~ Monografie Romane ~ Acquedotti · IV parte · |
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DALL'ANTICA ROMA ALL'ETÀ CONTEMPORANEA
Sebbene di tanto in tanto si fosse reso necessario operare qualche restauro, gli antichi acquedotti funzionarono più o meno bene fino al 537. Poi, durante l'ultima guerra gotica, i barbari che assediavano Roma, cioè gli Ostrogoti capitanati da Vitige, li danneggiarono così da bloccare la fornitura idrica della città, come si legge in una testimonianza dello storico Procopio:
E l'accampamento nella pianura di Nerone era comandato da Marcia (in quanto era nel frattempo giunto dalla Gallia con i suoi uomini, coi quali vi era accampato) e gli accampamenti rimanenti erano comandati da Vitige con cinque altri; in quanto c'era un comandante per ciascun campo. Quindi i Goti, dopo aver preso posizione in questo modo, squarciarono tutti gli acquedotti, così che per mezzo di essi non potesse entrare in città alcuna acqua. Ora gli acquedotti di Roma sono in numero di quattordici, e furono costruiti dagli antichi con mattoni cotti, avendo un'ampiezza e un'altezza tali che è possibile per un uomo percorrerli a cavallo.
tratto da Procopio di Cesarea, Guerra Gotica - Libro I, capitolo XIX |
L'ultima affermazione fa ritenere probabile che anche i difendenti usassero ostruire lo speco degli acquedotti onde evitare che i nemici se ne servissero come vie di ingresso in città. Il numero di quattordici può essere spiegato col conteggio anche dei principali rami tra i singoli acquedotti.
Durante il Medioevo la cessazione della disponibilità di acqua potabile, legata in parte alle scarse capacità tecniche nel campo dell'ingegneria idraulica, in parte all'instabilità politica, in parte a nuovi danni causati da guerre, fu una delle maggiori cause di regressione della città: la sua popolazione, che nella prima età imperiale aveva superato di molto il milione di abitanti, si ridusse a soli 30.000 già dopo l'assedio dei Goti.
la fontana al termine dell'Aqua Virgo, dopo le trasformazioni di Niccolò V (1453) |
Degli iniziali undici acquedotti, solo l'Aqua Virgo rimase perennemente in funzione, benché con una portata molto ridotta. Fu restaurata inizialmente da papa Adriano I (772-795), che ne incrementò la funzionalità; è probabile che in quest'occasione sia stata nata la prima fontana alimentata da questo acquedotto (il più antico avo della Fontana di Trevi), nel punto dove i fornici dell'Aqua Virgo che attraversavano il centro della città erano crollati. Per quanto riguarda gli altri acquedotti antichi, solo l'Aqua Alexandrina potrebbe essere rimasta in funzione fino al XII secolo, mentre l'Aqua Traiana fu riattivata solo a periodi alterni (anche se non tornò mai a funzionare come in origine). Solo al termine dell'età di mezzo, nel 1453, papa Niccolò V restaurò nuovamente l'Aqua Virgo e ne ingrandì la fontana, dotandola di un enorme propspetto con iscrizione e con la bocchetta centrale a forma di triplice testa di leone (a sinistra). |
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Mentre la città si espandeva di nuovo, al termine del suo periodo storico più cupo, la fornitura idrica che l'antica Aqua Virgo era in grado di dare non copriva il fabbisogno, e la sua disponibilità si concentrava essenzialmente in una piccola parte dell'area urbana.
Restauri erano stati eseguiti diverse volte, ma gli architetti medievali avevano cognizioni di idraulica ancora scarse, e si affidavano a mezzi tecnici limitati, e per tale motivo il percorso del dotto aveva subito un accorciamento, e l'acqua non veniva più incanalata dalle sorgenti originali, ma da altre più scarse e più vicine alla città: a parte la disponibilità più modesta, anche la sua qualità e purezza (quindi il sapore) non erano più quelli dei tempi antichi.
| Papa Paolo III (1534-49) era stato saggiamente consigliato a restaurare il percorso originale dell'acquedotto, ma a causa di problemi di natura politica non lo fece. Il suo successore Pio V dovette fare i conti con la fiera rivalità fra gli architetti che si contendevano questo importante incarico; ciascuno di essi faceva del proprio meglio per denigrare i progetti degli altri, e ciò comportò un ulteriore ritardo. Ciononostante, i lavori ebbero inizio, ma dovettero succedersi altri due papi (Pio VI e Gregorio XIII) prima che nel 1570 l'Aqua Virgo, rinominata Acqua di Salone dalla località prossima alle sorgenti, fosse finalmente restaurata e riprendesse la sua portata originale. |
l'acqua di Salone, cioè l'antica Aqua Virgo (A · sorgenti originali, B · durante il medioevo), e l'Acqua Felice |
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A ciò fece immediatamente seguito la costruzione di una rete sotterranea di dotti, che consentirono all'acqua di raggiungere diversi rioni (cfr. Fontane, III parte pagina 2 per maggiori dettagli.
Roma continuava ad espandersi ad un ritmo molto elevato, e l'acqua ancora non bastava, soprattutto in alcune zone importanti, come il Campidoglio e il suo circondario, dove l'acqua di Salone non giungeva.
Un progetto di riattivare le sorgenti dell'antica Aqua Alexandrina venne approvato sotto lo stesso papa Gregorio XIII, ma egli morì poco dopo l'avvio dei lavori (1585).
Chi fece costruire la maggior parte del secondo acquedotto fu Sisto V (Felice Peretti, 1585-90). Ancora cardinale, divenne proprietario della Villa Montalto sul colle Esquilino, un vasto possedimento che comprendeva il sito dell'odierna stazione ferroviaria di Termini. Il percorso del nuovo acquedotto sarebbe passato accanto alla villa del papa, facendone considerevolmente aumentare il valore, anche perché avrebbe consentito la costruzione di nuove fontane nei suoi giardini.
resti dell'Aqua Claudia: nella malta rimangono le impronte dei blocchi rettangolari di tufo sottratti agli antichi pilastri |
Ciò spiega per quale ragione Sisto V ebbe tanta fretta di portare l'acqua a Roma, nel più breve tempo possibile: i lavori ripresero solo pochi giorni dopo la sua elezione. Il papa diede all'acquedotto il suo stesso nome, Acqua Felice, sebbene l'opera non nacque affatto sotto i migliori auspici. Come prima cosa, forse a causa di una progettazione troppo precipitosa, l'architetto incaricato (Matteo Bartolani, anche noto come Matteo di Castello) pur aiutato da una commissione di esperti, non riuscì ad evitare un errore nel calcolo dell'altezza dei nuovi viadotti che avrebbero dovuto integrare le antiche rovine: così l'acqua, che inizialmente scorreva dalle sorgenti originali verso Roma, a un certo punto cominciò a refluire indietro. Il papa, furioso per aver perso tempo e denaro, nominò un diverso architetto, Giovanni Fontana, il quale riuscì a trovare altre sorgenti vicine alle precedenti, ma ad un'altezza leggermente superiore, quanto bastava per permettere all'acqua di raggiungere la città. La traiettoria dell'Acqua Felice era praticamente la stessa dell'Aqua Marcia e dell'Aqua Claudia, dalle cui rovine fu prelevata una gran quantità di materiali da costruzione. Diversi pilastri dell'Aqua Claudia ora mostrano le impronte dei grossi blocchi di tufo asportati e riutilizzati per il nuovo acquedotto. |
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| Mentre dopo i lavori di Sisto V non rimase pressoché nulla dell'Aqua Marcia, le parti ancora stabili dell'Aqua Claudia furono anche usate come sstruttura di sostegno per il nuovo condotto: in alcuni punti l'Acqua Felice fu edificata addossata alla struttura romana antica, che rimaneva chiaramente distinguibile perché ben più alta di quella tardo-rinascimentale. L'Acqua Felice si estende ancora oggi lungo l'intero percorso da Pantano a Roma, attraversando la periferia a sud est della moderna città, che una volta era aperta campagna (illustrazione a sinistra e III parte). |
tratto periferico dell'Acqua Felice (1587) |
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Al termine della sua Acqua Felice Sisto V fece realizzare un'importante fontana, presso le rovine delle Terme di Diocleziano.
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| Solo i rioni occidentali, quali Regola, Trastevere e Borgo, rimanevano piuttosto all'asciutto. Il poco volume idrico che l'Acqua Felice riusciva a condurre al capo opposto della città (cfr. anche
Fontane, IIIt parte, pagina 11) era certamente insufficiente a coprire le necessità della popolazione. Persino le famiglie ricche che abitavano in questa parte di Roma, come i Farnese, dovevano ancora raccogliere l'acqua in più che a loro serviva dal Tevere, o dalle fontane che già funzionavano, oppure comprarla dagli acquaioli ambulanti. All'inizio del secolo successivo papa Paolo V fece restaurare completamente l'Aqua Traiana, e la rinominò Acqua Paola, dandole il proprio nome. I lavori terminarono nel 1618, ma la "mostra" dell'acquedotto, ciè l'enorme fontana sul colle Gianicolo (cfr. Fontane, III parte, pagina 12), non venne ultimata prima del 1690. Per via delle sue dimensioni, ancora oggi per i romani questo è "er fontanone". Secondo una pessima usanza, però, per la realizzazione di questa fontana vennero asportati dalle rovine di templi ed edifici del Foro di Traiano diversi blocchi di marmo. |
"er fontanone" |
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| Come in passato aveva fatto anche l'Aqua Traiana, l'Acqua Paola riforniva l'intera parte occidentale della città, non più limitata al solo Trastevere poiché anche l'area del Vaticano (il rione di Borgo) era entrata di recente a far parte dei rioni di Roma. Non lontano da lì, un'altra importante fontana, sebbene non così grande come la precedente, ne condivideva la medesima acqua. Situata in origine all'estremità meridionale di via Giulia, sulla riva opposta del Tevere, era stata voluta dallo stesso Paolo V a favore del rione Regola. Ma nel tardo XIX secolo lungo il Tevere furono collocati i muraglioni a protezione delle piene, e molti edifici furono abbattuti a tale scopo; ai fini di una sua conservazione, la fontana dovette essere smontata e ricomposta sul versante di Ponte Sisto che appartiene al rione Trastevere, dove a tutt'oggi si trova (maggiori dettagli in Fontane, III parte, pagina 12). In questo stesso secolo il celebre architetto e scultore Gianlorenzo Bernini trasformò radicalmente la quattrocentesca fontana di Trevi, ma l'opera non fu mai portata a compimento a causa della scarsità di fondi. ← veduta della fontana di Paolo V a Ponte Sisto e, sullo sfondo, quella dell'Acqua Paola sul Gianicolo |
| La fontata berniniana allo sbocco dell'Acqua di Salone rimase incompiuta fino al 1731, quando Clemente XII scelse il progetto dell'allora sconosciuto architetto Francesco Salvi per la realizzazione di una grandiosa opera, destinata a divenire famosa in tutto il mondo come uno dei simboli stessi di Roma (cfr. Fontane, III parte, pagina 17). Dopo la costruzione di questa enorme "mostra", anche l'acquedotto ha cominciato ad essere chiamato "di Trevi": nella seconda metà del XX secolo la sua acqua era ancora apprezzata per l'ottimo sapore, tanto che attorno al 1930 fu messa in opera un'altra modifica al percorso urbano di questo acquedotto, per aumentarne ulteriormente la portata. A tutt'oggi la gran parte delle fontane maggiori nel centro di Roma sono alimentate dall'Acqua di Trevi attraverso i suoi numerosi rami secondari. | la Fontana di Trevi, dal progetto originale del XVIII secolo |
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la figura centrale della fontana delle naiadi |
Nel 1870, solo pochi giorni prima che le truppe italiane conquistassero Roma, papa Pio IX inaugurò un acquedotto che aveva finanziato chiamandolo Acqua Pia-Marcia, il quale in parte seguiva l'antico tracciato dell'Aqua Marcia. Il sito della sua "mostra" venne scelto non lontano da quello dove una volta sorgeva il castello dell'acquedotto. La sua posizione, però, venne leggermente spostata solo pochi anni dopo, e la "mostra" venne rimpiazzata dalla grande Fontana delle Naiadi (ulteriori dettagli su questa fontana si trovano nella sezione Curiosità Romane, pagina 9, e in Fontane, III parte, pagina 19). Tranne le modifiche apportate all'Acqua Virgo nel 1936, a Roma un acquedotto completamente moderno non venne costruito prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. |
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| Un'importante riserva d'acqua per i nuovi quartieri, che stavano rapidamente sorgendo a distanza dal centro storico, venne dall'acquedotto del Peschiera, il cui primo ramo fu completato nel 1949, mentre un secondo ne fu aperto nel 1964;
dalle sorgenti, situate vicino a Rieti (una sessantina di km a nord-est di Roma), entra in città da nord-ovest. La sua "mostra" è a piazzale degli Eroi, vicino al confine settentrionale del Vaticano, cfr. Fontane, III parte, pagina 21. Infine, un ultimo acquedotto, l'Appio-Alessandrino, fu costruito nel 1965 per i quartieri a sud-est, il cui crescente fabbisogno idrico non poteva più essere soddisfatto dalla sola Acqua Pia-Marcia. |
la fontana di piazzale degli Eroi, "mostra" dell'acquedotto del Peschiera |
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