUOGOTENENTE
LA SCELTA
LA BOCCA DELLA VERITA'
IL RE DEI SERPENTI
LA DISPENSA DI MATRIMONIO
LE COSE CREATE

LA FIGLIA SPOSA
L'ARRANGIARSI
IL POVERELLO MUTO
L'ABACO DELLE DONNE
LA CANONIZZAZIONE
LO SPAGNOLO
IL BARISTA FILOSOFO
PIAZZA NAVONA
I BUONI SOLDATI
RIFLESSIONE MORALE SUL COLOSSEO
CHI CERCA TROVA
I PENSIERI DELL'UOMO
I FIGLI FINTI


ER MORO DE PIAZZA-NAVONA

Vedi là quela statua der Moro
C'arivorta la panza a Sant'Aggnesa?
Ebbè, una vorta una Siggnora ingresa
La voleva dar Papa a ppeso d'oro.

Ma er Zanto Padre e tutto er Conciastoro,
Sapenno che quer marmoro, de spesa,
Costava più zecchini che nun pesa,
Senza nemmanco valutà er lavoro;

Je fece arrepricà dar Zenatore
Come e quarmente nun voleva venne
Una funtana de quer gran valore.

E quell'ingresa che ppoteva spenne,
Dicheno che ce morze de dolore:
Luciattei requia e scant'in pace ammenne.

25 agosto 1830

IL MORO DI PIAZZA NAVONA 1

Vedi là quella statua del Moro
Che è rivolta verso Sant'Agnese?
Ebbene, una volta una signora inglese
La voleva dal papa a peso d'oro.

Ma il Santo Padre e tutto il concistoro,
Sapendo che quel marmo, come spesa,
Valeva più zecchini di quanto pesi,
Senza contare il lavoro,

Le fece rispondere dal Senatore 2
Che non era intenzionato a vendere
Una fontana di così grande valore.

E quell'inglese, che poteva permettersela,
Dicono che ne morì di dolore.
Luceat eis, requiescant in pace, amen. 3

25 agosto 1830

1. - La Fontana del Moro è una delle tre situate
a piazza Navona, cfr. Fontane, parte III, pagina 3).
2. - I Senatori erano la più alta autorità civile.
3. - Chi parla cita l'ultimo verso della preghiera
per i defunti in latino: ...luceat eis, requiescant
in pace; amen
, corrompendone le parole, come se
pronunciate senza capirne minimamente il significato.
Molta gente del popolo conosceva a memoria preghiere
in latino, ma non ne comprendeva una sola parola.


LA PISCIATA PERICOLOSA

Stavo a piscià jerzera lì a lo scuro
Tra Madama Lugrezzia e tra Ssan Marco,
Quann'ecchete, affiarato com'un farco,
Un sguizzero der papa duro duro.

De posta me fa sbatte er cazzo ar muro,
Poi vò levamme er fongo: io me l'incarco:
E con la patta in mano pijo l'Arco
De li tre Re, strillando: « Vienghi puro ».

Me sentivo quer frocio dì a le tacche,
Cor fiatone: « Tartàifel, sor paine,
Pss, nun currete tante, che ssò stracche ».

Poi co mill'antre parole turchine
Ciangottava: « Viè quà , ffije te vacche,
Che ppeveremo un pon picchier te vine ».

Roma, 13 settembre 1830

LA MINZIONE PERICOLOSA

Ieri sera stavo facendo un bisogno lì nell'oscurità
Tra Madama Lucrezia e San Marco, 1
Quando ecco avventarsi come un falco 2
Uno svizzero del papa, a muso duro.

Mi fa picchiare di proposito il pene contro il muro,
Poi cerca di togliermi il cappello; io me lo calco,
E reggendo la patta dei calzoni infilo l'Arco
Dei tre Re, gridando: « Vieni pure ».

Udivo quel tizio 3 dietro di me che diceva,
Col fiatone: « Der Teufel! 4 Signor coso,
Pss, non correte tanto, che sono stanco ».

Poi con mille altre parole incomprensibili
Borbottava: « Vieni qui, figlio di una vacca,
Che berremo un buon bicchier di vino ».

Roma, 13 settembre 1830

1. - Madama Lucrezia è una delle Statue Parlanti
di Roma, situata presso la basilica di San Marco.
2. - Presso diverse chiese, papa Leone XII aveva
piazzato una guardia svizzera, con un'alabarda,
per mantenere l'ordine all'interno, ed impedire
che il popolo espletasse i propri ...bisogni all'esterno.
3. - Il termine frocio viene da frogia, cioè "narice",
un soprannome che veniva dato alle persone del
nord Europa, con riferimento alle narici più ampie,
in media, di quelle di un romano. Un po' alla volta
il significato del termine mutò in quello di
"pederasta", probabilmente a causa del maggior
numero di omosessuali tra i nordeuropei rispetto
alla popolazione locale. Il termine è ancora in uso.
4. - Dannazione! (Letteralmente: il diavolo!);
le parole della guardia sono una buffa mescolanza
di romanesco e tedesco. A Roma si potevano udire
frequentemente lingue straniere quali il francese
(parlato dai soldati napoleonici), il tedesco (per
via delle guardie svizzere), e l'inglese (parlato
da molti viaggiatori del Grand Tour); in molti
sonetti Belli ha usato una divertente miscela
linguistica, prendendo spunto dal modo in cui
i forestieri storpiavano la lingua locale, e i
romani storpiavano i vocaboli stranieri.


L'ADUCAZZIONE

Fijo, nun ribbartà mai tata tua:
Abbada a tte, nun te fà mette sotto.
Si quarchiduno te viè a dà un cazzotto,
Lì callo callo tu dajene dua.

Si ppoi quarcantro porcaccio da ua
Te ce facessi un po' de predicotto
Dije: "De ste raggione io me ne fotto:
Iggnuno penzi a li fattacci sua".

Quanno giuchi un bucale a mora, o a boccia,
Bevi fijo; e a sta gente buggiarona
Nun gnene fà restà manco una goccia.

D'esse cristiano è ppuro cosa bona:
Pe questo hai da portà ssempre in zaccoccia
Er cortello arrotato e la corona.

Roma, 14 settembre 1830


L'EDUCAZIONE

Figlio, non far mai torto al tuo babbo,
Bada a te stesso, non ti far prevaricare.
Se qualcuno viene a darti un pugno,
Tu lì per lì dagliene due.

Se poi qualche altro maiale
Ti facesse un po' di predica,
Digli: "Di queste ragioni io me ne infischio:
Ognuno pensi ai fattacci propri".

Quando scommetti un boccale a morra 1, o a bocce,
Bevi, figlio; e a questa gente stolta
Non farne restare nemmeno una goccia.

Anche l'essere cristiano è buona cosa:
Per questo devi portare sempre in tasca
Il coltello affilato e il rosario.

Roma, 14 settembre 1830

1. - La morra era un gioco molto comune, nel quale
i due contendenti si mostravano l'un l'altro un numero
da 0 a 5 usando le dita di una mano, e al tempo stesso
tentando di indovinare il totale, gridandolo. Era giocata
tanto in strada che nelle osterie.
Il gioco assai spesso culminava in una rissa.


LA PIGGION DE CASA

Nun pòi sbajà ssi vòi. Qua ssu la dritta,
Ner comincio der Vicolo der Branca,
Doppo tre o quattro porte a manimanca
Te viè in faccia una pietra tutta scritta.

Svorta er collo tra l'oste e l'artebbianca
E ppropio attacc'a quella casa sfitta
Lì a ppianterreno ciabbita er zor Titta
Er barbiere a l'inzeggna de la cianca.

L'hai capito mo adesso indove arresta?
Be', domatina tu vacce a quest'ora,
Ché l'ora lui de non trovallo è questa.

Dì: "C'è er zor Titta?" - "No". - Tu dije allora:
"Dice zia che a ppagà viè st'antra festa
Ché glieri lei lo rifaceva fora".

Roma, 19 novembre 1831


LA PIGIONE DI CASA

Non puoi sbagliare neanche se volessi. Qui a destra,
All'inizio del Vicolo del Branca,
Dopo tre o quattro porte a sinistra
Ti trovi davanti una pietra coperta da iscrizioni.

Gira la testa fra l'oste e la drogheria
E proprio accanto a quella casa sfitta
Lì al pianterreno abita il signor Titta 1
Il barbiere all'insegna della gamba 2 .

Hai capito ora dove si trova?
Beh, domani mattina tu và lì a quest'ora
Perché l'ora per non trovarlo è questa.

Dì: "C'è il signor Titta?" - "No". - Tu allora digli:
"Zia dice che a pagare verrà alla prossima festa
Perché ieri lo credeva ancora assente".

Roma, 19 novembre 1831

1. - Titta è il diminuitivo romano di Giovan Battista
2. - I barbieri usavano una gamba come insegna della
propria bottega, in quanto a quei tempi praticavano
anche salassi e piccola chirurgia.


LA BONA FAMIJA

Mi' nonna, a un'or de notte che viè ttata
Se leva da filà, povera vecchia,
Attizza un carboncello, ciapparecchia,
E maggnamo du' fronne d'inzalata.

Quarche vorta se famo una frittata,
Che ssi la metti ar lume ce se specchia
Come fussi a ttraverzo d'un'orecchia:
Quattro noce, e la cena è terminata.

Poi ner mentre ch'io, tata e Crementina
Seguitamo un par d'ora de sgoccetto,
Lei sparecchia e arissetta la cucina.

E appena visto er fonno ar bucaletto,
'Na pisciatina, 'na sarvereggina,
E, in zanta pace, ce n'annamo a letto.

Roma, 28 novembre 1831



LA BUONA FAMIGLIA

Mia nonna, alle otto di sera 1 quando viene papà,
Si alza dal filare, povera vecchia,
Attizza un piccolo carbone, apparecchia per noi,
E mangiamo due foglie d'insalata.

Qualche volta ci facciamo una frittata,
Che se la metti alla luce è trasparente
Come guardando attraverso un'orecchia:
Quattro noci, e la cena è terminata.

Poi mentre io, papà e Clementina
Seguitiamo per un paio d'ore a bevicchiare,
Lei sparecchia e rassetta la cucina.

E appena visto il fondo al boccaletto,
Una minzione, una Salve Regina,
E, in santa pace, ce ne andiamo a letto.

Roma, 28 novembre 1831


1. - Un'ora dopo l'Ave Maria, che si recitava
alle 19:15 in estate e alle 18:15 in inverno,
quindi oggi diremmo attorno alle 20.


CHE LINGUE CURIOSE!

Sta tu' Francia sarà una gran città,
Ma li francesi che nascheno lì
Hanno una certa gorgia de parlà
Che ssia 'mazzato chi li po' capì.

Là ttre e ttre nun fa sei, tre e ttre ffa ssì,
E quanno è robba tua, sette a ttuà.
Pe dì de sì, se burla er porco: :
E chi vò dì de no dice: nepà.

E m'aricordo de quer zor monzù
Che pprotenneva che dicenno a ssé,
Dicessi abbasta, nun ne vojo più.

E de quell'antro che me se maggnò,
'Na colazzione d'affogacce un Re,
E me ce disse poi che diggiunò ?!.

Roma, 7 dicembre 1831



CHE LINGUE CURIOSE!

Questa tua Francia sarà una gran città,
Ma i francesi che nascono lì,
Hanno un certo modo di parlare
Che accidenti a chi li capisce.

Là tre più tre non fa sei, tre più tre fa 1 ,
E quando è roba tua, set'a tuà 2.
Per dir di sì, si burla il maiale: 3 :
E chi vuol dir di no dice: nepà 4 .

E mi ricordo di quel signor monsù 5
Che pretendeva, dicendo a sé 6 ,
Di dire basta, non ne voglio più.

E di quell'altro che si mangiò,
Una colazione tale da affogarci un Re,
E mi disse poi che digiunò 7 ?!.

Roma, 7 dicembre 1831


1. - Six (sei); l'intero sonetto è composto da versi
tronchi per simulare la cadenza della lingua francese.
2. - C'est à toi.
3. - Oui.
4. - Ne pas.
5. - Monsieur.
6. - Assez.
7. - Dal verbo déjeuner.


LI GALOPPINI

Jeri, a la Pulinara, un colleggiale
Doppo fatta una predica in todesco,
Setacciò tutt'er popolo in du' sale,
E a la ppiù mejo vorze dà er rifresco.

In quella fece entracce er Cardinale
Co l'amichi der Micco e ppadron Fiesco;
E nell'antra la gente duzzinale
Che viaggia cor caval de san Francesco.

Pe sta sala che qui de li spedati
Comincionno a ppassà li cammorieri
Pieni de sottocoppe de gelati.

Ma che! a la sala delli cavajeri
Un cazzo ciarrivò: ché st'affamati
Se sparinno inzinenta li bicchieri.

Roma, 5 febbraio 1832



GLI SCROCCONI 1

Ieri, a S.Apollinare, un collegiale
Al termine di una predica in tedesco 2 ,
Divise tutte le persone in due sale,
E a quelli più nobili volle offrire un rinfresco.

In una fece entrare il Cardinale
Con gli amici del Micco e padron Fieschi 3 ;
E nell'altra la gente dozzinale
Che viaggia col cavallo di S.Francesco 4 .

Per questa sala in cui erano gli appiedati
Cominciarono a passare i camerieri
Pieni di sottocoppe di gelati.

Macché! alla sala dei cavalieri
Non arrivò un bel nulla: perché questi affamati
Fecero sparire persino i bicchieri.

Roma, 5 febbraio 1832


1. - È lo stesso G.G.Belli che traduce "scrocconi",
benché galoppino sia più spesso usato per
indicare persone che si spostano a piedi per
recare messaggi, fare consegne, ecc.
2. - Veramente i sermoni si tenevano in latino,
ma fra latino o tedesco o qualsiasi altro idioma,
per il volgo non vi era alcuna differenza.
3. - Due noti noleggiatori di carrozze (tipico
veicolo delle classi nobili).
4. - Comune espressione romanesca che ironizza
sull'andare a piedi, per necessità od indigenza
(come appunto faceva S.Francesco).



ER LOGOTENENTE

Come intese a ciarlà der cavalletto,
Presto io curze dar zor Logotenente:
"Mi' marito... Eccellenza... è un poveretto
Pe carità... Ché nun ha ffatto gnente".

Dice: "Mettet'a ssede". Io me ce metto.
Lui cor un zenno manna via la gente:
Po' me s'accosta: "Dimme un po' gruggnetto,
Tu' marito lo vòi reo o innocente?"

"Innocente", dich'io; e lui: "Ciò gusto"
E detto-fatto quer faccia d'abbreo
Me schiaffa la man-dritta drent'ar busto.

Io sbarzo in piede, e strillo: "Eh sor cazzeo..."
E lui: "Fijola, quer ch'è giusto è giusto:
Annate via: vostro marito è reo".

Roma, 6 novembre 1832



IL LUOGOTENENTE

Appena udii parlare del cavalletto 1
Corsi presto dal signor Luogotenente:
"Mio marito... Eccellenza... É un poveretto
Per carità... Perché non ha fatto niente".

Dice "Mettiti a sedere". Io mi ci metto.
Lui con un cenno manda via la gente:
Poi mi si acosta: "Dimmi un po', musetto,
Tuo marito lo vuoi reo o innocente?"

"Innocente", io dico; e lui: "Mi fa piacere";
E, detto fatto, quella faccia d'ebreo 2
Mi infila la mano sinistra nel busto.

Io balzo in piedi, e strillo: "Ehi, signor babbeo..."
E lui: "Figliola, quel ch'è giusto è giusto:
Andate via: vostro marito è reo".

Roma, 6 novembre 1832


1. - Il "cavalletto" era una pena corporale, annota Belli,
consistente in nerbate sul deretano, che aveva da
poco sostituito l'ancor più crudele "corda", supplizio
secondo il quale i condannati venivano legati per i
polsi ad una carrucola, rudemente issati in alto e poi
lasciati ricadere un numero di volte, ciò che spesso
provocava loro la slogatura delle spalle.
2. - Per il popolino i non-cristiani non erano esseri
umani, ma semplicemente "ebrei, turchi, mori", ecc.,
e sottoposti a feroci discriminazioni.
"Faccia d'ebreo" era dunque un insulto grave.


LA SCERTA

Sta accusì. La padrona cor padrone,
Volenno marità la padroncina
Je portonno davanti una matina,
Pe sceje, du' bravissime perzone.

Un de li dua aveva una ventina
D'anni, e du' spalle peggio de Sanzone;
E l'antro lo diceveno un riccone
Ma aveva un po' la testa cennerina.

Subbito er giuvinotto de quer paro
Se fece avanti a dì: "Sora Lucia,
Chi volete de noi? parlate chiaro".

"Pe dilla, me piacete voi e lui",
Rispose la zitella; "e ppijerìa
Er cicio vostro e li quadrini sui".

Roma, 21 novembre 1832



LA SCELTA

Andò così. La padrona col padrone,
Volendo maritare la padroncina
Una mattina le portarono davanti
per scegliere, due bravissime persone.

Uno dei due aveva una ventina
D'anni, e spalle più larghe di quelle di Sansone;
E dell'altro si diceva fosse un riccone
Ma aveva i capelli un po' grigi.

Subito, dei due, il giovanotto
Si fece avanti dicendo: "Signora Lucia,
Chi di noi volete? parlate chiaro".

"Per dirla, mi piacete voi e lui",
Rispose la ragazza; 1 "e prenderei
L'uccelletto vostro 2 e i quattrini suoi".

Roma, 21 novembre 1832


1. - A Roma tutte le ragazze in età da marito
erano definite zitelle, senza la connotazione
negativa che oggi questo termine ha assunto.
2. - Con ovvio riferimento all'organo genitale
maschile.


LA BOCCA DE-LA-VERITA'

In d'una chiesa sopra a 'na piazzetta
Un po' ppiù ssù de Piazza Montanara
Pe la strada che pporta a la Salara,
C'è in nell'entrà una cosa benedetta.

Pe ttutta Roma quant'è larga e stretta
Nun poterai trovà cosa ppiù rara.
È una faccia de pietra che tt'impara
Chi ha detta la bucìa, chi nu l'ha detta.

S'io mo a sta faccia, c'ha la bocca uperta,
Je ce metto una mano, e nu la striggne
La verità da me ttiella pe certa.

Ma ssi fficca la mano uno in bucìa,
Èssi sicuro che a tirà né a spiggne
Quella mano che lì nun viè ppiù via.

Roma, 2 dicembre 1832



LA BOCCA DELLA VERITA'

In una chiesa presso una piazzetta
Un poco oltre Piazza Montanara 1
Lungo la strada che porta alla salina,
Nell'entrare c'è una cosa benedetta.

Per tutta Roma in lungo e in largo
Non potrai trovare cosa più rara.
È una faccia di pietra che ti dice
Chi ha detto una bugìa e chi non l'ha detta.

Ora se io in questa faccia, che ha la bocca aperta,
Infilo una mano, e non la serra,
La mia verità considerala certa.

Ma se mette la mano uno bugiardo
Stai sicuro che né a tirare né a spingere
Quella mano viene più via.

Roma, 2 dicembre 1832


1. - Oggi la topografia del luogo è completamente
cambiata ma la chiesa (S.Maria in Cosmedin) è
ancora lì.


ER RE DE LI SERPENTI

Si un gallo, fija mia, senza ammazzallo
Campa cent'anni, eppoi se mette ar covo,
In cap'a un mese partorisce un'ovo
E sta du' antri mesi pe covallo.

E ppoi viè ffora un mostro nero e giallo,
'Na bestia brutta, un animale novo,
Un animale che nun z'è mai trovo,
Fatto a mezzo serpente e mezzo gallo.

Questo si guarda l'omo e sbatte l'ale,
Come l'avessi condanato er fisco
Lo fa restà de gelo tal'e quale.

Una cosa sortanto io nun capisco,
Ciové ppe che raggione st'animale
Abbino da chiamallo er basilisco.

Roma, 19 dicembre 1832



IL RE DEI SERPENTI 1

Figlia mia, se un gallo, senza ucciderlo,
Vive cento anni, e poi si mette a covare,
In capo a un mese partorisce un uovo
E sta altri due mesi per covarlo.

E poi viene fuori un mostro nero e giallo,
Una bestia brutta, un animale nuovo,
Un animale che non si è mai trovato,
Fatto per metà serpente e per metà gallo

Questo se guarda l'uomo e batte le ali,
Come se l'avesse condannato il fisco 2
Lo fa rimanere proprio di ghiaccio.

Solo una cosa io non capisco,
Cioè per quale motivo questo animale
Debbano chiamarlo il basilisco 2.

Roma, 19 dicembre 1832


1. - La cultura popolare era per buona parte basata su
assurde credenze, a cui veniva dato il massimo credito.
2. - Anche ai tempi di Belli il fisco godeva di una
buona reputazione!
3. - Il leggendario rettile che uccideva con lo sguardo.


LA DISPENZA DER MADRIMONIO

Quella stradaccia me la sò lograta:
Ma quanti passi me ce fussi fatto
Nun c'era da ottené pe gnisun patto
De potemme sposà co mi' cuggnata.

Io c'ero diventato mezzo matto,
Perché, dico, ch'edè sta baggianata
C'una sorella l'ho d'avé assaggiata
E l'antra no! nun è l'istesso piatto?

Finarmente una sera l'abbataccio
Me disse: "Fijo se ce stata coppola,
Pròvelo, e la licenza te la faccio".

"Benissimo Eccellenza", io j'arisposi:
Poi curzi a casa, e, pe nu dì una stroppola,
M'incoppolai Presseda, e ssemo sposi.

Roma, 20 dicembre 1832



LA DISPENSA DI MATRIMONIO

Quella dannata strada l'ho logorata 1 :
Ma per quanti passi vi abbia fatto
Non riuscivo ad ottenere in alcun modo
Di potermi sposare con mia cognata.

Ero diventato mezzo matto,
Perché, io dico, cos'è questa stupidaggine
Per cui una delle sorelle avevo potuto assaggiarla
E l'altra no! non sono la stessa cosa?

Finalmente una sera l'abate
Mi disse: "Figlio, se c'è stata copula,
Provalo, e la licenza te la faccio".

"Benissimo Eccellenza", gli risposi:
Poi corsi a casa, e, per non dire una bugìa,
Possedetti Prassede 2, e fummo sposi.

Roma, 20 dicembre 1832


1. - La strada dov'erano gli uffici del vicariato,
che si occupavano di legislazione matrimoniale.
2. - La cognata del protagonista.
Il verbo "incoppolare", che così efficacemente
allude all'atto sessuale, è evidentemente una
corruzione del formale "copulare".


LE COSE CREATE

Ner monno ha ffatto Iddio 'gni cosa deggna:
Ha ffatto tutto bono e ttutto bello.
Bono l'inverno, più bona la leggna:
Bono assai l'abbozzà, mejo er cortello.

Bona la santa fede e chi l'inzeggna,
Più bono chi ce crede in der ciarvello:
Bona la castità, mejo la freggna:
Bono er culo, bonissimo l'ucello.

Sortanto in questo qui trovo lo smanco,
Che ppoteva, penzànnoce un tantino,
Creacce l'acqua rossa e 'r vino bianco.

Perché armeno gnisun oste asassino
Mo nun vierìa co ttanta faccia ar banco
A vénnece mezz'acqua e mezzo vino.

Roma, 21 dicembre 1832



LE COSE CREATE

Nel mondo Iddio ha creato ogni cosa per bene:
Ha fatto tutto buono e tutto bello.
Buono l'inverno, più buona la legna:
Assai buona la tolleranza, meglio il coltello.

Buona la santa fede e chi l'insegna,
Più buono chi usa un po' di discernimento:
Buona la castità, meglio la vulva:
Buono il deretano, buonissimo il pene.

Soltanto in questo trovo un difetto,
Che, pensandoci un po', avrebbe potuto
Crearci l'acqua rossa e il vino bianco.

Perché almeno nessun oste criminale
Verrebbe ora al banco con faccia tosta
A venderci vino per metà annacquato.

Roma, 20 dicembre 1832



LA FIJA SPOSA

Ma come! è ttanto tempo che tte laggni
Che restavi pe sseme de patata,
E mo che stai per èsse maritata
Co quello che vòi tu, puro ce piaggni?

Mo che quer catapezzo te guadaggni,
Me ce fai la Madonna addolorata!
Tu guarda a me: m'ha ffatto male tata?
Sti casi ar monno sò ttutti compaggni.

Che paur'hai der zanto madrimonio?
Nun crede, fija, a ste lingue maliggne:
Tu lassete servì, lassa fà Antonio.

E quanno sentirai che spiggne spiggne,
Statte ferma, Lucia, perché er demonio
Nun è ppoi brutto quanto se dipiggne.

Roma, 21 dicembre 1832



LA FIGLIA SPOSA

Ma come! è tanto tempo che ti lamenti
Che restavi senza marito,
E adesso che stai per sposarti
Con chi vuoi tu, ci piangi anche?

Adesso che ti prendi quel pezzo d'uomo,
Fai come la Madonna addolorata!
Tu guarda me: papà mi ha forse fatto male?
Al mondo questi casi sono tutti uguali.

Che paura hai del santo matrimonio?
Non credere, figlia, a queste lingue maligne:
Lasciati servire, lascia fare ad Antonio.

E quando sentirai che spinge e spinge,
Resta ferma, Lucia, perché il demonio
Non è poi brutto come lo si dipinge. 1

Roma, 20 dicembre 1832


1. - Restare per seme di patata significa "rimanere ultimo",
"rimanere l'unico escluso da un contesto", ecc.
2. - Proverbio.


L'INNUSTRIA

Un giorno che arrestai propio a la fetta,
Senz'avé manco l'arma d'un quadrino,
Senti che cosa fo: curro ar camino
E roppo in quattro pezzi la paletta.

Poi me l'invorto sott'a la giacchetta,
E vado a spasso pe Campovaccino
A aspettà quarche ingrese milordino
Da daje 'na corcata co l'accetta.

De fatti, ecco che viè quer c'aspettavo.
"Siggnore, guardi un po' quest'anticaja
C'avemo trovo jeri in de lo scavo?"

Lui se ficca l'occhiali, la scannaja,
Me mette in mano un scudo e dice: "Bravo!"
E accusì a Roma se pela la quaja.

Roma, 23 dicembre 1832



L'ARRANGIARSI

Un giorno che rimasi proprio al verde,
Senza avere nemmeno l'ombra di un quattrino,
Senti cosa faccio: corro al camino
E rompo in quattro pezzi la paletta.

Poi me la avvolgo sotto la giubba,
E vado a spasso per Campo Vaccino 1
In attesa di qualche inglese azzimato
Per realizzare un bel colpo ai suoi danni.

Difatti ecco che avviene ciò che aspettavo.
"Signore, guardi un po' questa antichità
Che abbiamo trovato ieri nello scavo?"

Lui inforca gli occhiali, la scruta,
Mi mette in mano uno scudo e dice: "Bravo!"
E così a Roma si spenna la quaglia. 2

Roma, 23 dicembre 1832


1. - L'attuale area del Foro Romano.
2. - Nel senso di "tirare a campare".


ER POVERELLO MUTO

Che me dava er zor Conte oggni matina?
La carità che nun ze nega ar cane.
Quarche ppezzo avanzato de gallina,
Un piattin de minestra e un po' de pane.

E ppe tutto sto sòno de campane
Ce s'aveva d'annà ppuro in cucina,
Che manco è a ppiana-terra, ma arimane
Sei scalini ppiù giù de la cantina.

Io nun parlavo mai perch'ero muto,
Ma jeri che scottava la cucuzza
Nun me potei tiené de strilla ajuto!

Che bella carità de la Merluzza!
Perché Domminiddio m'ha provveduto
De parlà, c'è da fà ttutta sta puzza!

Roma, 23 dicembre 1832



IL POVERELLO MUTO

Cosa mi dava il signor Conte ogni mattina?
La carità che non si negherebbe a un cane.
Qualche pezzo avanzato di gallina,
Un piattino di minestra e un po' di pane.

E per tutto questo ben di Dio 1
Si doveva anche andare in cucina,
Che non è neppure a piano terra, ma si trova
Sei gradini più in basso della cantina.

Io non parlavo mai perché ero muto.
Ma ieri, che la zucca scottava
Non potei trattenermi dal gridare aiuto!

Che bella carità del cavolo! 2
Perché Domineddio mi ha concesso
Di parlare, c'è da fare tutto questo chiasso!

Roma, 23 dicembre 1832


1. - Ovviamente in senso ironico.
2. - Secondo la nota di Belli, la Merluzza
è un luogo a quindici miglia da Roma sulla
via Cassia, infestato già da masnadieri
.


L'ABBICHINO DE LE DONNE

La donna, inzino ar venti, si è contenta
Mamma, l'anni che ttiè ssempre li canta:
Ne cresce uno oggni cinque inzino ar trenta,
Eppoi se ferma lì ssino a quaranta.

Dar quarantuno impoi stenta e nun stenta,
E ne dice antri dua sino ar cinquanta;
Ma allora, che aruvina pe la scenta,
Te la senti sartà ssubbito a ottanta.

Perché, ar cresce li fiji de li fiji,
Nun potenno esse ppiù donna d'amore,
Vò ffigurà da donna de conziji.

E allora er cardinale o er monziggnore,
Che j'allisciava er pelo a li cuniji,
Comincia a recità da confessore.

Roma, 26 dicembre 1832



L'ABACO DELLE DONNE

La donna, fino ai venti [anni], se è contenta
Mamma 1, dichiara sempre gli anni che ha:
Ne aumenta uno ogni cinque fino ai trenta,
E poi si ferma lì sino a quaranta.

Dal quarantuno in poi a malapena si muove,
E ne ammette altri due sino ai cinquanta;
Ma allora, giacché crolla per il declino,
La senti saltare subito a ottanta.

Perché crescendo i figli dei figli,
Non potendo più essere donna d'amore,
Vuole apparire donna di consigli.

E allora il cardinale o il monsignore
Che intratteneva con lei un'affettuosa amicizia 2 ,
Comincia a comportarsi da confessore.

Roma, 26 Dicembre 1832


1. - La mamma calerebbe l'età alla figlia, se
questa facesse sembrare eccessiva la propria.
2. - "Lisciare il pelo ai conigli" è una metafora
di rapporti interpersonali... ben oltre l'amichevole.


LA CANNONIZZAZZIONE

Domani se santifica a Ssan Pietro
Un zanto stato frate a Ssan Calisto,
Che ssu li santi po' pportà lo scetro
E ha ffatto ppiù miracoli de Cristo.

Tra l'antri, a un ceco, ducent'anni addietro,
Che accattava oggni giorno a Pponte Sisto,
Lui je messe un ber par d'occhi de vetro,
E da quer giorn'impoi cià ssempre visto.

'Na donna senza gamma de man manca
Se maggnò la su' effiggia in ner pancotto,
E in men d'un ette je spuntò la cianca.

A un'antra donna j'apparze in cantina,
E je diede tre nummeri p'er lotto:
Lei giucò er terno, e vinze una cinquina.

Roma, 9 gennaio 1833



LA CANONIZZAZIONE

Domani si santifica in San Pietro
Un santo che fu frate a San Callisto 1
Che fra i santi può portare lo scettro 2
E ha fatto più miracoli di Cristo.

Fra gli altri, duecento anni addietro, a un cieco
Che mendicava ogni giorno a Ponte Sisto,
Egli mise un bel paio d'occhi di vetro,
E da quel giorno in poi ha sempre visto.

Una donna senza gamba sinistra
Si mangiò la sua effige nel pancotto,
E in men che non si dica 3 le spuntò la gamba.

A un'altra donna apparve in cantina,
E le diede tre numeri per il lotto:
Lei giocò il terno, e vinse una cinquina 4 .

Roma, 9 gennaio 1833


1. - Chiesa nel quartiere di Trastevere.
2. - Cioè è uno dei santi più importanti.
3. - L'espressione "un et" equivale a "un nulla":
l'ho mancato d'un ette equivale a
l'ho mancato per un pelo, ecc.
4. - Evento davvero prodigioso: giocare tre numeri
ed indovinarne cinque!


LO SPAGGNOLO

A un spaggnolo, che tutt'ar zu' paese
Era uguale c'a Roma, o assai ppiù bello,
Guje, colonne, culiseo, castello,
Palazzi, antichità, funtane e chiese,

Io vorze faje un giorno un trucchio bello
Pe provà de levaje ste pretese:
Aggnede a la Ritonna, e lì me prese
Un ber paro de mannole d'aggnello.

Le metto in d'uno stuccio, e ppoi lo chiamo.
Dico: « Vedete voi sti du' cojoni?
So' li dua soli che ttieneva Adamo »

A sta botta lui parze un po' imbrïaco:
Poi disse: « Questi qui so' reliquioni;
Ma ar mi' paese avemos er caraco ».

Roma, 21 gennaio 1833


LO SPAGNOLO

A uno spagnolo, secondo il quale al suo paese
Tutto era come a Roma, o assai più bello,
Guglie, colonne colosseo, castello,
Palazzi, antichità, fontane e chiese,

Un giorno io volli fare un bello scherzo
Per tentare di far cessare queste pretese:
Andai alla Rotonda 1, e lì comprai
Un bel paio di testicoli d'agnello.

Li metto in un astuccio, quindi lo chiamo.
Dico: « Voi vedete questi due testicoli?
Sono i soli due che aveva Adamo 2 ».

Con ciò egli sembrò rimanere un po' interdetto:
Poi disse: « Queste sono proprio gran reliquie;
Ma al mio paese abbiamo il membro » .

Roma, 21 gennaio 1833

1. - Una volta in piazza della Rotonda, presso il Pantheon,
si trovavano numerose botteghe di generi vari.
2. - Qui Belli ride della moltitudine di reliquie sacre
una volta esistenti. Venerate dai fedeli, molte di esse
erano false. A causa del loro gran numero, non era raro
che tre o più chiese dichiarassero di possedere la testa
(o altri resti) di un medesimo santo o santa.


ER CAFFETTIERE FISOLOFO

L'ommini de sto monno sò l'istesso
Che vaghi de caffè ner macinino:
C'uno prima, uno doppo, e un'antro appresso,
Tutti quanti però vanno a un distino.

Spesso muteno sito, e caccia spesso
Er vago grosso er vago piccinino,
E ss'incarzeno tutti in zu l'ingresso
Der ferro che li sfraggne in porverino.

E l'ommini accusì viveno ar monno
Misticati pe mano de la sorte
Che sse li gira tutti in tonno in tonno;

E movennose oggnuno, o ppiano, o fforte,
Senza capillo mai caleno a fonno
Pe cascà ne la gola de la morte.

Roma, 22 gennaio 1833



IL BARISTA FILOSOFO

Gli uomini di questo mondo sono come
I grani di caffè nel macinino:
Prima uno, uno dopo, un'altro dietro,
Tutti vanno però verso il medesimo destino.

Spesso cambiano luogo, e spesso
Il grano grande scaccia il grano piccolo,
E si incalzano tutti sull'ingresso
Del ferro che li sfrange in polvere.

E gli uomini così vivono al mondo
Mescolati per mano della sorte,
Che li fa girare tutti in tondo.

E muovendosi ognuno lento o veloce,
Senza mai rendersi conto calano sul fondo
Per cadere nella gola della morte.

Roma, 22 gennaio 1833



PIAZZA NAVONA

Se pò ffregà Ppiazza-Navona mia
E de San Pietro e de Piazza-de-Spaggna.
Questa nun è una piazza, è una campaggna,
Un treàto, una fiera, un'allegria.

Va da la Pulinara a la Corzìa
Curri da la Corzìa a la Cuccagna:
Pe ttutto trovi robba che se maggna,
Pe ttutto gente che la porta via.

Qua ce sò ttre ffuntane inarberate:
Qua una guja che pare una sentenza:
Qua se fa er lago quanno torna istate.

Qua ss'arza er cavalletto che dispenza
Sur culo a chi le vò ttrenta nerbate,
E cinque poi pe la bonificenza.

1 febbraio 1833


PIAZZA NAVONA

Piazza Navona mia può infischiarsene 1
Tanto di San Pietro che di Piazza di Spagna.
Questa non è una piazza, è una campagna,
Un teatro, una fiera, un'allegria.

Vai da [piazza] Sant'Apollinare alla Corsia [Agonale], 2
Corri dalla Corsia alla [via della] Cuccagna:
Ovunque trovi generi alimentari, 3
Ovunque gente che li porta via.

Qua si innalzano tre fontane:
Qua c'è un obelisco solenne come una sentenza:
Qua si fa il lago quando torna l'estate. 4

Qua si monta il cavalletto che dispenza
A chi le vuole trenta nerbate sul deretano 5,
Più cinque poi per la beneficenza. 6

1 febbraio 1833

1. - Regge il confronto senza timore.
2. - Ne sono tutt'ora i confini: piazza Sant'Apollinare a nord e via
della Cuccagna a sud, mentre la Corsia Agonale è il breve tratto che
a metà della sua lunghezza collega piazza Navona a corso del Rinascimento
(fino alla fine dell'800, a piazza Madama).
3. - All'epoca di Belli piazza Navona era ancora sede di mercato, ogni
mercoledì, ed era comunque uno dei punti più vitali della città.
4. - Era ancora in uso di allagare la piazza, tutti i sabati e le domeniche
d'agosto, non più per lo svolgimento di battaglie navali, come nei secoli
precedenti, ma semplicmente per refrigerio e divertimento del popolo.
5. - La pena del cavalletto, che Belli ironicamente descrive come specie di
supplizio creduto necessario alle natiche del nostro volgo
, veniva inflitta
in molti luoghi frequentati, tra cui piazza Navona (cfr. Il luogotenente).
Nonostante l'improvviso ribaltamento d'atmosfera del sonetto, che parte da
momenti gioiosi per rievocare improvvisamente uno degli aspetti più cupi della
giustizia papalina, occorre comunque ricordare che per molta parte del popolo
la pubblica erogazione delle pene (tratti di corda, cavalletto, fino alla
decapitazione) veniva considerata alla stregua di uno ...spettacolo pubblico.
Piazza Navona era dunque un microcosmo, teatro un po' di tutti gli aspetti della
vita quotidiana del popolo, dal vivace mercato al rinfrescante svago acquatico,
fino all'esecuzione della "giustizia".
6. - Poiché il numero di colpi previsti variava a seconda dell'infrazione, si diceva
spesso che gli ultimi cinque fossero dati "per beneficenza", ovvero a beneficio
del boia; era ovviamente uno scherzo, ma qualche credulone era convinto che
fosse davvero così.


LI SORDATI BONI

Subbito c'un zovrano de la terra
Crede c'un antro j'abbi tocco un fico,
Dice ar popolo suo: « Tu sei nimmico
der tale o der tar ré: faje la guerra ».

E er popolo, pe sfugge la galerra
O quarc'antra grazzietta che nun dico,
Pija lo schioppo e viaggia com'un prico
Che spedischino in Francia o in Inghirterra.

Cusì, pe li crapicci d'una corte
Ste pecore aritorneno a la stalla
Co mezza testa e co le gamme storte.

E co le vite ce se giuca a palla,
Come quela puttana de la morte
Nun vienissi da lei senza cercalla.

23 maggio 1834


I BUONI SOLDATI 1

Appena un sovrano della terra
Crede che un altro gli abbia toccato una minima cosa,
Dice al suo popolo: "Tu sei nemico
Del tal re, o di quell'altro: fagli la guerra".

E il popolo, per evitare la prigione
O qualche altro trattamento che non dico,
Prende il fucile e viaggia come un pacco
Che venga spedito in Francia o in Inghilterra.

Così, per i capricci di una corte
Queste pecore tornano all'ovile
Con mezza testa e con le gambe storte.

E con le vite ci si gioca a palla,
Come se quella puttana della morte
Non venisse da sé, senza doverla cercare.

23 maggio 1834

1. - Ancora una volta in questo sonetto, ma anche nel successivo,
chi parla per bocca del popolano è Belli stesso,
come già visto ne Il caffettiere filosofo.


RIFRESSIONE IMMORALE SUR CULISEO

St'arcate rotte c'oggi li pittori
Viengheno a diseggnà co li pennelli,
Tra l'arberetti, le croce, li fiori,
Le farfalle e li canti de l'ucelli,

A ttempo de l'antichi l'imperatori
Ereno un fiteatro, indove quelli
Currevano a vedé li gradiatori
Sfracassasse le coste e li cervelli.

Qua loro se pijaveno piacere
De sentì l'urli de tanti cristiani
Carpestati e sbranati da le fiere.

Allora tante stragge e ttanto lutto,
E adesso tanta pace! Oh avventi umani!
Cos'è sto monno! Come cammia tutto!

4 settembre 1835



RIFLESSIONE MORALE SUL COLOSSEO

Queste arcate rotte che oggi i pittori
Vengono a dipingere coi pennelli,
Tra gli alberelli, le croci, i fiori,
Le farfalle e i canti degli uccelli,

Al tempo degli antichi imperatori
Erano un anfiteatro, dove costoro
Correvano a vedere i gladiatori
Frantumarsi le coste e i cervelli.

Qua essi prendevano piacere
Nell'udire le urla di tanti cristiani
Calpestati e sbranati dalle fiere.

Allora tante stragi e tanto lutto,
E adesso tanta pace! Oh eventi umani!
Cos'è questo mondo! Come cambia tutto!

4 settembre 1835



CHI CERCA TROVA

Se l'è vorzùta lui: dunque su' danno.
Io me n'annavo in giù pp'er fatto mio,
Quann'ecco che l'incontro e je fo: « Addio ».
Lui passa e m'arisponne cojonanno.

Dico: « Evviva er cornuto »; e er zor Orlanno
(N'è ttistimonio tutto Borgo-Pio)
Strilla: « Ah caroggna, impara chi ssò io »;
E ttorna indietro poi come un tiranno.

Come io lo vedde cor cortello in arto,
Co la spuma a la bocca e l'occhi rossi
Cùrreme addosso pe venì a l'assarto,

M'impostai cor un zercio e nun me mossi.
Je feci fà ttre antri passi, e ar quarto
Lo pres'in fronte, e je scrocchiorno l'ossi.

4 settembre 1835



CHI CERCA TROVA

Se l'è cercata: dunque, peggio per lui.
Io me ne andavo giù per i fatti miei,
Quand'ecco che lo incontro e gli faccio: « Addio ».
Lui passa e mi risponde deridendomi.

Dico: « Evviva il cornuto »; e lo spaccone
(Ne è testimone tutto Borgo Pio)
Strilla: « Ah carogna, impara chi sono io »;
E poi torna indietro minaccioso.

Appena io lo vidi col coltello sollevato,
Con la schiuma alla bocca e gli occhi rossi
Corrermi addosso per venire all'assalto,

Presi posizione con un sasso e non mi mossi.
Gli feci fare altri tre passi, e al quarto
Lo colpii in fronte, e gli scrocchiarono le ossa.

4 settembre 1835



LI PENZIERI DELL'OMO

Er chirichetto, apena attunzurato
Penza a ordinasse prete, si ha cervello:
Er prete penza a diventà pprelato;
E 'r prelato, se sa, penza ar cappello.

Er cardinale, si ttu voi sapello,
Penza 'gnisempre d'arrivà ar papato;
E dar zu' canto er Papa, poverello!,
Penza a gòde la pacchia c'ha ttrovato.

Su l'esempio de quelle perzoncine
'Gni dottore, impiegato, o militare
Penza a le su' mesate e a le propine.

Chi ppianta l'arbero penza a li frutti.
Qua inzomma, pe restriggneve l'affare,
Oggnuno penza a ssé, Dio penza a ttutti.

2 settembre 1838



I PENSIERI DELL'UOMO

Il chirichetto, appena tonsurato
Pensa a ordinarsi prete, se ha cervello:
Il prete pensa a diventare prelato;
E il prelato, si sa, pensa al cappello [cardinalizio].

Il cardinale, se vuoi saperlo,
Pensa sempre d'arrivare al papato;
E il papa, dal canto suo, poverello!
Pensa a godersi la pacchia che ha trovato.

Sull'esempio di quelle personcine
Ogni dottore, impiegato o militare
Pensa ai propri salari e ai propri onorari.

Chi pianta l'albero pensa ai frutti.
Qua insomma, per farla breve,
Ognuno pensa a sé, Dio pensa a tutti.

2 settembre 1838



LI FIJI A PPOSTICCIO

E ffarai bene: l'accattà, sorella,
È er più mejo mistiere che se dii.
- Nun ciò fiji però, sora Sabbella.
- Bè, te n'affitto un paro de li mii.

- E cosa protennete che ve dii?
- Un gross'a ttest'er giorno. - Cacarella!
Me pare de trattà co li giudii!
- Maa, co quelli nun zei ppiù poverella.

C'è er maschio poi che ttanto curre e incoccia,
E ppiagne, e ffiotta, e ppivola cor naso,
Che je li strappa for de la saccoccia.

- E a che ora li lasso? - A un'or de notte.
E ssi ppoi nun lavoreno? - In sto caso
Te l'imbriaco tutt'e dua de bòtte.

14 maggio 1843


I FIGLI FINTI 1

E farai bene: l'accattonaggio, sorella,
È il miglior mestiere che esista.
- Non ho figli, però, signora Isabella.
- Beh, te ne affitto un paio dei miei.

- E cosa mi chiedete di darvi?
- Un grosso 2 a testa al giorno. - Accidenti!
Mi sembra di trattare con gli ebrei!
- Maa, con quelli non sei più poverella.

C'è il maschio poi che tanto corre e insiste,
E piange, e si lamenta, e pigola col naso,
Che glieli strappa fuori dalle tasche.

- E a che ora li lascio? - A un'ora di notte. 3
E se poi non lavorano? - In tal caso
Li riempio tutt'e due di percosse.

14 maggio 1843

1. - Cioè presi in prestito.
2. - Piccola moneta d'argento, vedi Scudi, testoni e paoli.
3. - Le attuali ore 20:15 circa (19:15 d'inverno), secondo
il vecchio computo dell'ora a Roma.



GIUSEPPE GIOACHINO BELLI
(cliccare sulle tematiche a lato) INTRODUZIONE
PRETI, FRATI, PAPI
E LA CHIESA DI ROMA

SONETTI LICENZIOSI
TEMI BIBLICI
torna a LA LINGUA E LA POESIA torna all'INDICE GENERALE





PRETI, FRATI, PAPI E LA CHIESA DI ROMA

LI FRATI D'UN PAESE
LI SPIRITI (III - IV)
LA PENALE
ER RIFUGGIO
ER CONFESSORE
LA PORTERIA DER CONVENTO
ER PRETE
L'INFERNO










ER VOTO
S.P.Q.R.
LA STATUA CUPERTA
ER PATTO-STUCCO
ER MIRACOLO DE SAN GENNARO
ER CIMITERIO DE SAN LORENZO
A VOI DE SOTTO
LA VITA DA CANE

I FRATI DI UN PAESE
GLI SPIRITI (III - IV)
LA PENALE
IL RIFUGIO
IL CONFESSORE
LA PORTINERIA DEL CONVENTO
IL PRETE
L'INFERNO










IL VOTO
S.P.Q.R.
LA STATUA COPERTA
IL PATTO PRESTABILITO
IL MIRACOLO DI SAN GENNARO
IL CIMITERO DI SAN LORENZO
ATTENTI LÌ SOTTO
LA VITA DA CANI


LI FRATI D'UN PAESE

Senti sto fatto. Un giorno de st'istate
Lavoravo ar convento de Genzano,
E ssentivo de sopra ch'er guardiano
Tirava giù biastime a carrettate;

Perché, essenno le gente aridunate
Per cantà la novena a ssan Cazziano,
Cerca qua, chiama là, quer zagristano
Drento a le celle nun trovava un frate.

Era vicino a notte, e un pispillorio
Già se sentiva in de la chiesa piena,
Quanno senti che ffa ppadre Grigorio.

Curze a intoccà la tevola de cena,
E appena che fu empito er refettorio
Disse: "Alò, frati porci, a la novena!".

Terni, 8 novembre 1832


I FRATI DI UN PAESE

Ascolta questo fatto. Un giorno, quest'estate,
Lavoravo al convento di Genzano 1 ,
E sentivo che di sopra il guardiano
Lanciava bestemmie in gran quantità.

Perché, essendo la gente radunata
Per cantare la novena a San Cassiano 2 ,
Cerca di quà, chiama di là, quel sagrestano
Nelle celle non trovava neppure un frate.

La notte si avvicinava, e un bisbiglìo
Già si sentiva nella chiesa piena,
Quando senti che fà padre Gregorio.

Corse a suonare il campanello della cena
E appena si fu riempito il refettorio
Disse: "Avanti, frati empi, alla novena!"

Terni, 8 Novembre 1832


1. - Genzano è una cittadina appena a sud di Roma,
nei Castelli Romani
2. - Cazziano è ovviamente un gioco di parole
fra il nome del santo e cazzo; questi accostamenti
giocosi fra sacro e profano sono assai frequenti nel
dialetto romanesco.


LI SPIRITI

III
Tu conoschi la moje de Fichetto:
Bè, lei giura e spergiura ch'er zu' nonno,
Stanno una notte tra la vej'e 'r zonno,
Se sentì ffà un zospiro accapalletto.

Arzò la testa, e ne sentì un siconno.
Allora lui cor fiato ch'ebbe in petto
Strillò: "Spirito bono o maledetto,
Di' da parte de Dio; che cerchi ar monno?"

Dice: "Io mill'anni addietro ero Badessa,
E in sto logo che stava er dormitorio
Cor un cetrolo me sfonnai la fessa.

Da' un scudo ar piggionante, a don Libborio,
Pe ffamme li sorcismi e dì una messa,
Si me vòi libberà dar purgatorio".

Roma, 17 novembre 1832



GLI SPIRITI 1

III
Tu conosci la moglie di Fichetto 2 :
Beh, lei giura che suo nonno,
Una notte nel dormiveglia,
Udì fare un sospiro a capo del letto.

Alzò la testa, e ne udì un secondo.
Allora con quanto fiato aveva in petto
Strillò: "Spirito buono o maledetto,
Dì in nome di Dio; cosa cerchi al mondo?"

Disse: "Mille anni fa ero Badessa,
E in questo luogo dov'era il dormitorio
Compii degli atti impuri 3 .

Dai uno scudo al pigionante, a don Liborio,
Per farmi gli esorcismi e farmi dire una messa,
Se vuoi liberarmi dal purgatorio".

Roma, 17 novembre 1832


1. - Questo è il terzo di cinque sonetti dal medesimo
titolo, scritti fra il 16 e il 22 novembre. La ricorrenza
dei Defunti e le macabre rappresentazioni sul tema che si
svolgevano in varie chiese di Roma esercitavano su Belli
un'influenza molto forte: diversi sonetti composti nel
mese di novembre sono ispirati al soprannaturale.
2. - Fichetto è un soprannome.
3. - La traduzione letterale è un po' forte: "Con un pene
mi ruppi la vulva".
Cetrolo ("cetriolo") e fessa (cioè "fessura")
sono due dei mille eufemismi coi quali a Roma vengono
menzionati i genitali.
Di nuovo, ecco un tipico contrasto fra un personaggio
religioso (la Badessa), e una pratica alquanto... profana.


LI SPIRITI

IV
Un mese, o ppoco ppiù, doppo er guadaggno
De la piastra, che ffece er zanto prete,
Venne la pasqua, e 'r gabbiano che ssapete
Cominciò a lavorà de scacciaraggno.

"Ch'edè? Un bucio ar zolaro! Oh, pprete caggno",
Fece allora er babbeo che conoscete:
"Eccolo indove vanno le monete!
Va che lo scudo mio cerca er compaggno?"

Doppo infatti du' notte de respiro,
Ecchete la Badessa della muffa
A daje giù cor zolito sospiro.

"Sor don Libborio mio, basta una fuffa",
Strillò quello; "e le messe, pe sto giro,
Si le volete dì, ditele auffa".

Roma, 21 novembre 1832



GLI SPIRITI 1

IV
Un mese, o poco più, dopo il guadagno
Della piastra che fece il santo prete,
Venne la pasqua, e lo sciocco che conoscete
Cominciò a lavorare di piumino 2 .

"Cos'è? Un buco al soffitto! Oh, prete cane",
Disse allora il babbeo che conoscete:
"Ecco dove vanno le monete!
Scommetto che il mio scudo cerca il compagno!"

Infatti, dopo due notti di tregua,
Ecco la solita Badessa
A insistere col solito sospiro.

"Signor don Liborio mio, un raggiro mi basta",
Strillò costui; "e le messe, per questa volta,
Se le volete dire, ditele gratis".

Roma, 21 novembre 1832


1. - Questo è il quarto sonetto della serie.
2. - Verso Pasqua, è ancora oggi tradizione dare
alla propria casa una bella ripulita; ciò viene
detto "fare le pulizie di Pasqua". A quei tempi,
questa era l'unica circostanza in cui ciò avveniva.
Lo "scacciaragno" era uno strumento costituito da
un mazzo di piume legato all'estremità di una
lunga canna, con cui si spolverava il soffitto.


LA PENALE

Li preti, già sse sa, fanno la caccia
A 'gni sorte de spece de quadrini.
Mo er mi' curato ha messo du' carlini
De murta a chi vò dì 'na parolaccia.

Toccò a me l'antra sera a la Pilaccia:
Ché giucanno co certi vitturini,
Come me vedde vince un lammertini,
Disse pe ffoja: "Eh buggiarà Ssantaccia!"

Er giorn'appresso er prete già informato,
Mannò a ffamme chiamà dar chiricone,
E m'intimò la pena der peccato.

Sur primo io vorze dì le mi' raggione;
Ma ppoi me la sbrigai: "Padre Curato,
Buggiaravve a voi puro: ecco un testone".

Roma, 3 dicembre 1832



LA PENALE

I preti, si sa, vanno a caccia
Di soldi di ogni genere.
Recentemente il mio curato ha imposto due carlini 1
Di multa a chi vuol pronunciare una parolaccia.

Toccò a me l'altra sera, alla Pentolaccia 2 :
Perché giocando con certi vetturini,
Appena mi vidi vincere una moneta da due paoli 3
Nell'impeto dissi: "Sia buggerata Santaccia!" 4

Il giorno seguente il prete già informato,
Mandò a farmi chiamare dal sagrestano,
E mi intimò la pena per il peccato.

Sulle prime io volli esporre le mie ragioni;
Ma poi tagliai corto: "Padre Vicario,
Siate buggerato anche voi, ecco un testone" 5 .

Roma, 3 dicembre 1832


1. - Equivalenti a 15 baiocchi (per questa ed
altre monete vedi anche Scudi, Testoni, Paoli).
2. - Nome di osteria, con riferimento all'insegna
del locale.
3. - Moneta da 2 carlini coniata nel 1747 dal papa
Prospero Lambertini (Benedetto XIV), detta perciò
comunemente "un lambertini", "un prospero" o
"un papetto", equivalente a 15 baiocchi.
4. - Buggiarà ("sia buggerato, buggerata, buggerati,"
ecc. nel senso figurato più osceno) era una comune
imprecazione romana. Santaccia, incece, era una
nota meretrice che svolgeva la sua attività a Roma.
5. - Moneta del valore di 3 paoli, equivalenti
a 4 carlini (quindi esattamente due volte la multa).


ER RIFUGGIO

A le curte: te vòi sbrigà d'Aggnesa
Senza er risico tuo? Be', tu pprocura
D'ammazzalla vicino a quarche chiesa:
Poi scappa drento, e nun avé ppavura.

In zarvo che tu ssei dopo l'impresa,
Freghete del mandato de cattura;
Ché a chi tte facci l'ombra de l'offesa
Una bona scomunnica è ssicura.

Lassa fà: staccheranno la licenza:
Ma ppe la grolia der timor de Dio,
C'è sempre quarche pprete che ce penza..

Tu nun ze' un borzarolo né un giudìo,
Ma un cristiano c'ha perzo la pacenza:
Dunque, tu mena, curri in chiesa, e addio.

Roma, 5 dicembre 1832



IL RIFUGIO

Alle corte: ti vuoi liberare di Agnese
Senza rischiare in proprio? Beh, tu fai in modo
Di ucciderla vicino a qualche chiesa:
Poi scappa dentro, e non aver paura 1 .

Una volta messoti in salvo dopo l'azione,
Non preoccuparti del mandato di cattura;
Perché a chi ti facesse anche l'ombra di un'offesa
Una buona scomunica è assicurata.

Lascia fare: spiccheranno il mandato:
Ma per la gloria del timor di Dio,
C'è sempre qualche prete che ci pensa.

Tu non sei nè un borseggiatore nè un ebreo 2 ,
Ma un uomo 3 che ha perso la pazienza:
Dunque, tu colpisci, corri in chiesa, e addio.

Roma, 5 dicembre 1832


1. - Il diritto di asilo, grazie al quale nessuno
poteva essere arrestato o portato via dall'interno
di una chiesa, allora era ancora in vigore.
I vescovi modificarono tale norma affinché
i molti ladri e criminali che si rifugiavano
negli edifici sacri potessero essere arrestati,
ma per un lungo tempo ancora la legge lasciò agli
stessi vescovi l'arbitrio di decidere se
acconsentire o meno all'arresto, caso per caso.
2. - Colpe di sicuro ben più gravi!
3. - Nel dialetto romano "uomo" e "cristiano"
sono sinonimi (dunque, solo ai cristiani spettava
godere dei diritti civili!)


ER CONFESSORE

Padre... -- Dite il confiteor. -- L'ho detto. --
L'atto di contrizione? -- Già l'ho ffatto. --
Avanti dunque. -- Ho detto cazzo-matto
A mi' marito, e j'ho arzato un grossetto. --

Poi? -- Pe una pila che me róppe er gatto
Je disse for de me: "Si' maledetto";
E è cratura de Dio! -- C'e altro? -- Tratto
Un giuvenotto, e ce sò ita a letto. --

E lì cosa è successo? -- Un po' de tutto.--
Cioè? Sempre, m'immagino, pel dritto. --
Puro a riverzo... -- Oh che peccato brutto!

Dunque, in causa di questo giovanotto,
Tornate, figlia, con cuore trafitto,
Domani, a casa mia, verso le otto.

Roma, 11 dicembre 1832



IL CONFESSORE

Padre... -- Dite il Confiteor 1 . -- L'ho detto. --
L'atto di contrizione? -- L'ho gia fatto. --
Avanti, dunque. -- Ho detto "cazzo-matto" 2 ,
A mio marito, e gli ho sottratto un grossetto 3 . --

Poi? -- Per una pentola che mi ruppe il gatto
Gli dissi fuori di me: "Sia maledetto";
Ed è creatura di Dio! -- C'è altro? -- Frequento
Un giovanotto, e ci sono andata a letto. --

E lì cosa è successo? -- Un po' di tutto. --
Cioè? Sempre, m'immagino, pel dritto 4 . --
Anche a rovescio... -- Oh che peccato brutto!

Dunque, in causa di questo giovanotto,
Tornate, figlia, con cuore trafitto,
Domani, a casa mia, verso le otto.

Roma, 11 dicembre 1832

1. - Questo brillante sonetto, come alcuni altri,
si regge sul contrasto fra la popolana che si esprime
in dialetto e il confessore ipocrita che parla un
italiano forbito, riprende la donna per le sue colpe
e poi finisce con l'approfittare di lei.
2. - Equivale a "scimunito, deficiente, testa di rapa".
3. - Moneta d'argento da mezzo paolo.
4. - Si riferisce all'atto sessuale.


LA PORTERIA DER CONVENTO

Dico: "Se pò pparlà cor padr'Ilario?"
Dice: "Per oggi no, perché confessa". --
"E doppo confessato?" -- "Ha da dì messa". --
"E doppo detto messa?" -- "Cià er breviario".

Dico: "Fate er zervizzio, fra Maccario,
D'avvisallo ch'è cosa ch'interessa".
Dice: "Ah, qualunque cosa oggi è l'istessa,
Perché nun pò lassà er confessionario".

"Pacenza", dico: "j'avevo portata,
Pe quell'affare che v'avevo detto,
Ste poche libbre qui de cioccolata...".

Dice: "Aspettate, fijo benedetto,
Pe via che, quanno è ppropio una chiamata
De premura, lui viè: mo' ciarifretto".

Roma, 30 dicembre 1832



LA PORTINERIA DEL CONVENTO

Dico 1 : "Si può parlare con padre Ilario?"
Dice: "Per oggi no, perché confessa". --
"E dopo confessato?" -- "Deve dire messa". --
"E dopo detta messa?" -- "Ha il breviario".

Dico: "Fate il piacere, fra Maccario,
Di avvisarlo trattarsi di cosa che lo interessa
Dice: "Ah, di qualunque cosa si tratti oggi è lo stesso,
Perché non può lasciare il confessionale".

"Pazienza", dico: "gli avevo portato,
Per quella faccenda che vi avevo detto,
Queste poche libbre di cioccolata..."

Dice: "Aspettate, figlio benedetto,
Perché quando è proprio una chiamata
D'urgenza, lui viene: ora ci rifletto.

Roma, 30 dicembre 1832


1. - A Roma, l'intercalare dico: e ancor più
dice: (pronunciato sempre con una "c" alquanto
strusciata, come "disce") sono ancora oggi
frequentemente usati nel parlare comune quando
si riportano frasi di un discorso diretto.


ER PRETE

Jeri venne da me don Benedetto
Per famme arinnaccià quattro pianete;
E vedenno un rïarzo drent'ar letto,
Me disse: "Sposa, qua che ce tienete?"

Io j'arispose che ciavevo er prete
Pe nun stamme a addoprà lo scallaletto;
E lui ce partì allora: "Eh, si volete,
Sò pprete io puro": e qua fece l'occhietto.

Capite, er zor pretino d'ottant'anni
Che stommicuccio aveva e che cuscenza
Cor zu' braghiere e co li su' malanni?

Ma ssai che je diss'io? "Sora schifenza,
Che cercate? la freggna che ve scanni?
Io nun faccio peccato e ppinitenza".

Roma, 15 gennaio 1833



IL PRETE

Ieri venne da me don Benedetto
Per farmi rammendare quattro pianete
E vedendo un rialzo nel letto,
Mi chiese: "Signora 1 , qua cosa tenete?"

Io gli risposi che vi tenevo il prete 2
Per non adoperare lo scaldaletto,
E lui allora cominciò: "Eh, se volete,
Son prete anch'io": e qua fece l'occhietto.

Avete capito, il signor pretino d'ottanta anni
Che stomaco aveva, e che coscienza,
Col suo cinto erniario e con i suoi malanni?

Ma sai cosa gli dissi? "Signora schifezza, 3
Cosa cercate? la vulva che vi uccida?
Io non faccio peccato e penitenza" 4 .

Roma, 15 gennaio 1833


1. - Col termine sposa (pronunciato sempre con la "o" stretta)
i romani erano soliti rivolgersi alle donne sposate (in
contrapposizione a zitella, cioè ragazza nubile).
2. - Il "prete" era un archetto di legno per mezzo del quale
veniva sospeso sotto le coperte del letto un piccolo caldaio; la
funzione era la stessa del tradizionale scaldaletto, costituito
da un caldaio analogo, ma col manico.
3. - Epiteto dispregiativo, ovviamente riferito al prete, ma
"signora" in quanto vocabolo femminile.
4. - Cioè il giacere col vecchio prete sarebbe stato come fare
peccato e penitenza allo stesso tempo.



L'INFERNO

Cristiani indilettissimi, l'inferno
È una locanna senza tetto e coco,
Ch'er bon Iddio la frabbico abbeterno
Perché se popolasse appoco appoco.

Quanti Santi in inzoggno, la vederno,
Dicheno che sibbè piena de foco,
Nun c'è un'ombra de luce in gnisun loco
E ce se trema ppiù che ffussi inverno.

Sur porton de sta casa de li guai
Ce sta a lettre da cuppola un avviso,
Che fora dice sempre, e drento mai.

Gesù mio battezzato e circonciso,
Arberghece li turchi e badanai,
E a noi dacce l'alloggio in paradiso.

Roma, 29 gennaio 1833


L'INFERNO 1

Cristiani dilettissimi, l'inferno
È una locanda senza tetto e cuoco,
Che il buon Dio fabbricò in eterno
Perché si popolasse poco a poco.

Tutti i Santi che la videro in sogno
Dicono che benché piena di fuoco,
Non c'è la minima luce in alcun luogo
E vi si trema più che in inverno.

Sul portone di questa casa di dolore
C'è un avvertimento in lettere enormi,
Che di fuori dice sempre, e all'interno mai.

Gesù mio battezzato e circonciso, 2
Tieni lì dentro turchi ed ebrei,
E a noi dà alloggio in paradiso.

Roma, 29 gennaio 1833

1. - Una satira sferzante contro l'atteggiamento
fanatico della Chiesa di Roma verso le altre religioni.
Questo senso di contrasto è costantemente presente,
per mezzo di paradossi (Cristiani indilettissimi), di
ossimori (nun c'è ombra di luce), di contrapposizioni
(fora dice sempre, e drento mai).
Queste parole avrebbero potuto essere udite nel corso di
una tipica predica.
2. - Belli sottolinea con ironia che Gesù, essendo
stato circonciso, era di fatto anch'egli un ebreo.


ER VOTO

Senti st'antra. A Ssan Pietro e Marcellino
Ce stanno certe moniche befane,
C'aveveno pe voto er contentino
De maggnà ttutto-quanto co le mane.

Vedi si una forchetta e un cucchiarino,
Si un cortelluccio pe ttajacce er pane,
Abbi da offenne Iddio! N'antro tantino
Leccaveno cor muso com'er cane!

Pio Ottavo però, bona-momoria,
Che vedde una matina quer porcaro,
Je disse: « Madre, e che vò dì sta storia?

Sete state avvezzate ar monnezzaro?!
Che voto! un cazzo. A dio pò dasse groria
Puro co la forchetta e cor cucchiaro ».

Roma, 2 febbraio 1833



IL VOTO 1

Ascolta quest'altra. A San Pietro e Marcellino
Ci sono certe monache orribili 2 ,
Che per voto avevano la bella abitudine
Di mangiare tutto quanto con le mani.

Ma tu guarda se una forchetta e un cucchiaino,
Se un coltellino per tagliare il pane,
Debbano offendere Iddio! Mancava poco
Che leccassero col muso come il cane!

Pio Ottavo, però, buon'anima,
Che una mattina vide quella porcheria,
Disse loro: « Madre, cosa significa questo andazzo?

Siete state educate al mondezzaio?
Quale voto! un accidenti. Si può dare gloria a Dio
Anche usando la forchetta e il cucchiaio ».

Roma, 2 febbraio 1833


1. - La regola degli ordini mendicanti prevedeva
spesso disposizioni e divieti curiosi o assurdi.
2. - Dicesi "befana" una donna brutta, antipatica,
vecchia, laida, ecc...


S.P.Q.R.

Quell'esse, pe, cu, erre, inarberate
Sur portone de guasi oggni palazzo,
Quelle sò quattro lettere der cazzo
Che nun vonno dì gnente, compitate.

M'aricordo però che da regazzo,
Quanno leggevo a fforza de frustate,
Me le trovavo sempre appiccicate
Drent'in dell'abbeccé tutte in un mazzo.

Un giorno arfine me te venne l'estro
De dimannamme un po' la spiegazzione
A don Furgenzio ch'era er mi' maestro.

Ecco che m'arispose don Furgenzio:
« Ste lettre vonno dì, sor zomarone,
Soli preti qui reggneno: e ssilenzio ».

Roma, 4 maggio 1833



S.P.Q.R. 1

Quell'esse, pi 2, cu, erre, inalberate
Sul portone di quasi ogni palazzo,
Quelle sono quattro lettere senza valore
Che, compitate, non vogliono dire niente.

Mi ricordo però che da ragazzo,
Quando leggevo a suon di frustate,
Le trovavo sempre lì presenti
Nell'abbecedario, tutte assieme.

Un giorno infine mi venne voglia
Di domandare la spiegazione
A don Fulgenzio che era il mio maestro.

Ecco cosa mi rispose don Fulgenzio:
« Queste lettere, signor somarone, vogliono dire
Soli preti qui regnano: e silenzio ».

Roma, 4 maggio 1833


1. - Sigla per Senatus PopolusQue Romanus, che campeggia
nello stemma civico di Roma.
Come il sonetto dimostra, era comune (e lo è tutt'ora)
interpretare S.P.Q.R. in chiave ironica o goliardica.
2. - A Roma vigeva l'uso di pronunciare le consonanti
be, ce, de, ecc., come in francese, chiara conseguenza
dell'occupazione napoleonica. Ciò spiega anche il successivo
termine abbeccé (ABC), donde il vocabolo abbecedario.


LA STATUA CUPERTA

Ha osservata, monzù, lei ch'è ffrancese
Quella statua ch'arresta da sta mano,
Drent'in fonno a Ssan Pietr'in Vaticano
Sott'ar trono de Pavolo Fernese?

La fanno d'un pittore de Milano,
E ttanta bella, ch'un ziggnore ingrese
'Na vorta un zampietrino ce lo prese
In atto sconcio e co l'ucello in mano.

Allora er Papa ch'era papa allora
Je fece fà cor bronzo la camicia
Che ce se vede a ttempi nostri ancora.

Quantunque ce sò certi c'hanno detto
Che nun fussi un milordo su sta cicia
De pietra a smanicà, ma un chirichetto.

Roma, 10 maggio 1833


LA STATUA COPERTA 1

Signore, lei che è francese, ha osservato
Quella statua che si trova in questa direzione 2,
Dentro in fondo a San Pietro in Vaticano,
Sotto al trono di Paolo Farnese 3 ?

Dicono che sia di un artista di Milano, 4
È tanto bella, che un signore inglese
Una volta fu colto da un sampietrino 5
In atto sconcio e con il membro in mano.

Allora il pontefice che a quel tempo era papa
Col bronzo gli fece fare la camicia
Che vi si vede ancora oggi.

Sebbene vi è chi ha sostenuto
Che non fosse un signore inglese a masturbarsi
Su questa bellezza di pietra, ma un chirichetto. 6

Roma, 10 maggio 1833

1. - Il monumento a Paolo III, di Guglielmo della Porta (1575),
raffigurante una statua bronzea seduta del pontefice, ai cui
lati sono le allegorie della Giustizia e della Carità, in marmo.
Si dice che la prima delle figure femminili fosse stata scolpita
con le fattezze della sorella del papa, Giulia Farnese.
In origine la statua era nuda, ma dopo qualche tempo ne venne
coperto il busto con parti di bronzo.
2. - Indicando la direzione con un gesto della mano.
3. - Alessandro Farnese, papa Paolo III (1534-49).
4. - L'artista era di Como.
5. - Guardiani e operai della basilica sono detti sampietrini.
6. - Questa era la versione della storia che circolava ai tempi
di Belli.


ER PATTO-STUCCO

Sto prelato a la fija der zartore
Che ciannava a stiraje li rocchetti,
Je fece vede drent'a un tiratore
Una ciotola piena de papetti

Dicennoje: « Si vòi che tte lo metti,
Sò ttutti tui, e te li do de core ».
E lei fece bocchino e du' ghiggnetti,
Eppoi s'arzò er guarnello a monziggnore.

Terminato l'affare, er zempriciano,
Pe ppagaje er noleggio de la sporta,
Pijò un papetto e je lo messe in mano.

Dice: « Uno solo ?! e che vor dì sta torta?
Ereno tutti mii!... » -- « Fijola, piano »,
Dice, « sò ttutti tui, uno pe vorta ».

Roma, 16 ottobre 1833


IL PATTO PRESTABILITO

Questo tale prelato, alla figlia del sarto
Che gli andava a casa a stirare i rocchetti 1,
Fece vedere dentro un cassetto
Una ciotola piena di monete 2

Dicendole: « Se accetti di fare del sesso con me, 3
Sono tutti tuoi, e te li do volentieri ».
Ella si atteggiò con la bocca e sogghignò un poco,
Ed infine si alzò le vesti per monsignore.

Terminata l'operazione, il finto ingenuo,
Per pagarle il noleggio della sporta 4 ,
Prese una moneta e gliela mise in mano.

Quella disse: « Uno solo?! e che vuol dire questo inganno?
Erano tutti miei!... » -- « Figliola, adagio »,
Disse il prelato, « sono tutti tuoi, uno alla volta ».

Roma, 16 ottobre 1833

1. - Varietà di abito talare, a maniche strette.
2. - Il "papetto" era una moneta assai popolare, del
valore di 2 carlini (o 3 grossi, oppure 15 baiocchi,
vedi la pagina Scudi, Testoni, Paoli).
3. - Letteralmente: se vuoi che io te lo metta, con osceno
riferimento all'atto sessuale.
4. - Chiaramente, la sporta è un'altra oscena metafora.


ER MIRACOLO DE SAN GENNARO

Come però er miracolo c'ho visto
Cor mi' padrone a Napoli, di ppuro
Che quant'è granne er monno, mastro Sisto,
Nun ne ponno succede de sicuro.

Uscì un pretone da de-dietro un muro
Co un coso pieno de sanguaccio pisto,
E strillò fforte a ttante donne: « È duro ».
E quelle: « Sia laudato Gesucristo ».

E doppo, in ner frattempo ch'er pretone
Se smaneggiava er zangue in quer tar coso,
Le donne biastimaveno orazzione.

Finché co sto smaneggio e ninna-nanna
Er zangue diventò vivo e brodoso
Com'er zangue d'un porco che sse scanna.

18 maggio 1834


IL MIRACOLO DI SAN GENNARO 1

Però come il miracolo che ho visto
Col mio padrone a Napoli, dì pure
Che per quanto sia grande il mondo, mastro Sisto,
Non ne possono accadere di sicuro.

Uscì un grosso prete da dietro un muro
Con un oggetto pieno di sangue rappreso,
E gridò forte a tante donne: « È duro ».
E quelle: « Sia lodato Gesù Cristo ».

E dopo, mentre il grosso prete
Maneggiava il sangue in quel tale oggetto,
Le donne pronunciavano orazioni. 2

Finché con queste manipolazioni e oscillazioni
Il sangue diventò vivo e fluido
Come quello d'un maiale che si scanna.

18 maggio 1834

1. - Stavolta Belli è alle prese col più noto dei santi
partenopei, e in particolare col famoso "miracolo".
Al di là della consueta ironia, si noti l'abilità del poeta
di infondere alla narrazione dell'evento un ritmo incalzante,
che rende in modo estremamente realistico le convulse fasi
del rito.
2. - Letteralmente: "bestemmiavano orazioni".
Si è già visto altrove come Belli accosti spesso sacro
e profano, puntando ad ottenere un effetto ironico sferzante.
In questo caso lo stesso autore, che evidentemente assistì
di persona al rituale prodigio, lasciò la seguente nota:
Realmente le sono più bestemmie che altro. Fra i credi e
le salve-regine ecc., recitate o gridate con una specie di
furor baccante, e storpiate iddio sa come, è sempre interpolata
la orazione seguente: « Benedetto lo Padre, benedetto lo Fijo,
benedetto lo Spiritossanto, che cià dato chisto Santo nuosto;
e ffede a chi nun crede ».



ER CIMITERIO DE SAN LORENZO

Jeri a ventitré ora finarmente
Sto cimiterio è stato benedetto.
T'assicuro che ffu un carnovaletto
P'er gran concorzo de carrozze e gente.

Le seppurture vecchie er Papa ha detto
Che d'or'impoi nun zèrvino ppiù a gnente,
Perché ttutti li morti istessamente
Anneranno laggiù ssopr'un carretto.

Però ss'intenne da li Papa in fori,
E cardinali, e vescovi, e pprelati,
E ppreti, e ffrati, e moniche e ssignori.

Ne sarà ppuro accettuato oggnuno
Che sse terrà da conto li curati...
Inzomma, via, nun ciannerà gnisuno.

6 settembre 1835


IL CIMITERO DI SAN LORENZO 1

Ieri alle ore diciotto 2 finalmente
Questo cimitero è stato benedetto.
T'assicuro che fu un piccolo carnevale
Per la gran partecipazione di carrozze e di gente.

Ha detto il Papa 3 che le vecchie sepolture 4
D'ora in poi non debbano più servire,
Perché tutti i morti, in ugual modo,
Andranno laggiù su di un carretto.

Però, è beninteso, eccettuati i papi,
E i cardinali, e i vescovi, e i prelati,
E preti, e frati, e monache e signori.

Ne sarà anche dispensato chiunque
Si terrà da conto i curati... 5
Insomma, via, non vi andrà nessuno.

6 settembre 1835

1. - Situato nel quartiere di San Lorenzo, è il cimitero
monumentale di Roma, oggi meglio noto come Campo Verano.
Fu istituito in seguito all'occupazione napoleonica della
città, quando per ragioni igieniche erano state vietate le
sepolture entro i confini urbani. L'inaugurazione ufficiale,
che ispirò a Belli il sonetto, ebbe luogo il 3 settembre 1835,
ma l'ultimazione dei lavori per la sistemazione richiese altri
quarantacinque anni. Vi sono sepolti numerosi personaggi
famosi, tra cui lo stesso Belli.
2. - Secondo il sistema romano, basato sul computo delle ore a
partire dall'Ave Maria (alle 19:15 d'estate, alle 18:15 d'inverno),
a settembre le ventitré corrispondevano appunto alle 18:15.
3. - Gregorio XVI (Cappellari); in realtà l'editto napoleonico
sulle sepolture risaliva al 1804.
4. - La popolazione era abituata a seppellire i propri morti
presso le chiese cittadine: all'interno il clero, i nobili e
i più facoltosi, mentre gli altri erano sepolti nei terreni
circostanti la chiesa, solitamente di proprietà della stessa.
5. - I romani non presero il provvedimento di buon grado, donde
le numerose deroghe alla nuova regola, su cui Belli ironizza,
di cui poté avvantaggiarsi il clero, in base alle gerarchie,
e i vari "raccomandati", a cui allude questo verso.


A VOI DE SOTTO

S'aricconta c'un frate zoccolante
Grasso ppiù der compar de sant'Antonio,
Ner concrude una predica incarzante
Sull'obbrighi der zanto madrimonio,

Staccò er Cristo dar pùrpito, e gronnante
De sudore strillò com'un demonio:
« Eccolo, e ve lo dico a ttutte quante,
Eccolo su sta croce er tistimonio.

Io mo lo tiro in testa inviperito
A chi ss'è ppresa er ber gusto, s'è ppresa,
De temperà ppiù ppenne a ssu' marito ».

A quell'atto der frate 'gni miggnotta...
'Gni donna, vorzi dì, che stava in chiesa,
Arzò le mano pe pparà la bbotta.

23 dicembre 1837


ATTENTI LÌ SOTTO 1

Si racconta che un frate zoccolante
Più grasso del compare di sant'Antonio, 2
Nel concludere una predica incalzante
Sugli obblighi del santo matrimonio,

Staccò il Cristo dal pulpito, e grondante
Di sudore gridò con quanta forza aveva: 3
« Eccolo, e ve lo dico a tutte,
Eccolo su questa croce il testimone.

Adesso, inviperito, io lo do in testa
A colei che si è presa il bel gusto 4
Di mettere più corna al proprio marito ».

A quel gesto del frate ogni donnaccia...
Volevo dire, ogni donna che si trovava in chiesa
Alzò le mani per parare il colpo.

23 dicembre 1837

1. - Il titolo vuole parafrasare il vecchio grido dei cocchieri
a voi davanti!, cioè "attenti, toglietevi da davanti".
Qui Belli si fa più graffiante che mai: scherza sull'onestà delle
donne, come già aveva fatto in Er companatico der paradiso,
e al tempo stesso dà del maiale al grasso frate.
2. - Sant'Antonio Abate è tradizionalmente rappresentato
in compagnia di un maiale, che lo segue.
3. - Fare qualcosa come un demonio ha il significato di
fare "moltissimo", oppure "in fretta e furia", oppure "con
straordinaria intensità", e così via. Ma in questo caso Belli
non si lascia sfuggire l'occasione per l'ennesimo contrasto
sacro/profano, riferendosi al frate come ad un demonio.
4. - La ripetizione enfatica della prima parte della frase
è molto frequente in Berneri, ma la si trova
anche in Zanazzo (cfr. rispettivi autori).


LA VITA DA CANE

Ah sse chiam'ozzio er suo, brutte marmotte?
Nun fa mai gnente er Papa, eh? nun fa gnente?
Accussì ve pijassi un accidente
Come lui se strapazza e giorn'e notte.

Chi parla co Dio padr'onnipotente?
Chi assorve tanti fiji de mignotte?
Chi manna in giro l'indurgenze a bótte?
Chi va in carrozza a binidì la gente?

Chi je li conta li quadrini sui?
Chi l'ajuta a creà li cardinali?
Le gabbelle, pe dio, nu le fa lui?

Sortanto la fatica da facchino
Da strappà tutto l'anno momoriali
E buttalli a pezzetti in ner cestino!

31 dicembre 1845


LA VITA DA CANI

Ah, lo chiamate ozio il suo, brutti marrani?
Il Papa non fa mai nulla, eh? Non fa nulla?
Che vi prendesse un accidenti
Per quanto egli si strapazza giorno e notte.

Chi parla con Dio padre onnipotente?
Chi assolve tanti mascalzoni?
Chi mette in giro indulgenze a profusione?
Chi va in carrozza a benedire la gente?

Chi glieli conta i suoi soldi?
Chi l'aiuta a creare i cardinali?
Le tasse, per dio, non è lui ad istituirle?

Già soltanto la fatica da facchino
Di strappare memoriali per tutto l'anno
E buttarli a pezzetti nel cestino!

31 dicembre 1845




GIUSEPPE GIOACHINO BELLI
(cliccare sulle tematiche a lato) INTRODUZIONE
LA SOCIETA'
E IL QUOTIDIANO

SONETTI LICENZIOSI
TEMI BIBLICI
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G.Berneri
BERNERI
C.Pascarella
PASCARELLA
G.Zanazzo
ZANAZZO
Trilussa
TRILUSSA
A.Fabrizi
FABRIZI