~ Monografie Romane ~

Acquedotti
· IV parte ·


DALL'ANTICA ROMA ALL'ETÀ CONTEMPORANEA

Sebbene di tanto in tanto si fosse reso necessario operare qualche restauro, gli antichi acquedotti funzionarono più o meno bene fino alla Guerra Gotica (535-553), combattuta dagli Ostrogoti e dai Bizantini. Durante quegli anni Roma fu più volte conquistata dall'una e dall'altra fazione; nel corso degli assedi gli acquedotti vennero danneggiati di proposito, così da bloccare la fornitura idrica della città, come si legge in una testimonianza dello storico Procopio, che si riferisce al lungo attacco sferrato dal re ostrogoto Vitige dal 537 al 538, senza successo:

E l'accampamento nella pianura di Nerone era comandato da Marcia (in quanto era nel frattempo giunto dalla Gallia con i suoi uomini, coi quali vi era accampato) e gli accampamenti rimanenti erano comandati da Vitige con cinque altri; in quanto c'era un comandante per ciascun campo. Quindi i Goti, dopo aver preso posizione in questo modo, squarciarono tutti gli acquedotti, così che per mezzo di essi non potesse entrare in città alcuna acqua. Ora gli acquedotti di Roma sono in numero di quattordici, e furono costruiti dagli antichi con mattoni cotti, avendo un'ampiezza e un'altezza tali che è possibile per un uomo percorrerli a cavallo.
tratto da Procopio di Cesarea, Guerra Gotica - Libro I, capitolo XIX
sequenza degli assedi a Roma

536 — Roma presa da Belisario
537 - 538 — assedio di Vitige respinto
546 — Roma presa da Totila
547 — Roma presa da Belisario
547 — assedio di Totila respinto
549 — Roma presa da Totila
552 — Roma presa da Narsete

re ostrogoti
Vitige
Totila
generali bizantini
Belisario
Narsete

L'ultima affermazione del passaggio fa ritenere probabile che anche chi difendeva abbia ostruito lo speco degli acquedotti, onde evitare che i nemici se ne servissero come vie di ingresso in città; in effetti, nell'assedio di Napoli i soldati bizantini di Belisario si erano introdotti nell'abitato proprio attraverso un acquedotto. Il numero di quattordici acquedotti, invece, può essere spiegato con l'inclusione nel conteggio di qualche ramo maggiore.
Durante il Medioevo la cessazione della disponibilità di acqua potabile, legata in parte alle scarse capacità tecniche nel campo dell'ingegneria idraulica, in parte all'instabilità politica, in parte a nuovi danni causati da guerre, fu una delle maggiori cause di regressione della città: la sua popolazione, che nella prima età imperiale aveva superato abbondantemente il milione di abitanti, si ridusse a soli 30.000 già dopo l'assedio dei Goti.


la fontana al termine dell'Aqua Virgo,
dopo le trasformazioni di Niccolò V (1453)
Degli iniziali undici acquedotti, solo l'Aqua Virgo rimase perennemente in funzione, benché con una portata molto ridotta. Fu restaurata inizialmente da papa Adriano I (772-795), che ne incrementò la funzionalità; è probabile che in quest'occasione sia nata la prima fontana alimentata da questo acquedotto (il più antico avo della Fontana di Trevi), nel punto dove i fornici dell'Aqua Virgo che attraversavano il centro della città erano crollati.
Per quanto riguarda gli altri acquedotti antichi, solo l'Aqua Alexandrina potrebbe essere rimasta in funzione fino al XII secolo, mentre l'Aqua Traiana fu riattivata solo a periodi alterni (anche se non tornò mai a funzionare come in origine).
Solo al termine dell'età di mezzo, nel 1453, papa Niccolò V restaurò nuovamente l'Aqua Virgo e ne ingrandì la fontana, dotandola di un enorme propspetto con iscrizione e con la bocchetta centrale a forma di triplice testa di leone (a sinistra).


XVI SECOLO

Mentre la città si espandeva di nuovo, al termine del suo periodo storico più cupo, la fornitura idrica che l'antica Aqua Virgo era in grado di dare non copriva il fabbisogno, e la sua disponibilità si concentrava essenzialmente in una piccola parte dell'area urbana.
Restauri erano stati eseguiti diverse volte, ma gli architetti medievali avevano cognizioni di idraulica ancora scarse, e si affidavano a mezzi tecnici limitati, e per tale motivo il percorso del dotto aveva subito un accorciamento, e l'acqua non veniva più incanalata dalle sorgenti originali, ma da altre più scarse e più vicine alla città: a parte la disponibilità più modesta, anche la sua qualità e purezza (quindi il sapore) non erano più quelli dei tempi antichi.
Papa Paolo III (1534-49) era stato saggiamente consigliato a restaurare il percorso originale dell'acquedotto, ma a causa di problemi di natura politica non lo fece.
Il suo successore Pio IV dovette fare i conti con la fiera rivalità fra gli architetti che si contendevano questo importante incarico; ciascuno di essi faceva del proprio meglio per denigrare i progetti degli altri, e ciò comportò un ulteriore ritardo.
I lavori ebbero finalmente inizio, ma si conclusero non prima del 1570, sotto il potificato di Gregorio XIII, a cui quindi andò il merito dell'opera; a quei tempi l'acquedotto era chiamato Acqua di Salone, dalla località prossima alle sorgenti originali riattivate.

il percorso dell'acqua di Salone dopo la sua riapertura e quello dell'Acqua Felice
A · sorgenti originali B · durante il medioevo

A ciò fece immediatamente seguito la costruzione di una rete sotterranea di dotti, che consentirono all'acqua di raggiungere diversi rioni (cfr. Fontane, III parte pagina 2 per maggiori dettagli.

Roma continuava ad espandersi ad un ritmo molto elevato, e l'acqua ancora non bastava, soprattutto in alcune zone importanti, come il Campidoglio e il suo circondario, dove l'acqua di Salone non giungeva.
Un progetto di riattivare le sorgenti dell'antica Aqua Alexandrina venne approvato sotto lo stesso papa Gregorio XIII, ma egli morì poco dopo l'avvio dei lavori (1585).

Chi fece costruire la maggior parte del secondo acquedotto fu Sisto V (Felice Peretti, 1585-90). Ancora cardinale, divenne proprietario della Villa Montalto sul colle Esquilino, un vasto possedimento che comprendeva il sito dell'odierna stazione ferroviaria di Termini. Il percorso del nuovo acquedotto sarebbe passato accanto alla villa del papa, facendone considerevolmente aumentare il valore, anche perché avrebbe consentito la costruzione di nuove fontane nei suoi giardini.

resti dell'Aqua Claudia: nella malta rimangono le impronte
dei blocchi rettangolari di tufo sottratti agli antichi pilastri
Ciò spiega per quale ragione Sisto V ebbe tanta fretta di portare l'acqua a Roma, nel più breve tempo possibile: i lavori ripresero solo pochi giorni dopo la sua elezione. Il papa diede all'acquedotto il suo stesso nome, Acqua Felice, sebbene l'opera non nacque affatto sotto i migliori auspici.
Come prima cosa, forse a causa di una progettazione troppo precipitosa, l'architetto incaricato (Matteo Bartolani, anche noto come Matteo di Castello) pur aiutato da una commissione di esperti, non riuscì ad evitare un errore nel calcolo dell'altezza dei nuovi viadotti che avrebbero dovuto integrare le antiche rovine: così l'acqua, che inizialmente scorreva dalle sorgenti originali verso Roma, a un certo punto cominciò a refluire indietro. Il papa, furioso per aver perso tempo e denaro, nominò un diverso architetto, Giovanni Fontana, il quale riuscì a trovare altre sorgenti vicine alle precedenti, ma ad un'altezza leggermente superiore, quanto bastava per permettere all'acqua di raggiungere la città.
La traiettoria dell'Acqua Felice era praticamente la stessa dell'Aqua Marcia e dell'Aqua Claudia, dalle cui rovine fu prelevata una gran quantità di materiali da costruzione. Diversi pilastri dell'Aqua Claudia ora mostrano le impronte dei grossi blocchi di tufo asportati e riutilizzati per il nuovo acquedotto.
Mentre dopo i lavori di Sisto V non rimase pressoché nulla dell'Aqua Marcia, le parti ancora stabili dell'Aqua Claudia furono anche usate come sstruttura di sostegno per il nuovo condotto: in alcuni punti l'Acqua Felice fu edificata addossata alla struttura romana antica, che rimaneva chiaramente distinguibile perché ben più alta di quella tardo-rinascimentale.
L'Acqua Felice si estende ancora oggi lungo l'intero percorso da Pantano a Roma, attraversando la periferia a sud est della moderna città, che una volta era aperta campagna (illustrazione a sinistra e III parte).

tratto dell'Acqua Felice (1587) nella periferia romana

Al termine della sua Acqua Felice Sisto V fece realizzare un'importante fontana, presso le rovine delle Terme di Diocleziano.
Sotto una gigantesca iscrizione che ricorda la costruzione dell'acquedotto da parte del papa, tre alte nicchie sono divise da colonne; quella centrale è occupata dalla possente figura di Mosè.
Una volta posta in sito, però, la statua si rivelò alquanto tozza e sproporzionata; il popolo romano, abituato ad opere d'arte assai migliori di questa, fu fortemente critico nei suoi confronti, deridendola col nome di "Mosè ridicolo". Ancora una volta, l'Acqua Felice non si rivelò affatto tale (vedi Fontane, III parte pagina 6).
Nonostante l'incidente, alla fine del XVI secolo larga parte delle aree abitate di Roma ebbe nuovamente a disposizione l'acqua corrente.


← la Fontana dell'Acqua Felice, anche detta di Mosè

il "Mosè ridicolo"


XVII SECOLO

All'inizio del '600 i rioni occidentali, quali Regola, Trastevere e Borgo, rimanevano ancora piuttosto all'asciutto. Lo scarso volume idrico che l'Acqua Felice riusciva a condurre al capo opposto della città (cfr. anche Fontane, III parte, pagina 11) era certamente insufficiente a coprire le necessità degli abitanti locali.
Persino le famiglie più facoltose che risiedevano in questa parte di Roma, come i Farnese, erano costrette a raccogliere l'acqua dal Tevere, o alle fontane che già funzionavano in altri rioni, oppure a comprarla dagli acquaioli ambulanti.

All'inizio del secolo successivo papa Paolo V fece restaurare completamente l'Aqua Traiana, e la rinominò Acqua Paola, dandole il proprio nome. I lavori terminarono nel 1618, ma la "mostra" dell'acquedotto, ciè l'enorme fontana sul colle Gianicolo (cfr. Fontane, III parte, pagina 12), non venne ultimata prima del 1690.
Per via delle sue dimensioni, ancora oggi per i romani questo è "er fontanone". Secondo una pessima usanza, però, per la realizzazione di questa fontana vennero asportati dalle rovine di templi ed edifici del Foro di Traiano diversi blocchi di marmo.

"er fontanone"
Come in passato aveva fatto anche l'Aqua Traiana, l'Acqua Paola riforniva l'intera parte occidentale della città, non più limitata al solo Trastevere poiché anche l'area del Vaticano (il rione di Borgo) era entrata di recente a far parte dei rioni di Roma.

Non lontano da lì, un'altra importante fontana, sebbene non così grande come la precedente, ne condivideva la medesima acqua. Situata in origine all'estremità meridionale di via Giulia, sulla riva opposta del Tevere, era stata voluta dallo stesso Paolo V a favore del rione Regola. Ma nel tardo XIX secolo lungo il Tevere furono collocati i muraglioni a protezione delle piene, e molti edifici furono abbattuti a tale scopo; ai fini di una sua conservazione, la fontana dovette essere smontata e ricomposta sul versante di Ponte Sisto che appartiene al rione Trastevere, dove a tutt'oggi si trova (maggiori dettagli in Fontane, III parte, pagina 12).
In questo stesso secolo il celebre architetto e scultore Gianlorenzo Bernini trasformò radicalmente la quattrocentesca fontana di Trevi, ma l'opera non fu mai portata a compimento a causa della scarsità di fondi.

← veduta della fontana di Paolo V a Ponte Sisto e, sullo sfondo, quella dell'Acqua Paola sul Gianicolo


XVIII SECOLO

La fontata berniniana allo sbocco dell'Acqua di Salone rimase incompiuta fino al 1731, quando Clemente XII scelse il progetto dell'allora sconosciuto architetto Francesco Salvi per la realizzazione di una grandiosa opera in stile tardo barocco, destinata a divenire famosa in tutto il mondo come uno dei simboli stessi di Roma (cfr. Fontane, III parte, pagina 17). Perché la fontana fosse completata occorsero 30 anni, durante i quali si succedettero ben tre papi.

← la Fontana di Trevi, dal progetto originale del XVIII secolo
Benedetto XIV (1740-58) non colo contribuì alla sua realizzazione, ma ordinò un ulteriore restauro dell'acquedotto, di cui un breve tratto necessitò dell'ennesima riparazione anche nel 1788.
Con la costruzione dell'enorme fontana mostra, anche l'acquedotto prese ad essere chiamato comunemente di Trevi, ma il suo nome ufficiale tornò ad essere Acquedotto Vergine, riprendendo quello originale latino. Fino alla seconda metà del XX secolo la sua acqua era ancora apprezzata per l'ottimo sapore. Le maggiori fontane del centro storico sono a tutt'oggi alimentate da questo acquedotto.

il "cavallo tranquillo" della Fontana di Trevi →


XIX SECOLO

Un prolungamento della rete idrica urbana connessa all'Acquedotto Vergine fu portato a termine nel 1840.

la figura centrale
della fontana delle naiadi
Nel 1870, solo pochi giorni prima che le truppe italiane conquistassero Roma, papa Pio IX inaugurò un nuovo acquedotto che aveva fatto costruire, chiamandolo Acqua Pia-Marcia, il quale in parte seguiva l'antico tracciato dell'Aqua Marcia. Il sito per la sua fontana mostra venne scelto non lontano da quello dove una volta sorgeva il castello dell'antico acquedotto romano. La sua posizione, però, venne leggermente spostata appena pochi anni dopo e la mostra venne rimpiazzata con la più grande Fontana delle Naiadi (ulteriori dettagli si trovano nella sezione Curiosità Romane, pagina 9, e in Fontane, III parte, pagina 19). Una grande cisterna collegata all'Acqua Pia-Marcia, fu costruita in forme eleganti nella parte settentrionale di Villa Borghese (qui a destra).
la cisterna dell'Acqua Pia-Marcia

XX SECOLO

Dopo la caduta dello Stato Pontificio (1870) Roma divenne la capitale d'Italia e la città si estese rapidamente. Negli anni dal 1932 al 1937 fu realizzato un nuovo ramo principale dell'Acquedotto Vergine, che raccoglie l'acqua dalle stesse sorgenti del vecchio acquedotto e in parte ne segue lo stesso percorso, ma con una traiettoria meno tortuosa nel tratto centrale (una pianta che li pone a confronto si trova nella III parte, pagina 1). Il suo sbocco principale venne aperto sul colle Pincio e in questa occasione come mostra dell'acquedotto fu costruita la Fontana del Nicchione (cfr. la monografia Fontane, III parte, pagina 21. Fu chiamato Nuovo Aquedotto Vergine Elevato, (N.A.V.E.) in quanto il livello originale delle sorgenti fu artificialmente innalzato grazie ad una torre piezometrica di 50 m di altezza.
A parte questo ramo, però, si dovette attendere la fine della II Guerra Mondiale perché a Roma venisse costruito un nuovo acquedotto.

la torre piezometrica presso le sorgenti del N.A.V.E.


la fontana di piazzale degli Eroi, "mostra" dell'acquedotto del Peschiera
Un'abbondante disponibilità idrica per i numerosi quartieri moderni che andavano rapidamente sviluppandosi nella fascia periferica si ebbe con l'apertura dell'Acquedotto del Peschiera, il cui ramo sinistro, inaugurato nel 1949, entra in città da nord-ovest. Nel 1964 fu la volta del ramo destro, che raggiunge Roma da nord-est e contribuisce in parte ad incrementare anche la portata del Nuovo Acquedotto Vergine. Le sorgenti dell'Acquedotto del Peschiera sono situate vicino Rieti (una sessantina di km a nord-est di Roma) e la sua fontana mostra si trova a piazzale degli Eroi, appena a nord della Città del Vaticano, cfr. Fontane, III parte, pagina 21.

Infine, un ultimo acquedotto, l'Appio-Alessandrino, fu costruito nel 1965 per i quartieri a sud-est, il cui crescente fabbisogno idrico non poteva più essere soddisfatto dalla sola Acqua Pia-Marcia.