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Fontane
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XVII SECOLO: LA COSTRUZIONE DELL'ACQUA PAOLA

Quando nel 1605 Camillo Borghese fu eletto papa, scegliendosi per nome Paolo V, i rioni suburbani ad ovest del centro, più precisamente Trastevere e Borgo (quest'ultimo era entrato a far parte della città di Roma solo di recente), pativano ancora una cronica carenza idrica che era stata solo parzialmente risolta qualche anno prima, quando una modesta quota di Acqua Felice aveva finalmente attraversato il Tevere (cfr. pagina 11).
La basilica di San Pietro, invece, faceva ancora affidamento sul piccolo volume ricavabile dalle vene sotterranee dei colli limitrofi (Vaticano e Gianicolo) grazie all'antico sistema di condutture scavato da papa Damaso, nel tardo periodo imperiale (cfr. parte I pagina 2).
Così una delle prime preoccupazioni di Paolo V, appena qualche mese dopo la sua elezione, fu di fornire alle zone occidentali di Roma una valida riserva d'acqua. Il papa tentò di addossare le spese dell'opera alle casse del Comune, sostenendo che un altro acquedotto avrebbe rappresentato un utile investimento per lo sviluppo dei rioni suddetti, e avrebbe anche consentito al Campidoglio (le cui diverse fontane già erano in funzione grazie all'Acqua Felice) di disporre di un'ulteriore volume di acqua. Ma il papa aveva soprattutto in mente l'utilizzo dell'opera per i propri giardini in Vaticano, dove risiedeva. Nonostante tutto, gli amministratori capitolini accettarono il progetto, senza sollevare obiezioni.
via Garibaldi
lo stemma di Paolo V sulla Fontana dell'Acqua Paola,
decorata da numerosi draghi ed aquile

Nel valutare quali sorgenti fossero più adatte al nuovo acquedotto, la scelta cadde sul Lago di Bracciano, situato circa 40 km a nord-ovest di Roma, da dove l'antica Aqua Traiana aveva attinto in epoca romana (cfr. Acquedotti, III parte pagina 3). Sin dal tardo medioevo, la proprietà del terreno e del lago apparteneva agli Orsini, che abitavano nel loro stupendo castello a Bracciano; furono ovviamente molto contenti di vendere una parte della loro acqua per l'acquedotto. Ispirandosi a ciò che Sisto V aveva fatto con i resti dell'Aqua Marcia, Paolo V pensò di restaurare le rovine ancora esistenti dell'Aqua Traiana, in modo da riutilizzare le molte parti che ancora erano in piedi, e quindi ricostruire solo i tratti mancanti. I lavori furono avviati nel 1608.

L'antico acquedotto costruito dall'imperatore Traiano misurava circa 57 km; perché quello nuovo fosse pronto nel più breve tempo possibile, la sua intera lunghezza venne divisa in sezioni, ciascuna delle quali fu assegnata a squadre di lavoro diverse, guidate da architetti di rilievo (Carlo Maderno, Pompeo Targone, Domenico Castelli, ed altri), mentre Giovanni Fontana faceva da supervisore all'intera opera. Infatti nel 1610 l'acqua raggiunse la sommità del Gianicolo, il più alto punto a ovest di Roma. Quando si testò il flusso per la prima volta, e il condotto venne aperto, la pressione si rivelò inaspettatamente così potente che la bocca d'acqua inondò letteramente il Gianicolo, danneggiando alcune proprietà lungo il versante orientale. Nonostante l'incidente, la posizione elevata dell'acquedotto, in cima al ripido colle, diede anche la possibilità a piccoli mulini, situati più a valle, di sfruttare la forza idraulica di una parte dell'acqua, lasciata verosimilmente precipitare dall'alto, come in una cascata artificiale.
Nei documenti e nei progetti, l'acquedotto veniva inizialmente menzionato come Acqua Sabbatina, o Acqua di Bracciano, ma alla fine fu ovviamente rinominato Acqua Paola, in onore di Paolo V.


via Garibaldi
la Fontana dell'Acqua Paola, appena ripulita (2004)
IL "FONTANONE" DELL'ACQUA PAOLA

Oltre a svolgere mansioni di supervisore dei lavori anzidetti, a Giovanni Fontana era stata anche commissionata la costruzione della mostra dell'acquedotto, che avrebbe ricordato il papa nel punto dove l'Acqua Paola ha il suo sbocco principale.
Il progetto di Fontana fu davvero grandioso: non a caso, la sua creazione viene ancora oggi chiamata dai romani fontanone. Purtroppo, gran parte del marmo per la sua messa in opera fu rubato (a quei tempi, semplicemente "prelevato") dall'antico Foro di Nerva. La cooperazione con un altro architetto importante, Flaminio Ponzio, e l'ispirazione che la Fontana del Mosè indubbiamente esercitò sul progetto di Fontana, giustificano il fatto che il risultato, pur ricordando la precedente opera, che solo un ventennio prima aveva ricevuto tante critiche, era di proporzioni assai più armoniche.

Anche in questo caso la metà inferiore è formata da alti archi separati da colonne, tre grandi al centro e uno più piccolo su ciascun lato; ma qui fu creata un'apertura che attraversa quelli più grandi, cosi che il giardino botanico, che una volta si trovava alle spalle della fontana, potesse essere visibile, e facesse da pittoresco sfondo.
Nella metà superiore una grande iscrizione ricorda il patrocinio del papa sulla costruzione dell'acquedotto, sovrastata da un enorme stemma di Paolo V, splendidamente scolpito (cfr. illustrazioni precedenti). I lavori terminarono nel 1612.

via Garibaldi
via Garibaldi
(↑ in alto) stemma di Alessandro VIII e iscrizione del 1690
che ricorda la costruzione dell'ampia conca (← a sinistra)

via Garibaldi
la grande iscrizione commemorativa,
con l'erroneo riferimento all'Aqua Alsietina
Ma il fontanone svela anche un curioso errore: il papa e i suoi architetti credevano, sbagliando, che l'antico acquedotto che stavano restaurando fosse l'Aqua Alsietina, cioè quello che l'imperatore Ottaviano Augusto aveva fatto costruire per la sua naumachia in Trastevere, il cui percorso era lo stesso di quello che circa un secolo dopo avrebbe seguito anche Traiano. Infatti la grande iscrizione della fontana (qui a lato) ricorda che Paolo V restaurò gli antichi condotti dell'Aqua Alsietina.
E un vicino arco, nel punto dove l'acquedotto scavalca la via Aurelia, nella parte superiore ha un'iscrizione simile ma più piccola, che parla dell'opera costruita dall'imperatore Augusto. Ciò è un'ulteriore conferma dell'effettivo errore di interpretazione da parte degli architetti di Paolo V (un'illustrazione dell'arco si trova nella già citata sezione degli Aquedotti, III parte pagina 3).

Secondo il progetto originale, l'acqua si raccoglieva in cinque vasche situate alla base di ciascun arco, come mostra la stampa qui a destra.
Circa ottanta anni dopo la sua costruzione, papa Alessandro VIII decise di ingrandire la fontana. Così nel 1690 Carlo Fontana (nipote di Giovanni) vi aggiunse un'unica enorme conca, che andò a rimpiazzare le cinque vaschette. Nel corso degli stessi lavori, furono collocati sotto l'arco centrale lo stemma del papa e un'iscrizione commemorativa.
L'aspetto che la fontana aveva in origine lo si vede chiaramente in un'incisione del XVII secolo di Giovan Battista Falda (qui a destra), precedente le modifiche.
la fontana in un'incisione di G.B.Falda (XVII secolo)
l'aspetto originale della fontana
Un particolare curioso è che perfino i pilastrini che circondano la conca hanno effigiata l'impresa del papa che patrocinò l'opera, aquile e draghi in ordine alterno, un particolare distintivo che nessun'altra fontana romana può vantare.


(in alto) aquile e draghi sulle colonnine attorno alla vasca;
(a sinistra) una delle bocchette a forma di drago nella nicche laterali




il condotto dell'Acqua Paola (in blu) e il
luogo dove sorgeva la fontana (punto rosso)
LA FONTANA DI PONTE SISTO

L'Acqua Paola venne anche impiegata per rifornire d'acqua un ente caritatevole sorto due decenni prima, sotto Sisto V, che comprendeva un ospizio e un ospedale per i poveri. Il complesso sorgeva di fronte a Trastevere, in fondo a via Giulia, ad una delle estremità di Ponte Sisto (cfr. il particolare della pianta qui in basso). Sebbene la maggior parte del centro di Roma, ad est del Tevere, era già stata raggiunta dall'Acqua Vergine o dall'Acqua Felice, prima del 1613 questo rione (Regola) era troppo distante dai loro principali punti di sbocco, pertanto qui la pressione dell'acqua giungeva troppo bassa per una fontana.
Così non appena l'acquedotto fu in funzione, Paolo V ne fece costruire una sul lato del complesso che guardava verso via Giulia, raggiunta dai condotti che dal Gianicolo traversavano il ponte suddetto.
Chi disegnò la fontana fu un architetto olandese, Jan van Zant, qui chiamato Giovanni Vasanzio. Giovanni Fontana, invece, presiedette alla parte idraulica del progetto. Consisteva in un'alta nicchia, fiancheggiata da un paio di colonne e coronata dalla consueta iscrizione commemorativa, con in alto lo stemma di Paolo V.
Sisto Bridge, in una pianta di Rome di G.B.Falda (1676)
nel 1676 la fontana (è) sorgeva presso l'ospizio;
la sua attuale posizione è all'altro capo del ponte (l)
la fontana in una fotografia della seconda metà dell'800 piazza Trilussa
la fontana presso l'ospizio (a sinistra), nel rione Regola fino al tardo '800, e oggi (a destra), nel rione Trastevere

piazza Trilussa
la tazza superiore, ora a secco
L'acqua si raccoglieva in una piccola tazza pensile nella parte superiore della nicchia.
Da qui tracimava in basso in una vasca più grande, raggiunta anche da un duplice getto d'acqua che si intersecava al centro, emesso da una coppia di draghi, scolpiti uno su ciascun lato della fontana, sotto le colonne.
piazza Trilussa
uno dei due draghi e uno dei leoni

Quasi tre secoli dopo (attorno al 1880), a causa dei lavori per l'erezione dei muraglioni presso le sponde del Tevere, molti edifici antichi che sorgevano lungo tale direttrice furono demoliti. Anche l'ospedale e l'ospizio in fondo a via Giulia dovettero essere distrutti, ma la fontana venne risparmiata, e trasferita all'estremità opposta del ponte, in Trastevere, nonostante l'iscrizione ancora ricordi la precedente collocazione citra Tiberim ("al di qua del Tevere"). Ora non poggia più contro un muro, ma è isolata, in cima ad una breve scalinata.
Ponte Sisto
entrambe le fontane sono visibili dall'altra parte del ponte

In epoca recente la sua portata d'acqua è stata drasticamente ridotta: la tazza in alto ora è secca, mentre i due draghi emettono una quantità d'acqua minima, appena sufficiente a farla definire ancora una fontana.

L'estremità di via Giulia, non più chiusa dal complesso demolito, è adesso un interessante punto di osservazione, dal quale la fontana appare quasi incoronata dalla mole del fontanone, chiaramente visibile in lontananza, sulla sommità del Gianicolo (qui a sinistra).



LA FONTANA CASTIGLIANA DI SAN PIETRO IN MONTORIO

Nonostante l'Acqua Paola recasse acqua in quantità alle regioni occidentali di Roma, l'unica altra fontana che fu costruita in Trastevere fu una piccola, disegnata da Giovanni Fontana, e situata di fronte a San Pietro in Montorio, una chiesa che sorge a soli 150 m dall'anzidetto fontanone. Questa è una delle due chiese nazionali spagnole a Roma, per cui il committente di Fontana potrebbe verosimilmente essere stato un membro della famiglia reale di quel paese. Infatti la sua ricca forma (cfr. anche illustrazione a pagina 1) si rifaceva alle imprese di Castiglia: il gruppo centrale aveva la forma di una torre di castello, e alla sommità era circondata da una corona, e più in basso erano quattro leoni accucciati, uno per lato.
Per tale ragione questa era anche detta la Fontana Castigliana. Molte delle sue parti però non erano in marmo, ma in stucco, e ciò ne provocò un rapido deterioramento.
Poi, nel 1849, la fontana si trovò presa nel fuoco incrociato fra le truppe della neoproclamata Repubblica Romana e quelle francesi, a cui il papa si era rivolto per sedare la ribellione. I proiettili d'artiglieria di entrambe le fazioni probabilmente le diedero il colpo di grazia, perché poco tempo dopo fu definitivamente rimossa. Non se ne salvò alcunché.
Il suo posto fu preso per qualche tempo dalla prima fontana rinascimentale costruita a Roma (cfr. pagina 2), che ora sorge in piazza Nicosia.
la fontana presso San Pietro in Montorio,
incisione di G.B.Falda (XVII secolo)
la fontana presso San Pietro in Montorio, incisione di G.B.Falda (XVII secolo)



LA FONTANA SECCA

Una pianta di Roma di Giovanni Battista Falda (1676, in basso a destra) e un'incisione di Giuseppe Vasi (1750 c.ca, in basso a sinistra) sono le uniche due fonti visuali che menzionano una Fontana Secca sull'angolo di un incrocio nel rione di Trastevere.
incisione di Giuseppe Vasi, 1750 c.ca
Fu edificata attorno ai primi del '600, poco dopo la riapertura dell'Acqua Paola. Consisteva in un alto prospetto con un nicchione centrale che probabilmente conteneva una statua o un gruppo dalla cui base scaturiva l'acqua; sulla cornice in alto poggiava una coppia di piccoli draghi con al centro una guglia (o altro elemento simile).
La fontana era già secca a pochi anni dalla sua realizzazione, essendo menzionata sempre e soltanto con questo nome. Fu rimossa nel 1890; oggi non ne resta più alcuna traccia.

pianta di Giovanni Battista Falda, 1676
(↑ in alto) pianta di G.B. Falda che cita la scomparsa "fontana secca" (í);
(← a sin.) incisione di Giovanni Vasi che ne mostra il prospetto




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I PARTE
FONTANE ANTICHE

II PARTE
FONTANELLE



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