GIUSEPPE GIOACHINO BELLI sonetti | altre tematiche: PRETI, FRATI, PAPI E LA CHIESA DI ROMA SONETTI LICENZIOSI TEMI BIBLICI |
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ER MORO DE PIAZZA-NAVONA Vedi là quela statua der Moro C'arivorta la panza a Sant'Aggnesa? Ebbè, una vorta una Siggnora ingresa La voleva dar Papa a ppeso d'oro. Ma er Zanto Padre e tutto er Conciastoro, Sapenno che quer marmoro, de spesa, Costava più zecchini che nun pesa, Senza nemmanco valutà er lavoro; Je fece arrepricà dar Zenatore Come e quarmente nun voleva venne Una funtana de quer gran valore. E quell'ingresa che ppoteva spenne, Dicheno che ce morze de dolore: Luciattei requia e scant'in pace ammenne. |
IL MORO DI PIAZZA NAVONA 1 Vedi là quella statua del Moro Che è rivolta verso Sant'Agnese? Ebbene, una volta una signora inglese La voleva dal papa a peso d'oro. Ma il Santo Padre e tutto il concistoro, Sapendo che quel marmo, come spesa, Valeva più zecchini di quanto pesi, Senza contare il lavoro, Le fece rispondere dal Senatore 2 Che non era intenzionato a vendere Una fontana di così grande valore. E quell'inglese, che poteva permettersela, Dicono che ne morì di dolore. Luceat eis, requiescant in pace, amen. 3 |
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1. - La Fontana del Moro è una delle tre situate a piazza Navona, cfr. Fontane, parte III, pagina 3). 2. - I Senatori erano la più alta autorità civile. 3. - Chi parla cita l'ultimo verso della preghiera per i defunti in latino: ...luceat eis, requiescant in pace; amen, corrompendone le parole, come se pronunciate senza capirne minimamente il significato. Molta gente del popolo conosceva a memoria preghiere in latino, ma non ne comprendeva una sola parola. |
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LA PISCIATA PERICOLOSA Stavo a piscià jerzera lì a lo scuro Tra Madama Lugrezzia e tra Ssan Marco, Quann'ecchete, affiarato com'un farco, Un sguizzero der papa duro duro. De posta me fa sbatte er cazzo ar muro, Poi vò levamme er fongo: io me l'incarco: E con la patta in mano pijo l'Arco De li tre Re, strillando: « Vienghi puro ». Me sentivo quer frocio dì a le tacche, Cor fiatone: « Tartàifel, sor paine, Pss, nun currete tante, che ssò stracche ». Poi co mill'antre parole turchine Ciangottava: « Viè quà , ffije te vacche, Che ppeveremo un pon picchier te vine ». |
LA MINZIONE PERICOLOSA Ieri sera stavo facendo un bisogno lì nell'oscurità Tra Madama Lucrezia e San Marco, 1 Quando ecco avventarsi come un falco 2 Uno svizzero del papa, a muso duro. Mi fa picchiare di proposito il pene contro il muro, Poi cerca di togliermi il cappello; io me lo calco, E reggendo la patta dei calzoni infilo l'Arco Dei tre Re, gridando: « Vieni pure ». Udivo quel tizio 3 dietro di me che diceva, Col fiatone: « Der Teufel! 4 Signor coso, Pss, non correte tanto, che sono stanco ». Poi con mille altre parole incomprensibili Borbottava: « Vieni qui, figlio di una vacca, Che berremo un buon bicchier di vino ». |
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1. - Madama Lucrezia è una delle Statue Parlanti di Roma, situata presso la basilica di San Marco. 2. - Presso diverse chiese, papa Leone XII aveva piazzato una guardia svizzera, con un'alabarda, per mantenere l'ordine all'interno, ed impedire che il popolo espletasse i propri ...bisogni all'esterno. 3. - Il termine frocio viene da frogia, cioè "narice", un soprannome che veniva dato alle persone del nord Europa, con riferimento alle narici più ampie, in media, di quelle di un romano. Un po' alla volta il significato del termine mutò in quello di "pederasta", probabilmente a causa del maggior numero di omosessuali tra i nordeuropei rispetto alla popolazione locale. Il termine è ancora in uso. 4. - Dannazione! (Letteralmente: il diavolo!); le parole della guardia sono una buffa mescolanza di romanesco e tedesco. A Roma si potevano udire frequentemente lingue straniere quali il francese (parlato dai soldati napoleonici), il tedesco (per via delle guardie svizzere), e l'inglese (parlato da molti viaggiatori del Grand Tour); in molti sonetti Belli ha usato una divertente miscela linguistica, prendendo spunto dal modo in cui i forestieri storpiavano la lingua locale, e i romani storpiavano i vocaboli stranieri. |
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L'ADUCAZZIONE Fijo, nun ribbartà mai tata tua: Abbada a tte, nun te fà mette sotto. Si quarchiduno te viè a dà un cazzotto, Lì callo callo tu dajene dua. Si ppoi quarcantro porcaccio da ua Te ce facessi un po' de predicotto Dije: "De ste raggione io me ne fotto: Iggnuno penzi a li fattacci sua". Quanno giuchi un bucale a mora, o a boccia, Bevi fijo; e a sta gente buggiarona Nun gnene fà restà manco una goccia. D'esse cristiano è ppuro cosa bona: Pe questo hai da portà ssempre in zaccoccia Er cortello arrotato e la corona. |
L'EDUCAZIONE Figlio, non far mai torto al tuo babbo, Bada a te stesso, non ti far prevaricare. Se qualcuno viene a darti un pugno, Tu lì per lì dagliene due. Se poi qualche altro maiale Ti facesse un po' di predica, Digli: "Di queste ragioni io me ne infischio: Ognuno pensi ai fattacci propri". Quando scommetti un boccale a morra 1, o a bocce, Bevi, figlio; e a questa gente stolta Non farne restare nemmeno una goccia. Anche l'essere cristiano è buona cosa: Per questo devi portare sempre in tasca Il coltello affilato e il rosario. |
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| 1. - La morra era un gioco molto comune, nel quale i due contendenti si mostravano l'un l'altro un numero da 0 a 5 usando le dita di una mano, e al tempo stesso tentando di indovinare il totale, gridandolo. Era giocata tanto in strada che nelle osterie. Il gioco assai spesso culminava in una rissa. |
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LA PIGGION DE CASA Nun pòi sbajà ssi vòi. Qua ssu la dritta, Ner comincio der Vicolo der Branca, Doppo tre o quattro porte a manimanca Te viè in faccia una pietra tutta scritta. Svorta er collo tra l'oste e l'artebbianca E ppropio attacc'a quella casa sfitta Lì a ppianterreno ciabbita er zor Titta Er barbiere a l'inzeggna de la cianca. L'hai capito mo adesso indove arresta? Be', domatina tu vacce a quest'ora, Ché l'ora lui de non trovallo è questa. Dì: "C'è er zor Titta?" - "No". - Tu dije allora: "Dice zia che a ppagà viè st'antra festa Ché glieri lei lo rifaceva fora". |
LA PIGIONE DI CASA Non puoi sbagliare neanche se volessi. Qui a destra, All'inizio del Vicolo del Branca, Dopo tre o quattro porte a sinistra Ti trovi davanti una pietra coperta da iscrizioni. Gira la testa fra l'oste e la drogheria E proprio accanto a quella casa sfitta Lì al pianterreno abita il signor Titta 1 Il barbiere all'insegna della gamba 2 . Hai capito ora dove si trova? Beh, domani mattina tu và lì a quest'ora Perché l'ora per non trovarlo è questa. Dì: "C'è il signor Titta?" - "No". - Tu allora digli: "Zia dice che a pagare verrà alla prossima festa Perché ieri lo credeva ancora assente". |
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1. - Titta è il diminuitivo romano di Giovan Battista 2. - I barbieri usavano una gamba come insegna della propria bottega, in quanto a quei tempi praticavano anche salassi e piccola chirurgia. |
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LA BONA FAMIJA Mi' nonna, a un'or de notte che viè ttata Se leva da filà, povera vecchia, Attizza un carboncello, ciapparecchia, E maggnamo du' fronne d'inzalata. Quarche vorta se famo una frittata, Che ssi la metti ar lume ce se specchia Come fussi a ttraverzo d'un'orecchia: Quattro noce, e la cena è terminata. Poi ner mentre ch'io, tata e Crementina Seguitamo un par d'ora de sgoccetto, Lei sparecchia e arissetta la cucina. E appena visto er fonno ar bucaletto, 'Na pisciatina, 'na sarvereggina, E, in zanta pace, ce n'annamo a letto. |
LA BUONA FAMIGLIA Mia nonna, alle otto di sera 1 quando viene papà, Si alza dal filare, povera vecchia, Attizza un piccolo carbone, apparecchia per noi, E mangiamo due foglie d'insalata. Qualche volta ci facciamo una frittata, Che se la metti alla luce è trasparente Come guardando attraverso un'orecchia: Quattro noci, e la cena è terminata. Poi mentre io, papà e Clementina Seguitiamo per un paio d'ore a bevicchiare, Lei sparecchia e rassetta la cucina. E appena visto il fondo al boccaletto, Una minzione, una Salve Regina, E, in santa pace, ce ne andiamo a letto. |
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1. - Un'ora dopo l'Ave Maria, che si recitava alle 19:15 in estate e alle 18:15 in inverno, quindi oggi diremmo attorno alle 20. |
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CHE LINGUE CURIOSE! Sta tu' Francia sarà una gran città, Ma li francesi che nascheno lì Hanno una certa gorgia de parlà Che ssia 'mazzato chi li po' capì. Là ttre e ttre nun fa sei, tre e ttre ffa ssì, E quanno è robba tua, sette a ttuà. Pe dì de sì, se burla er porco: uì: E chi vò dì de no dice: nepà. E m'aricordo de quer zor monzù Che pprotenneva che dicenno a ssé, Dicessi abbasta, nun ne vojo più. E de quell'antro che me se maggnò, 'Na colazzione d'affogacce un Re, E me ce disse poi che diggiunò ?!. |
CHE LINGUE CURIOSE! Questa tua Francia sarà una gran città, Ma i francesi che nascono lì, Hanno un certo modo di parlare Che accidenti a chi li capisce. Là tre più tre non fa sei, tre più tre fa sì 1 , E quando è roba tua, set'a tuà 2. Per dir di sì, si burla il maiale: uì 3 : E chi vuol dir di no dice: nepà 4 . E mi ricordo di quel signor monsù 5 Che pretendeva, dicendo a sé 6 , Di dire basta, non ne voglio più. E di quell'altro che si mangiò, Una colazione tale da affogarci un Re, E mi disse poi che digiunò 7 ?!. |
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1. - Six (sei); l'intero sonetto è composto da versi tronchi per simulare la cadenza della lingua francese. 2. - C'est à toi. 3. - Oui. 4. - Ne pas. 5. - Monsieur. 6. - Assez. 7. - Dal verbo déjeuner. |
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LI GALOPPINI Jeri, a la Pulinara, un colleggiale Doppo fatta una predica in todesco, Setacciò tutt'er popolo in du' sale, E a la ppiù mejo vorze dà er rifresco. In quella fece entracce er Cardinale Co l'amichi der Micco e ppadron Fiesco; E nell'antra la gente duzzinale Che viaggia cor caval de san Francesco. Pe sta sala che qui de li spedati Comincionno a ppassà li cammorieri Pieni de sottocoppe de gelati. Ma che! a la sala delli cavajeri Un cazzo ciarrivò: ché st'affamati Se sparinno inzinenta li bicchieri. |
GLI SCROCCONI 1 Ieri, a S.Apollinare, un collegiale Al termine di una predica in tedesco 2 , Divise tutte le persone in due sale, E a quelli più nobili volle offrire un rinfresco. In una fece entrare il Cardinale Con gli amici del Micco e padron Fieschi 3 ; E nell'altra la gente dozzinale Che viaggia col cavallo di S.Francesco 4 . Per questa sala in cui erano gli appiedati Cominciarono a passare i camerieri Pieni di sottocoppe di gelati. Macché! alla sala dei cavalieri Non arrivò un bel nulla: perché questi affamati Fecero sparire persino i bicchieri. |
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1. - È lo stesso G.G.Belli che traduce "scrocconi", benché galoppino sia più spesso usato per indicare persone che si spostano a piedi per recare messaggi, fare consegne, ecc. 2. - Veramente i sermoni si tenevano in latino, ma fra latino o tedesco o qualsiasi altro idioma, per il volgo non vi era alcuna differenza. 3. - Due noti noleggiatori di carrozze (tipico veicolo delle classi nobili). 4. - Comune espressione romanesca che ironizza sull'andare a piedi, per necessità od indigenza (come appunto faceva S.Francesco). |
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ER LOGOTENENTE Come intese a ciarlà der cavalletto, Presto io curze dar zor Logotenente: "Mi' marito... Eccellenza... è un poveretto Pe carità... Ché nun ha ffatto gnente". Dice: "Mettet'a ssede". Io me ce metto. Lui cor un zenno manna via la gente: Po' me s'accosta: "Dimme un po' gruggnetto, Tu' marito lo vòi reo o innocente?" "Innocente", dich'io; e lui: "Ciò gusto" E detto-fatto quer faccia d'abbreo Me schiaffa la man-dritta drent'ar busto. Io sbarzo in piede, e strillo: "Eh sor cazzeo..." E lui: "Fijola, quer ch'è giusto è giusto: Annate via: vostro marito è reo". |
IL LUOGOTENENTE Appena udii parlare del cavalletto 1 Corsi presto dal signor Luogotenente: "Mio marito... Eccellenza... É un poveretto Per carità... Perché non ha fatto niente". Dice "Mettiti a sedere". Io mi ci metto. Lui con un cenno manda via la gente: Poi mi si acosta: "Dimmi un po', musetto, Tuo marito lo vuoi reo o innocente?" "Innocente", io dico; e lui: "Mi fa piacere"; E, detto fatto, quella faccia d'ebreo 2 Mi infila la mano sinistra nel busto. Io balzo in piedi, e strillo: "Ehi, signor babbeo..." E lui: "Figliola, quel ch'è giusto è giusto: Andate via: vostro marito è reo". |
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1. - Il "cavalletto" era una pena corporale, annota Belli, consistente in nerbate sul deretano, che aveva da poco sostituito l'ancor più crudele "corda", supplizio secondo il quale i condannati venivano legati per i polsi ad una carrucola, rudemente issati in alto e poi lasciati ricadere un numero di volte, ciò che spesso provocava loro la slogatura delle spalle. 2. - Per il popolino i non-cristiani non erano esseri umani, ma semplicemente "ebrei, turchi, mori", ecc., e sottoposti a feroci discriminazioni. "Faccia d'ebreo" era dunque un insulto grave. |
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LA SCERTA Sta accusì. La padrona cor padrone, Volenno marità la padroncina Je portonno davanti una matina, Pe sceje, du' bravissime perzone. Un de li dua aveva una ventina D'anni, e du' spalle peggio de Sanzone; E l'antro lo diceveno un riccone Ma aveva un po' la testa cennerina. Subbito er giuvinotto de quer paro Se fece avanti a dì: "Sora Lucia, Chi volete de noi? parlate chiaro". "Pe dilla, me piacete voi e lui", Rispose la zitella; "e ppijerìa Er cicio vostro e li quadrini sui". |
LA SCELTA Andò così. La padrona col padrone, Volendo maritare la padroncina Una mattina le portarono davanti per scegliere, due bravissime persone. Uno dei due aveva una ventina D'anni, e spalle più larghe di quelle di Sansone; E dell'altro si diceva fosse un riccone Ma aveva i capelli un po' grigi. Subito, dei due, il giovanotto Si fece avanti dicendo: "Signora Lucia, Chi di noi volete? parlate chiaro". "Per dirla, mi piacete voi e lui", Rispose la ragazza; 1 "e prenderei L'uccelletto vostro 2 e i quattrini suoi". |
1. - A Roma tutte le ragazze in età da marito erano definite zitelle, senza la connotazione negativa che oggi questo termine ha assunto. 2. - Con ovvio riferimento all'organo genitale maschile. |
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LA BOCCA DE-LA-VERITA' In d'una chiesa sopra a 'na piazzetta Un po' ppiù ssù de Piazza Montanara Pe la strada che pporta a la Salara, C'è in nell'entrà una cosa benedetta. Pe ttutta Roma quant'è larga e stretta Nun poterai trovà cosa ppiù rara. È una faccia de pietra che tt'impara Chi ha detta la bucìa, chi nu l'ha detta. S'io mo a sta faccia, c'ha la bocca uperta, Je ce metto una mano, e nu la striggne La verità da me ttiella pe certa. Ma ssi fficca la mano uno in bucìa, Èssi sicuro che a tirà né a spiggne Quella mano che lì nun viè ppiù via. |
LA BOCCA DELLA VERITA' In una chiesa presso una piazzetta Un poco oltre Piazza Montanara 1 Lungo la strada che porta alla salina, Nell'entrare c'è una cosa benedetta. Per tutta Roma in lungo e in largo Non potrai trovare cosa più rara. È una faccia di pietra che ti dice Chi ha detto una bugìa e chi non l'ha detta. Ora se io in questa faccia, che ha la bocca aperta, Infilo una mano, e non la serra, La mia verità considerala certa. Ma se mette la mano uno bugiardo Stai sicuro che né a tirare né a spingere Quella mano viene più via. |
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1. - Oggi la topografia del luogo è completamente cambiata ma la chiesa (S.Maria in Cosmedin) è ancora lì. |
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ER RE DE LI SERPENTI Si un gallo, fija mia, senza ammazzallo Campa cent'anni, eppoi se mette ar covo, In cap'a un mese partorisce un'ovo E sta du' antri mesi pe covallo. E ppoi viè ffora un mostro nero e giallo, 'Na bestia brutta, un animale novo, Un animale che nun z'è mai trovo, Fatto a mezzo serpente e mezzo gallo. Questo si guarda l'omo e sbatte l'ale, Come l'avessi condanato er fisco Lo fa restà de gelo tal'e quale. Una cosa sortanto io nun capisco, Ciové ppe che raggione st'animale Abbino da chiamallo er basilisco. |
IL RE DEI SERPENTI 1 Figlia mia, se un gallo, senza ucciderlo, Vive cento anni, e poi si mette a covare, In capo a un mese partorisce un uovo E sta altri due mesi per covarlo. E poi viene fuori un mostro nero e giallo, Una bestia brutta, un animale nuovo, Un animale che non si è mai trovato, Fatto per metà serpente e per metà gallo Questo se guarda l'uomo e batte le ali, Come se l'avesse condannato il fisco 2 Lo fa rimanere proprio di ghiaccio. Solo una cosa io non capisco, Cioè per quale motivo questo animale Debbano chiamarlo il basilisco 2. |
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1. - La cultura popolare era per buona parte basata su assurde credenze, a cui veniva dato il massimo credito. 2. - Anche ai tempi di Belli il fisco godeva di una buona reputazione! 3. - Il leggendario rettile che uccideva con lo sguardo. |
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LA DISPENZA DER MADRIMONIO Quella stradaccia me la sò lograta: Ma quanti passi me ce fussi fatto Nun c'era da ottené pe gnisun patto De potemme sposà co mi' cuggnata. Io c'ero diventato mezzo matto, Perché, dico, ch'edè sta baggianata C'una sorella l'ho d'avé assaggiata E l'antra no! nun è l'istesso piatto? Finarmente una sera l'abbataccio Me disse: "Fijo se ce stata coppola, Pròvelo, e la licenza te la faccio". "Benissimo Eccellenza", io j'arisposi: Poi curzi a casa, e, pe nu dì una stroppola, M'incoppolai Presseda, e ssemo sposi. |
LA DISPENSA DI MATRIMONIO Quella dannata strada l'ho logorata 1 : Ma per quanti passi vi abbia fatto Non riuscivo ad ottenere in alcun modo Di potermi sposare con mia cognata. Ero diventato mezzo matto, Perché, io dico, cos'è questa stupidaggine Per cui una delle sorelle avevo potuto assaggiarla E l'altra no! non sono la stessa cosa? Finalmente una sera l'abate Mi disse: "Figlio, se c'è stata copula, Provalo, e la licenza te la faccio". "Benissimo Eccellenza", gli risposi: Poi corsi a casa, e, per non dire una bugìa, Possedetti Prassede 2, e fummo sposi. |
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1. - La strada dov'erano gli uffici del vicariato, che si occupavano di legislazione matrimoniale. 2. - La cognata del protagonista. Il verbo "incoppolare", che così efficacemente allude all'atto sessuale, è evidentemente una corruzione del formale "copulare". |
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LE COSE CREATE Ner monno ha ffatto Iddio 'gni cosa deggna: Ha ffatto tutto bono e ttutto bello. Bono l'inverno, più bona la leggna: Bono assai l'abbozzà, mejo er cortello. Bona la santa fede e chi l'inzeggna, Più bono chi ce crede in der ciarvello: Bona la castità, mejo la freggna: Bono er culo, bonissimo l'ucello. Sortanto in questo qui trovo lo smanco, Che ppoteva, penzànnoce un tantino, Creacce l'acqua rossa e 'r vino bianco. Perché armeno gnisun oste asassino Mo nun vierìa co ttanta faccia ar banco A vénnece mezz'acqua e mezzo vino. |
LE COSE CREATE Nel mondo Iddio ha creato ogni cosa per bene: Ha fatto tutto buono e tutto bello. Buono l'inverno, più buona la legna: Assai buona la tolleranza, meglio il coltello. Buona la santa fede e chi l'insegna, Più buono chi usa un po' di discernimento: Buona la castità, meglio la vulva: Buono il deretano, buonissimo il pene. Soltanto in questo trovo un difetto, Che, pensandoci un po', avrebbe potuto Crearci l'acqua rossa e il vino bianco. Perché almeno nessun oste criminale Verrebbe ora al banco con faccia tosta A venderci vino per metà annacquato. |
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LA FIJA SPOSA Ma come! è ttanto tempo che tte laggni Che restavi pe sseme de patata, E mo che stai per èsse maritata Co quello che vòi tu, puro ce piaggni? Mo che quer catapezzo te guadaggni, Me ce fai la Madonna addolorata! Tu guarda a me: m'ha ffatto male tata? Sti casi ar monno sò ttutti compaggni. Che paur'hai der zanto madrimonio? Nun crede, fija, a ste lingue maliggne: Tu lassete servì, lassa fà Antonio. E quanno sentirai che spiggne spiggne, Statte ferma, Lucia, perché er demonio Nun è ppoi brutto quanto se dipiggne. |
LA FIGLIA SPOSA Ma come! è tanto tempo che ti lamenti Che restavi senza marito, E adesso che stai per sposarti Con chi vuoi tu, ci piangi anche? Adesso che ti prendi quel pezzo d'uomo, Fai come la Madonna addolorata! Tu guarda me: papà mi ha forse fatto male? Al mondo questi casi sono tutti uguali. Che paura hai del santo matrimonio? Non credere, figlia, a queste lingue maligne: Lasciati servire, lascia fare ad Antonio. E quando sentirai che spinge e spinge, Resta ferma, Lucia, perché il demonio Non è poi brutto come lo si dipinge. 1 |
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1. - Restare per seme di patata significa "rimanere ultimo", "rimanere l'unico escluso da un contesto", ecc. 2. - Proverbio. |
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L'INNUSTRIA Un giorno che arrestai propio a la fetta, Senz'avé manco l'arma d'un quadrino, Senti che cosa fo: curro ar camino E roppo in quattro pezzi la paletta. Poi me l'invorto sott'a la giacchetta, E vado a spasso pe Campovaccino A aspettà quarche ingrese milordino Da daje 'na corcata co l'accetta. De fatti, ecco che viè quer c'aspettavo. "Siggnore, guardi un po' quest'anticaja C'avemo trovo jeri in de lo scavo?" Lui se ficca l'occhiali, la scannaja, Me mette in mano un scudo e dice: "Bravo!" E accusì a Roma se pela la quaja. |
L'ARRANGIARSI Un giorno che rimasi proprio al verde, Senza avere nemmeno l'ombra di un quattrino, Senti cosa faccio: corro al camino E rompo in quattro pezzi la paletta. Poi me la avvolgo sotto la giubba, E vado a spasso per Campo Vaccino 1 In attesa di qualche inglese azzimato Per realizzare un bel colpo ai suoi danni. Difatti ecco che avviene ciò che aspettavo. "Signore, guardi un po' questa antichità Che abbiamo trovato ieri nello scavo?" Lui inforca gli occhiali, la scruta, Mi mette in mano uno scudo e dice: "Bravo!" E così a Roma si spenna la quaglia. 2 |
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1. - L'attuale area del Foro Romano. 2. - Nel senso di "tirare a campare". |
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ER POVERELLO MUTO Che me dava er zor Conte oggni matina? La carità che nun ze nega ar cane. Quarche ppezzo avanzato de gallina, Un piattin de minestra e un po' de pane. E ppe tutto sto sòno de campane Ce s'aveva d'annà ppuro in cucina, Che manco è a ppiana-terra, ma arimane Sei scalini ppiù giù de la cantina. Io nun parlavo mai perch'ero muto, Ma jeri che scottava la cucuzza Nun me potei tiené de strilla ajuto! Che bella carità de la Merluzza! Perché Domminiddio m'ha provveduto De parlà, c'è da fà ttutta sta puzza! |
IL POVERELLO MUTO Cosa mi dava il signor Conte ogni mattina? La carità che non si negherebbe a un cane. Qualche pezzo avanzato di gallina, Un piattino di minestra e un po' di pane. E per tutto questo ben di Dio 1 Si doveva anche andare in cucina, Che non è neppure a piano terra, ma si trova Sei gradini più in basso della cantina. Io non parlavo mai perché ero muto. Ma ieri, che la zucca scottava Non potei trattenermi dal gridare aiuto! Che bella carità del cavolo! 2 Perché Domineddio mi ha concesso Di parlare, c'è da fare tutto questo chiasso! |
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1. - Ovviamente in senso ironico. 2. - Secondo la nota di Belli, la Merluzza è un luogo a quindici miglia da Roma sulla via Cassia, infestato già da masnadieri. |
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L'ABBICHINO DE LE DONNE La donna, inzino ar venti, si è contenta Mamma, l'anni che ttiè ssempre li canta: Ne cresce uno oggni cinque inzino ar trenta, Eppoi se ferma lì ssino a quaranta. Dar quarantuno impoi stenta e nun stenta, E ne dice antri dua sino ar cinquanta; Ma allora, che aruvina pe la scenta, Te la senti sartà ssubbito a ottanta. Perché, ar cresce li fiji de li fiji, Nun potenno esse ppiù donna d'amore, Vò ffigurà da donna de conziji. E allora er cardinale o er monziggnore, Che j'allisciava er pelo a li cuniji, Comincia a recità da confessore. |
L'ABACO DELLE DONNE La donna, fino ai venti [anni], se è contenta Mamma 1, dichiara sempre gli anni che ha: Ne aumenta uno ogni cinque fino ai trenta, E poi si ferma lì sino a quaranta. Dal quarantuno in poi a malapena si muove, E ne ammette altri due sino ai cinquanta; Ma allora, giacché crolla per il declino, La senti saltare subito a ottanta. Perché crescendo i figli dei figli, Non potendo più essere donna d'amore, Vuole apparire donna di consigli. E allora il cardinale o il monsignore Che intratteneva con lei un'affettuosa amicizia 2 , Comincia a comportarsi da confessore. |
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1. - La mamma calerebbe l'età alla figlia, se questa facesse sembrare eccessiva la propria. 2. - "Lisciare il pelo ai conigli" è una metafora di rapporti interpersonali... ben oltre l'amichevole. |
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LA CANNONIZZAZZIONE Domani se santifica a Ssan Pietro Un zanto stato frate a Ssan Calisto, Che ssu li santi po' pportà lo scetro E ha ffatto ppiù miracoli de Cristo. Tra l'antri, a un ceco, ducent'anni addietro, Che accattava oggni giorno a Pponte Sisto, Lui je messe un ber par d'occhi de vetro, E da quer giorn'impoi cià ssempre visto. 'Na donna senza gamma de man manca Se maggnò la su' effiggia in ner pancotto, E in men d'un ette je spuntò la cianca. A un'antra donna j'apparze in cantina, E je diede tre nummeri p'er lotto: Lei giucò er terno, e vinze una cinquina. |
LA CANONIZZAZIONE Domani si santifica in San Pietro Un santo che fu frate a San Callisto 1 Che fra i santi può portare lo scettro 2 E ha fatto più miracoli di Cristo. Fra gli altri, duecento anni addietro, a un cieco Che mendicava ogni giorno a Ponte Sisto, Egli mise un bel paio d'occhi di vetro, E da quel giorno in poi ha sempre visto. Una donna senza gamba sinistra Si mangiò la sua effige nel pancotto, E in men che non si dica 3 le spuntò la gamba. A un'altra donna apparve in cantina, E le diede tre numeri per il lotto: Lei giocò il terno, e vinse una cinquina 4 . |
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1. - Chiesa nel quartiere di Trastevere. 2. - Cioè è uno dei santi più importanti. 3. - L'espressione "un et" equivale a "un nulla": l'ho mancato d'un ette equivale a l'ho mancato per un pelo, ecc. 4. - Evento davvero prodigioso: giocare tre numeri ed indovinarne cinque! |
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LO SPAGGNOLO A un spaggnolo, che tutt'ar zu' paese Era uguale c'a Roma, o assai ppiù bello, Guje, colonne, culiseo, castello, Palazzi, antichità, funtane e chiese, Io vorze faje un giorno un trucchio bello Pe provà de levaje ste pretese: Aggnede a la Ritonna, e lì me prese Un ber paro de mannole d'aggnello. Le metto in d'uno stuccio, e ppoi lo chiamo. Dico: « Vedete voi sti du' cojoni? So' li dua soli che ttieneva Adamo » A sta botta lui parze un po' imbrïaco: Poi disse: « Questi qui so' reliquioni; Ma ar mi' paese avemos er caraco ». |
LO SPAGNOLO A uno spagnolo, secondo il quale al suo paese Tutto era come a Roma, o assai più bello, Guglie, colonne colosseo, castello, Palazzi, antichità, fontane e chiese, Un giorno io volli fare un bello scherzo Per tentare di far cessare queste pretese: Andai alla Rotonda 1, e lì comprai Un bel paio di testicoli d'agnello. Li metto in un astuccio, quindi lo chiamo. Dico: « Voi vedete questi due testicoli? Sono i soli due che aveva Adamo 2 ». Con ciò egli sembrò rimanere un po' interdetto: Poi disse: « Queste sono proprio gran reliquie; Ma al mio paese abbiamo il membro » . |
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1. - Una volta in piazza della Rotonda, presso il Pantheon, si trovavano numerose botteghe di generi vari. 2. - Qui Belli ride della moltitudine di reliquie sacre una volta esistenti. Venerate dai fedeli, molte di esse erano false. A causa del loro gran numero, non era raro che tre o più chiese dichiarassero di possedere la testa (o altri resti) di un medesimo santo o santa. |
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ER CAFFETTIERE FISOLOFO L'ommini de sto monno sò l'istesso Che vaghi de caffè ner macinino: C'uno prima, uno doppo, e un'antro appresso, Tutti quanti però vanno a un distino. Spesso muteno sito, e caccia spesso Er vago grosso er vago piccinino, E ss'incarzeno tutti in zu l'ingresso Der ferro che li sfraggne in porverino. E l'ommini accusì viveno ar monno Misticati pe mano de la sorte Che sse li gira tutti in tonno in tonno; E movennose oggnuno, o ppiano, o fforte, Senza capillo mai caleno a fonno Pe cascà ne la gola de la morte. |
IL BARISTA FILOSOFO Gli uomini di questo mondo sono come I grani di caffè nel macinino: Prima uno, uno dopo, un'altro dietro, Tutti vanno però verso il medesimo destino. Spesso cambiano luogo, e spesso Il grano grande scaccia il grano piccolo, E si incalzano tutti sull'ingresso Del ferro che li sfrange in polvere. E gli uomini così vivono al mondo Mescolati per mano della sorte, Che li fa girare tutti in tondo. E muovendosi ognuno lento o veloce, Senza mai rendersi conto calano sul fondo Per cadere nella gola della morte. |
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PIAZZA NAVONA Se pò ffregà Ppiazza-Navona mia E de San Pietro e de Piazza-de-Spaggna. Questa nun è una piazza, è una campaggna, Un treàto, una fiera, un'allegria. Va da la Pulinara a la Corzìa Curri da la Corzìa a la Cuccagna: Pe ttutto trovi robba che se maggna, Pe ttutto gente che la porta via. Qua ce sò ttre ffuntane inarberate: Qua una guja che pare una sentenza: Qua se fa er lago quanno torna istate. Qua ss'arza er cavalletto che dispenza Sur culo a chi le vò ttrenta nerbate, E cinque poi pe la bonificenza. |
PIAZZA NAVONA Piazza Navona mia può infischiarsene 1 Tanto di San Pietro che di Piazza di Spagna. Questa non è una piazza, è una campagna, Un teatro, una fiera, un'allegria. Vai da [piazza] Sant'Apollinare alla Corsia [Agonale], 2 Corri dalla Corsia alla [via della] Cuccagna: Ovunque trovi generi alimentari, 3 Ovunque gente che li porta via. Qua si innalzano tre fontane: Qua c'è un obelisco solenne come una sentenza: Qua si fa il lago quando torna l'estate. 4 Qua si monta il cavalletto che dispenza A chi le vuole trenta nerbate sul deretano 5, Più cinque poi per la beneficenza. 6 |
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1. - Regge il confronto senza timore. 2. - Ne sono tutt'ora i confini: piazza Sant'Apollinare a nord e via della Cuccagna a sud, mentre la Corsia Agonale è il breve tratto che a metà della sua lunghezza collega piazza Navona a corso del Rinascimento (fino alla fine dell'800, a piazza Madama). 3. - All'epoca di Belli piazza Navona era ancora sede di mercato, ogni mercoledì, ed era comunque uno dei punti più vitali della città. 4. - Era ancora in uso di allagare la piazza, tutti i sabati e le domeniche d'agosto, non più per lo svolgimento di battaglie navali, come nei secoli precedenti, ma semplicmente per refrigerio e divertimento del popolo. 5. - La pena del cavalletto, che Belli ironicamente descrive come specie di supplizio creduto necessario alle natiche del nostro volgo, veniva inflitta in molti luoghi frequentati, tra cui piazza Navona (cfr. Il luogotenente). Nonostante l'improvviso ribaltamento d'atmosfera del sonetto, che parte da momenti gioiosi per rievocare improvvisamente uno degli aspetti più cupi della giustizia papalina, occorre comunque ricordare che per molta parte del popolo la pubblica erogazione delle pene (tratti di corda, cavalletto, fino alla decapitazione) veniva considerata alla stregua di uno ...spettacolo pubblico. Piazza Navona era dunque un microcosmo, teatro un po' di tutti gli aspetti della vita quotidiana del popolo, dal vivace mercato al rinfrescante svago acquatico, fino all'esecuzione della "giustizia". 6. - Poiché il numero di colpi previsti variava a seconda dell'infrazione, si diceva spesso che gli ultimi cinque fossero dati "per beneficenza", ovvero a beneficio del boia; era ovviamente uno scherzo, ma qualche credulone era convinto che fosse davvero così. |
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LI SORDATI BONI Subbito c'un zovrano de la terra Crede c'un antro j'abbi tocco un fico, Dice ar popolo suo: « Tu sei nimmico der tale o der tar ré: faje la guerra ». E er popolo, pe sfugge la galerra O quarc'antra grazzietta che nun dico, Pija lo schioppo e viaggia com'un prico Che spedischino in Francia o in Inghirterra. Cusì, pe li crapicci d'una corte Ste pecore aritorneno a la stalla Co mezza testa e co le gamme storte. E co le vite ce se giuca a palla, Come quela puttana de la morte Nun vienissi da lei senza cercalla. |
I BUONI SOLDATI 1 Appena un sovrano della terra Crede che un altro gli abbia toccato una minima cosa, Dice al suo popolo: "Tu sei nemico Del tal re, o di quell'altro: fagli la guerra". E il popolo, per evitare la prigione O qualche altro trattamento che non dico, Prende il fucile e viaggia come un pacco Che venga spedito in Francia o in Inghilterra. Così, per i capricci di una corte Queste pecore tornano all'ovile Con mezza testa e con le gambe storte. E con le vite ci si gioca a palla, Come se quella puttana della morte Non venisse da sé, senza doverla cercare. |
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1. - Ancora una volta in questo sonetto, ma anche nel successivo, chi parla per bocca del popolano è Belli stesso, come già visto ne Il caffettiere filosofo. |
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RIFRESSIONE IMMORALE SUR CULISEO St'arcate rotte c'oggi li pittori Viengheno a diseggnà co li pennelli, Tra l'arberetti, le croce, li fiori, Le farfalle e li canti de l'ucelli, A ttempo de l'antichi l'imperatori Ereno un fiteatro, indove quelli Currevano a vedé li gradiatori Sfracassasse le coste e li cervelli. Qua loro se pijaveno piacere De sentì l'urli de tanti cristiani Carpestati e sbranati da le fiere. Allora tante stragge e ttanto lutto, E adesso tanta pace! Oh avventi umani! Cos'è sto monno! Come cammia tutto! |
RIFLESSIONE MORALE SUL COLOSSEO Queste arcate rotte che oggi i pittori Vengono a dipingere coi pennelli, Tra gli alberelli, le croci, i fiori, Le farfalle e i canti degli uccelli, Al tempo degli antichi imperatori Erano un anfiteatro, dove costoro Correvano a vedere i gladiatori Frantumarsi le coste e i cervelli. Qua essi prendevano piacere Nell'udire le urla di tanti cristiani Calpestati e sbranati dalle fiere. Allora tante stragi e tanto lutto, E adesso tanta pace! Oh eventi umani! Cos'è questo mondo! Come cambia tutto! |
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CHI CERCA TROVA Se l'è vorzùta lui: dunque su' danno. Io me n'annavo in giù pp'er fatto mio, Quann'ecco che l'incontro e je fo: « Addio ». Lui passa e m'arisponne cojonanno. Dico: « Evviva er cornuto »; e er zor Orlanno (N'è ttistimonio tutto Borgo-Pio) Strilla: « Ah caroggna, impara chi ssò io »; E ttorna indietro poi come un tiranno. Come io lo vedde cor cortello in arto, Co la spuma a la bocca e l'occhi rossi Cùrreme addosso pe venì a l'assarto, M'impostai cor un zercio e nun me mossi. Je feci fà ttre antri passi, e ar quarto Lo pres'in fronte, e je scrocchiorno l'ossi. |
CHI CERCA TROVA Se l'è cercata: dunque, peggio per lui. Io me ne andavo giù per i fatti miei, Quand'ecco che lo incontro e gli faccio: « Addio ». Lui passa e mi risponde deridendomi. Dico: « Evviva il cornuto »; e lo spaccone (Ne è testimone tutto Borgo Pio) Strilla: « Ah carogna, impara chi sono io »; E poi torna indietro minaccioso. Appena io lo vidi col coltello sollevato, Con la schiuma alla bocca e gli occhi rossi Corrermi addosso per venire all'assalto, Presi posizione con un sasso e non mi mossi. Gli feci fare altri tre passi, e al quarto Lo colpii in fronte, e gli scrocchiarono le ossa. |
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LI PENZIERI DELL'OMO Er chirichetto, apena attunzurato Penza a ordinasse prete, si ha cervello: Er prete penza a diventà pprelato; E 'r prelato, se sa, penza ar cappello. Er cardinale, si ttu voi sapello, Penza 'gnisempre d'arrivà ar papato; E dar zu' canto er Papa, poverello!, Penza a gòde la pacchia c'ha ttrovato. Su l'esempio de quelle perzoncine 'Gni dottore, impiegato, o militare Penza a le su' mesate e a le propine. Chi ppianta l'arbero penza a li frutti. Qua inzomma, pe restriggneve l'affare, Oggnuno penza a ssé, Dio penza a ttutti. |
I PENSIERI DELL'UOMO Il chirichetto, appena tonsurato Pensa a ordinarsi prete, se ha cervello: Il prete pensa a diventare prelato; E il prelato, si sa, pensa al cappello [cardinalizio]. Il cardinale, se vuoi saperlo, Pensa sempre d'arrivare al papato; E il papa, dal canto suo, poverello! Pensa a godersi la pacchia che ha trovato. Sull'esempio di quelle personcine Ogni dottore, impiegato o militare Pensa ai propri salari e ai propri onorari. Chi pianta l'albero pensa ai frutti. Qua insomma, per farla breve, Ognuno pensa a sé, Dio pensa a tutti. |
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LI FIJI A PPOSTICCIO E ffarai bene: l'accattà, sorella, È er più mejo mistiere che se dii. - Nun ciò fiji però, sora Sabbella. - Bè, te n'affitto un paro de li mii. - E cosa protennete che ve dii? - Un gross'a ttest'er giorno. - Cacarella! Me pare de trattà co li giudii! - Maa, co quelli nun zei ppiù poverella. C'è er maschio poi che ttanto curre e incoccia, E ppiagne, e ffiotta, e ppivola cor naso, Che je li strappa for de la saccoccia. - E a che ora li lasso? - A un'or de notte. E ssi ppoi nun lavoreno? - In sto caso Te l'imbriaco tutt'e dua de bòtte. |
I FIGLI FINTI 1 E farai bene: l'accattonaggio, sorella, È il miglior mestiere che esista. - Non ho figli, però, signora Isabella. - Beh, te ne affitto un paio dei miei. - E cosa mi chiedete di darvi? - Un grosso 2 a testa al giorno. - Accidenti! Mi sembra di trattare con gli ebrei! - Maa, con quelli non sei più poverella. C'è il maschio poi che tanto corre e insiste, E piange, e si lamenta, e pigola col naso, Che glieli strappa fuori dalle tasche. - E a che ora li lascio? - A un'ora di notte. 3 E se poi non lavorano? - In tal caso Li riempio tutt'e due di percosse. |
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1. - Cioè presi in prestito. 2. - Piccola moneta d'argento, vedi Scudi, testoni e paoli. 3. - Le attuali ore 20:15 circa (19:15 d'inverno), secondo il vecchio computo dell'ora a Roma. |
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INTRODUZIONE PRETI, FRATI, PAPI E LA CHIESA DI ROMA SONETTI LICENZIOSI TEMI BIBLICI |
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LI FRATI D'UN PAESE Senti sto fatto. Un giorno de st'istate Lavoravo ar convento de Genzano, E ssentivo de sopra ch'er guardiano Tirava giù biastime a carrettate; Perché, essenno le gente aridunate Per cantà la novena a ssan Cazziano, Cerca qua, chiama là, quer zagristano Drento a le celle nun trovava un frate. Era vicino a notte, e un pispillorio Già se sentiva in de la chiesa piena, Quanno senti che ffa ppadre Grigorio. Curze a intoccà la tevola de cena, E appena che fu empito er refettorio Disse: "Alò, frati porci, a la novena!". |
I FRATI DI UN PAESE Ascolta questo fatto. Un giorno, quest'estate, Lavoravo al convento di Genzano 1 , E sentivo che di sopra il guardiano Lanciava bestemmie in gran quantità. Perché, essendo la gente radunata Per cantare la novena a San Cassiano 2 , Cerca di quà, chiama di là, quel sagrestano Nelle celle non trovava neppure un frate. La notte si avvicinava, e un bisbiglìo Già si sentiva nella chiesa piena, Quando senti che fà padre Gregorio. Corse a suonare il campanello della cena E appena si fu riempito il refettorio Disse: "Avanti, frati empi, alla novena!" |
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1. - Genzano è una cittadina appena a sud di Roma, nei Castelli Romani 2. - Cazziano è ovviamente un gioco di parole fra il nome del santo e cazzo; questi accostamenti giocosi fra sacro e profano sono assai frequenti nel dialetto romanesco. |
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LI SPIRITI III Bè, lei giura e spergiura ch'er zu' nonno, Stanno una notte tra la vej'e 'r zonno, Se sentì ffà un zospiro accapalletto. Arzò la testa, e ne sentì un siconno. Allora lui cor fiato ch'ebbe in petto Strillò: "Spirito bono o maledetto, Di' da parte de Dio; che cerchi ar monno?" Dice: "Io mill'anni addietro ero Badessa, E in sto logo che stava er dormitorio Cor un cetrolo me sfonnai la fessa. Da' un scudo ar piggionante, a don Libborio, Pe ffamme li sorcismi e dì una messa, Si me vòi libberà dar purgatorio". |
GLI SPIRITI 1 III Beh, lei giura che suo nonno, Una notte nel dormiveglia, Udì fare un sospiro a capo del letto. Alzò la testa, e ne udì un secondo. Allora con quanto fiato aveva in petto Strillò: "Spirito buono o maledetto, Dì in nome di Dio; cosa cerchi al mondo?" Disse: "Mille anni fa ero Badessa, E in questo luogo dov'era il dormitorio Compii degli atti impuri 3 . Dai uno scudo al pigionante, a don Liborio, Per farmi gli esorcismi e farmi dire una messa, Se vuoi liberarmi dal purgatorio". |
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1. - Questo è il terzo di cinque sonetti dal medesimo titolo, scritti fra il 16 e il 22 novembre. La ricorrenza dei Defunti e le macabre rappresentazioni sul tema che si svolgevano in varie chiese di Roma esercitavano su Belli un'influenza molto forte: diversi sonetti composti nel mese di novembre sono ispirati al soprannaturale. 2. - Fichetto è un soprannome. 3. - La traduzione letterale è un po' forte: "Con un pene mi ruppi la vulva". Cetrolo ("cetriolo") e fessa (cioè "fessura") sono due dei mille eufemismi coi quali a Roma vengono menzionati i genitali. Di nuovo, ecco un tipico contrasto fra un personaggio religioso (la Badessa), e una pratica alquanto... profana. |
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LI SPIRITI IV De la piastra, che ffece er zanto prete, Venne la pasqua, e 'r gabbiano che ssapete Cominciò a lavorà de scacciaraggno. "Ch'edè? Un bucio ar zolaro! Oh, pprete caggno", Fece allora er babbeo che conoscete: "Eccolo indove vanno le monete! Va che lo scudo mio cerca er compaggno?" Doppo infatti du' notte de respiro, Ecchete la Badessa della muffa A daje giù cor zolito sospiro. "Sor don Libborio mio, basta una fuffa", Strillò quello; "e le messe, pe sto giro, Si le volete dì, ditele auffa". |
GLI SPIRITI 1 IV Della piastra che fece il santo prete, Venne la pasqua, e lo sciocco che conoscete Cominciò a lavorare di piumino 2 . "Cos'è? Un buco al soffitto! Oh, prete cane", Disse allora il babbeo che conoscete: "Ecco dove vanno le monete! Scommetto che il mio scudo cerca il compagno!" Infatti, dopo due notti di tregua, Ecco la solita Badessa A insistere col solito sospiro. "Signor don Liborio mio, un raggiro mi basta", Strillò costui; "e le messe, per questa volta, Se le volete dire, ditele gratis". |
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1. - Questo è il quarto sonetto della serie. 2. - Verso Pasqua, è ancora oggi tradizione dare alla propria casa una bella ripulita; ciò viene detto "fare le pulizie di Pasqua". A quei tempi, questa era l'unica circostanza in cui ciò avveniva. Lo "scacciaragno" era uno strumento costituito da un mazzo di piume legato all'estremità di una lunga canna, con cui si spolverava il soffitto. |
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LA PENALE Li preti, già sse sa, fanno la caccia A 'gni sorte de spece de quadrini. Mo er mi' curato ha messo du' carlini De murta a chi vò dì 'na parolaccia. Toccò a me l'antra sera a la Pilaccia: Ché giucanno co certi vitturini, Come me vedde vince un lammertini, Disse pe ffoja: "Eh buggiarà Ssantaccia!" Er giorn'appresso er prete già informato, Mannò a ffamme chiamà dar chiricone, E m'intimò la pena der peccato. Sur primo io vorze dì le mi' raggione; Ma ppoi me la sbrigai: "Padre Curato, Buggiaravve a voi puro: ecco un testone". |
LA PENALE I preti, si sa, vanno a caccia Di soldi di ogni genere. Recentemente il mio curato ha imposto due carlini 1 Di multa a chi vuol pronunciare una parolaccia. Toccò a me l'altra sera, alla Pentolaccia 2 : Perché giocando con certi vetturini, Appena mi vidi vincere una moneta da due paoli 3 Nell'impeto dissi: "Sia buggerata Santaccia!" 4 Il giorno seguente il prete già informato, Mandò a farmi chiamare dal sagrestano, E mi intimò la pena per il peccato. Sulle prime io volli esporre le mie ragioni; Ma poi tagliai corto: "Padre Vicario, Siate buggerato anche voi, ecco un testone" 5 . |
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1. - Equivalenti a 15 baiocchi (per questa ed altre monete vedi anche Scudi, Testoni, Paoli). 2. - Nome di osteria, con riferimento all'insegna del locale. 3. - Moneta da 2 carlini coniata nel 1747 dal papa Prospero Lambertini (Benedetto XIV), detta perciò comunemente "un lambertini", "un prospero" o "un papetto", equivalente a 15 baiocchi. 4. - Buggiarà ("sia buggerato, buggerata, buggerati," ecc. nel senso figurato più osceno) era una comune imprecazione romana. Santaccia, incece, era una nota meretrice che svolgeva la sua attività a Roma. 5. - Moneta del valore di 3 paoli, equivalenti a 4 carlini (quindi esattamente due volte la multa). |
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ER RIFUGGIO A le curte: te vòi sbrigà d'Aggnesa Senza er risico tuo? Be', tu pprocura D'ammazzalla vicino a quarche chiesa: Poi scappa drento, e nun avé ppavura. In zarvo che tu ssei dopo l'impresa, Freghete del mandato de cattura; Ché a chi tte facci l'ombra de l'offesa Una bona scomunnica è ssicura. Lassa fà: staccheranno la licenza: Ma ppe la grolia der timor de Dio, C'è sempre quarche pprete che ce penza.. Tu nun ze' un borzarolo né un giudìo, Ma un cristiano c'ha perzo la pacenza: Dunque, tu mena, curri in chiesa, e addio. |
IL RIFUGIO Alle corte: ti vuoi liberare di Agnese Senza rischiare in proprio? Beh, tu fai in modo Di ucciderla vicino a qualche chiesa: Poi scappa dentro, e non aver paura 1 . Una volta messoti in salvo dopo l'azione, Non preoccuparti del mandato di cattura; Perché a chi ti facesse anche l'ombra di un'offesa Una buona scomunica è assicurata. Lascia fare: spiccheranno il mandato: Ma per la gloria del timor di Dio, C'è sempre qualche prete che ci pensa. Tu non sei nè un borseggiatore nè un ebreo 2 , Ma un uomo 3 che ha perso la pazienza: Dunque, tu colpisci, corri in chiesa, e addio. |
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1. - Il diritto di asilo, grazie al quale nessuno poteva essere arrestato o portato via dall'interno di una chiesa, allora era ancora in vigore. I vescovi modificarono tale norma affinché i molti ladri e criminali che si rifugiavano negli edifici sacri potessero essere arrestati, ma per un lungo tempo ancora la legge lasciò agli stessi vescovi l'arbitrio di decidere se acconsentire o meno all'arresto, caso per caso. 2. - Colpe di sicuro ben più gravi! 3. - Nel dialetto romano "uomo" e "cristiano" sono sinonimi (dunque, solo ai cristiani spettava godere dei diritti civili!) |
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ER CONFESSORE Padre... -- Dite il confiteor. -- L'ho detto. -- L'atto di contrizione? -- Già l'ho ffatto. -- Avanti dunque. -- Ho detto cazzo-matto A mi' marito, e j'ho arzato un grossetto. -- Poi? -- Pe una pila che me róppe er gatto Je disse for de me: "Si' maledetto"; E è cratura de Dio! -- C'e altro? -- Tratto Un giuvenotto, e ce sò ita a letto. -- E lì cosa è successo? -- Un po' de tutto.-- Cioè? Sempre, m'immagino, pel dritto. -- Puro a riverzo... -- Oh che peccato brutto! Dunque, in causa di questo giovanotto, Tornate, figlia, con cuore trafitto, Domani, a casa mia, verso le otto. |
IL CONFESSORE Padre... -- Dite il Confiteor 1 . -- L'ho detto. -- L'atto di contrizione? -- L'ho gia fatto. -- Avanti, dunque. -- Ho detto "cazzo-matto" 2 , A mio marito, e gli ho sottratto un grossetto 3 . -- Poi? -- Per una pentola che mi ruppe il gatto Gli dissi fuori di me: "Sia maledetto"; Ed è creatura di Dio! -- C'è altro? -- Frequento Un giovanotto, e ci sono andata a letto. -- E lì cosa è successo? -- Un po' di tutto. -- Cioè? Sempre, m'immagino, pel dritto 4 . -- Anche a rovescio... -- Oh che peccato brutto! Dunque, in causa di questo giovanotto, Tornate, figlia, con cuore trafitto, Domani, a casa mia, verso le otto. |
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1. - Questo brillante sonetto, come alcuni altri, si regge sul contrasto fra la popolana che si esprime in dialetto e il confessore ipocrita che parla un italiano forbito, riprende la donna per le sue colpe e poi finisce con l'approfittare di lei. 2. - Equivale a "scimunito, deficiente, testa di rapa". 3. - Moneta d'argento da mezzo paolo. 4. - Si riferisce all'atto sessuale. |
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LA PORTERIA DER CONVENTO Dico: "Se pò pparlà cor padr'Ilario?" Dice: "Per oggi no, perché confessa". -- "E doppo confessato?" -- "Ha da dì messa". -- "E doppo detto messa?" -- "Cià er breviario". Dico: "Fate er zervizzio, fra Maccario, D'avvisallo ch'è cosa ch'interessa". Dice: "Ah, qualunque cosa oggi è l'istessa, Perché nun pò lassà er confessionario". "Pacenza", dico: "j'avevo portata, Pe quell'affare che v'avevo detto, Ste poche libbre qui de cioccolata...". Dice: "Aspettate, fijo benedetto, Pe via che, quanno è ppropio una chiamata De premura, lui viè: mo' ciarifretto". |
LA PORTINERIA DEL CONVENTO Dico 1 : "Si può parlare con padre Ilario?" Dice: "Per oggi no, perché confessa". -- "E dopo confessato?" -- "Deve dire messa". -- "E dopo detta messa?" -- "Ha il breviario". Dico: "Fate il piacere, fra Maccario, Di avvisarlo trattarsi di cosa che lo interessa Dice: "Ah, di qualunque cosa si tratti oggi è lo stesso, Perché non può lasciare il confessionale". "Pazienza", dico: "gli avevo portato, Per quella faccenda che vi avevo detto, Queste poche libbre di cioccolata..." Dice: "Aspettate, figlio benedetto, Perché quando è proprio una chiamata D'urgenza, lui viene: ora ci rifletto. |
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1. - A Roma, l'intercalare dico: e ancor più dice: (pronunciato sempre con una "c" alquanto strusciata, come "disce") sono ancora oggi frequentemente usati nel parlare comune quando si riportano frasi di un discorso diretto. |
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ER PRETE Jeri venne da me don Benedetto Per famme arinnaccià quattro pianete; E vedenno un rïarzo drent'ar letto, Me disse: "Sposa, qua che ce tienete?" Io j'arispose che ciavevo er prete Pe nun stamme a addoprà lo scallaletto; E lui ce partì allora: "Eh, si volete, Sò pprete io puro": e qua fece l'occhietto. Capite, er zor pretino d'ottant'anni Che stommicuccio aveva e che cuscenza Cor zu' braghiere e co li su' malanni? Ma ssai che je diss'io? "Sora schifenza, Che cercate? la freggna che ve scanni? Io nun faccio peccato e ppinitenza". |
IL PRETE Ieri venne da me don Benedetto Per farmi rammendare quattro pianete E vedendo un rialzo nel letto, Mi chiese: "Signora 1 , qua cosa tenete?" Io gli risposi che vi tenevo il prete 2 Per non adoperare lo scaldaletto, E lui allora cominciò: "Eh, se volete, Son prete anch'io": e qua fece l'occhietto. Avete capito, il signor pretino d'ottanta anni Che stomaco aveva, e che coscienza, Col suo cinto erniario e con i suoi malanni? Ma sai cosa gli dissi? "Signora schifezza, 3 Cosa cercate? la vulva che vi uccida? Io non faccio peccato e penitenza" 4 . |
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1. - Col termine sposa (pronunciato sempre con la "o" stretta) i romani erano soliti rivolgersi alle donne sposate (in contrapposizione a zitella, cioè ragazza nubile). 2. - Il "prete" era un archetto di legno per mezzo del quale veniva sospeso sotto le coperte del letto un piccolo caldaio; la funzione era la stessa del tradizionale scaldaletto, costituito da un caldaio analogo, ma col manico. 3. - Epiteto dispregiativo, ovviamente riferito al prete, ma "signora" in quanto vocabolo femminile. 4. - Cioè il giacere col vecchio prete sarebbe stato come fare peccato e penitenza allo stesso tempo. |
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L'INFERNO Cristiani indilettissimi, l'inferno È una locanna senza tetto e coco, Ch'er bon Iddio la frabbico abbeterno Perché se popolasse appoco appoco. Quanti Santi in inzoggno, la vederno, Dicheno che sibbè piena de foco, Nun c'è un'ombra de luce in gnisun loco E ce se trema ppiù che ffussi inverno. Sur porton de sta casa de li guai Ce sta a lettre da cuppola un avviso, Che fora dice sempre, e drento mai. Gesù mio battezzato e circonciso, Arberghece li turchi e badanai, E a noi dacce l'alloggio in paradiso. |
L'INFERNO 1 Cristiani dilettissimi, l'inferno È una locanda senza tetto e cuoco, Che il buon Dio fabbricò in eterno Perché si popolasse poco a poco. Tutti i Santi che la videro in sogno Dicono che benché piena di fuoco, Non c'è la minima luce in alcun luogo E vi si trema più che in inverno. Sul portone di questa casa di dolore C'è un avvertimento in lettere enormi, Che di fuori dice sempre, e all'interno mai. Gesù mio battezzato e circonciso, 2 Tieni lì dentro turchi ed ebrei, E a noi dà alloggio in paradiso. |
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1. - Una satira sferzante contro l'atteggiamento fanatico della Chiesa di Roma verso le altre religioni. Questo senso di contrasto è costantemente presente, per mezzo di paradossi (Cristiani indilettissimi), di ossimori (nun c'è ombra di luce), di contrapposizioni (fora dice sempre, e drento mai). Queste parole avrebbero potuto essere udite nel corso di una tipica predica. 2. - Belli sottolinea con ironia che Gesù, essendo stato circonciso, era di fatto anch'egli un ebreo. |
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ER VOTO Senti st'antra. A Ssan Pietro e Marcellino Ce stanno certe moniche befane, C'aveveno pe voto er contentino De maggnà ttutto-quanto co le mane. Vedi si una forchetta e un cucchiarino, Si un cortelluccio pe ttajacce er pane, Abbi da offenne Iddio! N'antro tantino Leccaveno cor muso com'er cane! Pio Ottavo però, bona-momoria, Che vedde una matina quer porcaro, Je disse: « Madre, e che vò dì sta storia? Sete state avvezzate ar monnezzaro?! Che voto! un cazzo. A dio pò dasse groria Puro co la forchetta e cor cucchiaro ». |
IL VOTO 1 Ascolta quest'altra. A San Pietro e Marcellino Ci sono certe monache orribili 2 , Che per voto avevano la bella abitudine Di mangiare tutto quanto con le mani. Ma tu guarda se una forchetta e un cucchiaino, Se un coltellino per tagliare il pane, Debbano offendere Iddio! Mancava poco Che leccassero col muso come il cane! Pio Ottavo, però, buon'anima, Che una mattina vide quella porcheria, Disse loro: « Madre, cosa significa questo andazzo? Siete state educate al mondezzaio? Quale voto! un accidenti. Si può dare gloria a Dio Anche usando la forchetta e il cucchiaio ». |
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1. - La regola degli ordini mendicanti prevedeva spesso disposizioni e divieti curiosi o assurdi. 2. - Dicesi "befana" una donna brutta, antipatica, vecchia, laida, ecc... |
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S.P.Q.R. Quell'esse, pe, cu, erre, inarberate Sur portone de guasi oggni palazzo, Quelle sò quattro lettere der cazzo Che nun vonno dì gnente, compitate. M'aricordo però che da regazzo, Quanno leggevo a fforza de frustate, Me le trovavo sempre appiccicate Drent'in dell'abbeccé tutte in un mazzo. Un giorno arfine me te venne l'estro De dimannamme un po' la spiegazzione A don Furgenzio ch'era er mi' maestro. Ecco che m'arispose don Furgenzio: « Ste lettre vonno dì, sor zomarone, Soli preti qui reggneno: e ssilenzio ». |
S.P.Q.R. 1 Quell'esse, pi 2, cu, erre, inalberate Sul portone di quasi ogni palazzo, Quelle sono quattro lettere senza valore Che, compitate, non vogliono dire niente. Mi ricordo però che da ragazzo, Quando leggevo a suon di frustate, Le trovavo sempre lì presenti Nell'abbecedario, tutte assieme. Un giorno infine mi venne voglia Di domandare la spiegazione A don Fulgenzio che era il mio maestro. Ecco cosa mi rispose don Fulgenzio: « Queste lettere, signor somarone, vogliono dire Soli preti qui regnano: e silenzio ». |
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1. - Sigla per Senatus PopolusQue Romanus, che campeggia nello stemma civico di Roma. Come il sonetto dimostra, era comune (e lo è tutt'ora) interpretare S.P.Q.R. in chiave ironica o goliardica. 2. - A Roma vigeva l'uso di pronunciare le consonanti be, ce, de, ecc., come in francese, chiara conseguenza dell'occupazione napoleonica. Ciò spiega anche il successivo termine abbeccé (ABC), donde il vocabolo abbecedario. |
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LA STATUA CUPERTA Ha osservata, monzù, lei ch'è ffrancese Quella statua ch'arresta da sta mano, Drent'in fonno a Ssan Pietr'in Vaticano Sott'ar trono de Pavolo Fernese? La fanno d'un pittore de Milano, E ttanta bella, ch'un ziggnore ingrese 'Na vorta un zampietrino ce lo prese In atto sconcio e co l'ucello in mano. Allora er Papa ch'era papa allora Je fece fà cor bronzo la camicia Che ce se vede a ttempi nostri ancora. Quantunque ce sò certi c'hanno detto Che nun fussi un milordo su sta cicia De pietra a smanicà, ma un chirichetto. |
LA STATUA COPERTA 1 Signore, lei che è francese, ha osservato Quella statua che si trova in questa direzione 2, Dentro in fondo a San Pietro in Vaticano, Sotto al trono di Paolo Farnese 3 ? Dicono che sia di un artista di Milano, 4 È tanto bella, che un signore inglese Una volta fu colto da un sampietrino 5 In atto sconcio e con il membro in mano. Allora il pontefice che a quel tempo era papa Col bronzo gli fece fare la camicia Che vi si vede ancora oggi. Sebbene vi è chi ha sostenuto Che non fosse un signore inglese a masturbarsi Su questa bellezza di pietra, ma un chirichetto. 6 |
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1. - Il monumento a Paolo III, di Guglielmo della Porta (1575), raffigurante una statua bronzea seduta del pontefice, ai cui lati sono le allegorie della Giustizia e della Carità, in marmo. Si dice che la prima delle figure femminili fosse stata scolpita con le fattezze della sorella del papa, Giulia Farnese. In origine la statua era nuda, ma dopo qualche tempo ne venne coperto il busto con parti di bronzo. 2. - Indicando la direzione con un gesto della mano. 3. - Alessandro Farnese, papa Paolo III (1534-49). 4. - L'artista era di Como. 5. - Guardiani e operai della basilica sono detti sampietrini. 6. - Questa era la versione della storia che circolava ai tempi di Belli. |
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ER PATTO-STUCCO Sto prelato a la fija der zartore Che ciannava a stiraje li rocchetti, Je fece vede drent'a un tiratore Una ciotola piena de papetti Dicennoje: « Si vòi che tte lo metti, Sò ttutti tui, e te li do de core ». E lei fece bocchino e du' ghiggnetti, Eppoi s'arzò er guarnello a monziggnore. Terminato l'affare, er zempriciano, Pe ppagaje er noleggio de la sporta, Pijò un papetto e je lo messe in mano. Dice: « Uno solo ?! e che vor dì sta torta? Ereno tutti mii!... » -- « Fijola, piano », Dice, « sò ttutti tui, uno pe vorta ». |
IL PATTO PRESTABILITO Questo tale prelato, alla figlia del sarto Che gli andava a casa a stirare i rocchetti 1, Fece vedere dentro un cassetto Una ciotola piena di monete 2 Dicendole: « Se accetti di fare del sesso con me, 3 Sono tutti tuoi, e te li do volentieri ». Ella si atteggiò con la bocca e sogghignò un poco, Ed infine si alzò le vesti per monsignore. Terminata l'operazione, il finto ingenuo, Per pagarle il noleggio della sporta 4 , Prese una moneta e gliela mise in mano. Quella disse: « Uno solo?! e che vuol dire questo inganno? Erano tutti miei!... » -- « Figliola, adagio », Disse il prelato, « sono tutti tuoi, uno alla volta ». |
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1. - Varietà di abito talare, a maniche strette. 2. - Il "papetto" era una moneta assai popolare, del valore di 2 carlini (o 3 grossi, oppure 15 baiocchi, vedi la pagina Scudi, Testoni, Paoli). 3. - Letteralmente: se vuoi che io te lo metta, con osceno riferimento all'atto sessuale. 4. - Chiaramente, la sporta è un'altra oscena metafora. |
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ER MIRACOLO DE SAN GENNARO Come però er miracolo c'ho visto Cor mi' padrone a Napoli, di ppuro Che quant'è granne er monno, mastro Sisto, Nun ne ponno succede de sicuro. Uscì un pretone da de-dietro un muro Co un coso pieno de sanguaccio pisto, E strillò fforte a ttante donne: « È duro ». E quelle: « Sia laudato Gesucristo ». E doppo, in ner frattempo ch'er pretone Se smaneggiava er zangue in quer tar coso, Le donne biastimaveno orazzione. Finché co sto smaneggio e ninna-nanna Er zangue diventò vivo e brodoso Com'er zangue d'un porco che sse scanna. |
IL MIRACOLO DI SAN GENNARO 1 Però come il miracolo che ho visto Col mio padrone a Napoli, dì pure Che per quanto sia grande il mondo, mastro Sisto, Non ne possono accadere di sicuro. Uscì un grosso prete da dietro un muro Con un oggetto pieno di sangue rappreso, E gridò forte a tante donne: « È duro ». E quelle: « Sia lodato Gesù Cristo ». E dopo, mentre il grosso prete Maneggiava il sangue in quel tale oggetto, Le donne pronunciavano orazioni. 2 Finché con queste manipolazioni e oscillazioni Il sangue diventò vivo e fluido Come quello d'un maiale che si scanna. |
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1. - Stavolta Belli è alle prese col più noto dei santi partenopei, e in particolare col famoso "miracolo". Al di là della consueta ironia, si noti l'abilità del poeta di infondere alla narrazione dell'evento un ritmo incalzante, che rende in modo estremamente realistico le convulse fasi del rito. 2. - Letteralmente: "bestemmiavano orazioni". Si è già visto altrove come Belli accosti spesso sacro e profano, puntando ad ottenere un effetto ironico sferzante. In questo caso lo stesso autore, che evidentemente assistì di persona al rituale prodigio, lasciò la seguente nota: Realmente le sono più bestemmie che altro. Fra i credi e le salve-regine ecc., recitate o gridate con una specie di furor baccante, e storpiate iddio sa come, è sempre interpolata la orazione seguente: « Benedetto lo Padre, benedetto lo Fijo, benedetto lo Spiritossanto, che cià dato chisto Santo nuosto; e ffede a chi nun crede ». |
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ER CIMITERIO DE SAN LORENZO Jeri a ventitré ora finarmente Sto cimiterio è stato benedetto. T'assicuro che ffu un carnovaletto P'er gran concorzo de carrozze e gente. Le seppurture vecchie er Papa ha detto Che d'or'impoi nun zèrvino ppiù a gnente, Perché ttutti li morti istessamente Anneranno laggiù ssopr'un carretto. Però ss'intenne da li Papa in fori, E cardinali, e vescovi, e pprelati, E ppreti, e ffrati, e moniche e ssignori. Ne sarà ppuro accettuato oggnuno Che sse terrà da conto li curati... Inzomma, via, nun ciannerà gnisuno. |
IL CIMITERO DI SAN LORENZO 1 Ieri alle ore diciotto 2 finalmente Questo cimitero è stato benedetto. T'assicuro che fu un piccolo carnevale Per la gran partecipazione di carrozze e di gente. Ha detto il Papa 3 che le vecchie sepolture 4 D'ora in poi non debbano più servire, Perché tutti i morti, in ugual modo, Andranno laggiù su di un carretto. Però, è beninteso, eccettuati i papi, E i cardinali, e i vescovi, e i prelati, E preti, e frati, e monache e signori. Ne sarà anche dispensato chiunque Si terrà da conto i curati... 5 Insomma, via, non vi andrà nessuno. |
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1. - Situato nel quartiere di San Lorenzo, è il cimitero monumentale di Roma, oggi meglio noto come Campo Verano. Fu istituito in seguito all'occupazione napoleonica della città, quando per ragioni igieniche erano state vietate le sepolture entro i confini urbani. L'inaugurazione ufficiale, che ispirò a Belli il sonetto, ebbe luogo il 3 settembre 1835, ma l'ultimazione dei lavori per la sistemazione richiese altri quarantacinque anni. Vi sono sepolti numerosi personaggi famosi, tra cui lo stesso Belli. 2. - Secondo il sistema romano, basato sul computo delle ore a partire dall'Ave Maria (alle 19:15 d'estate, alle 18:15 d'inverno), a settembre le ventitré corrispondevano appunto alle 18:15. 3. - Gregorio XVI (Cappellari); in realtà l'editto napoleonico sulle sepolture risaliva al 1804. 4. - La popolazione era abituata a seppellire i propri morti presso le chiese cittadine: all'interno il clero, i nobili e i più facoltosi, mentre gli altri erano sepolti nei terreni circostanti la chiesa, solitamente di proprietà della stessa. 5. - I romani non presero il provvedimento di buon grado, donde le numerose deroghe alla nuova regola, su cui Belli ironizza, di cui poté avvantaggiarsi il clero, in base alle gerarchie, e i vari "raccomandati", a cui allude questo verso. |
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A VOI DE SOTTO S'aricconta c'un frate zoccolante Grasso ppiù der compar de sant'Antonio, Ner concrude una predica incarzante Sull'obbrighi der zanto madrimonio, Staccò er Cristo dar pùrpito, e gronnante De sudore strillò com'un demonio: « Eccolo, e ve lo dico a ttutte quante, Eccolo su sta croce er tistimonio. Io mo lo tiro in testa inviperito A chi ss'è ppresa er ber gusto, s'è ppresa, De temperà ppiù ppenne a ssu' marito ». A quell'atto der frate 'gni miggnotta... 'Gni donna, vorzi dì, che stava in chiesa, Arzò le mano pe pparà la bbotta. |
ATTENTI LÌ SOTTO 1 Si racconta che un frate zoccolante Più grasso del compare di sant'Antonio, 2 Nel concludere una predica incalzante Sugli obblighi del santo matrimonio, Staccò il Cristo dal pulpito, e grondante Di sudore gridò con quanta forza aveva: 3 « Eccolo, e ve lo dico a tutte, Eccolo su questa croce il testimone. Adesso, inviperito, io lo do in testa A colei che si è presa il bel gusto 4 Di mettere più corna al proprio marito ». A quel gesto del frate ogni donnaccia... Volevo dire, ogni donna che si trovava in chiesa Alzò le mani per parare il colpo. |
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1. - Il titolo vuole parafrasare il vecchio grido dei cocchieri a voi davanti!, cioè "attenti, toglietevi da davanti". Qui Belli si fa più graffiante che mai: scherza sull'onestà delle donne, come già aveva fatto in Er companatico der paradiso, e al tempo stesso dà del maiale al grasso frate. 2. - Sant'Antonio Abate è tradizionalmente rappresentato in compagnia di un maiale, che lo segue. 3. - Fare qualcosa come un demonio ha il significato di fare "moltissimo", oppure "in fretta e furia", oppure "con straordinaria intensità", e così via. Ma in questo caso Belli non si lascia sfuggire l'occasione per l'ennesimo contrasto sacro/profano, riferendosi al frate come ad un demonio. 4. - La ripetizione enfatica della prima parte della frase è molto frequente in Berneri, ma la si trova anche in Zanazzo (cfr. rispettivi autori). |
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LA VITA DA CANE Ah sse chiam'ozzio er suo, brutte marmotte? Nun fa mai gnente er Papa, eh? nun fa gnente? Accussì ve pijassi un accidente Come lui se strapazza e giorn'e notte. Chi parla co Dio padr'onnipotente? Chi assorve tanti fiji de mignotte? Chi manna in giro l'indurgenze a bótte? Chi va in carrozza a binidì la gente? Chi je li conta li quadrini sui? Chi l'ajuta a creà li cardinali? Le gabbelle, pe dio, nu le fa lui? Sortanto la fatica da facchino Da strappà tutto l'anno momoriali E buttalli a pezzetti in ner cestino! |
LA VITA DA CANI Ah, lo chiamate ozio il suo, brutti marrani? Il Papa non fa mai nulla, eh? Non fa nulla? Che vi prendesse un accidenti Per quanto egli si strapazza giorno e notte. Chi parla con Dio padre onnipotente? Chi assolve tanti mascalzoni? Chi mette in giro indulgenze a profusione? Chi va in carrozza a benedire la gente? Chi glieli conta i suoi soldi? Chi l'aiuta a creare i cardinali? Le tasse, per dio, non è lui ad istituirle? Già soltanto la fatica da facchino Di strappare memoriali per tutto l'anno E buttarli a pezzetti nel cestino! |
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INTRODUZIONE LA SOCIETA' E IL QUOTIDIANO SONETTI LICENZIOSI TEMI BIBLICI |
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