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introduzione al
DIALETTO ROMANO
glossario
espressioni e modi di dire
esclamazioni ed interiezioni

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  • indice
  • prefazione
  • 1 - gli articoli
  • 2 - le preposizioni
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    ultimo aggiornamento
    febbraio 2004


    · INDICE ·
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    1 - gli articoli

    4 - la pronuncia delle sillabe "ce" e "ci"

    7 - elisioni e accorciamenti



    2 - le preposizioni

    5 - sostituzioni di lettere e gruppi

    8 - il vocativo

    10 - note generali di sintassi (in preparazione)
    3 - dittonghi e trittonghi

    6 - il raddoppio di consonanti

    9 - i verbi





    PREFAZIONE

    Per molti non-romani la comprensione del dialetto romano parlato presenta qualche difficoltà, ma la comprensione del romano scritto potrebbe rivelarsi forse ancor più ostica.
    Diversamente da molti altri dialetti, la struttura della frase rimane simile a quella italiana; ciò che differisce maggiormente sono i singoli vocaboli, per come essi sono pronunciati, ma anche per come vengono scritti.
    In particolare, ciò che nei testi in dialetto spesso colpisce (e disorienta) è la selva di accenti e di apostrofi, necessari a rendere il suono di molte parole che in dialetto vengono elise, troncate, nonché le molte consonanti raddoppiate, a volte presenti persino all'inizio dei vocaboli.
    Come avviene per quasi tutti i dialetti, anche per quello romano la trascrizione non segue regole ortografiche particolarmente rigorose: lo scopo principale è il tentativo di riprodurre più o meno fedelmente la pronuncia, il suono delle singole parole. Per questo motivo, a volte, si incontrano vocaboli resi in modo leggermente diverso da autore ad autore, anche perché alcuni tendono a semplificare l'ortografia per non appesantire il testo, confidando nella conoscenza del romano da parte dei lettori, e lasciando così questi ultimi liberi di interpretare la pronuncia dei singoli vocaboli.

    In ogni caso, il dialetto capitolino è più simile all'italiano di quanto non lo siano quelli di tante altre città o regioni. Lo stesso toscano, che assieme al romano ha costituito una piattaforma comune da cui è nata la lingua nazionale, differisce da quest'ultima in pari misura, contrariamente alla diffusa credenza che vuole l'italiano puro essere strettamente imparentato col dialetto di Firenze, secondo il noto adagio lingua toscana in bocca romana: pronuncia a parte, davvero nessuno, credo, può seriamente sostenere che sia più corretto dire o che vu' fate? anziché voi che fate?, oppure si va in vacanza per andiamo in vacanza, o anche dugento, dugencinquanta in luogo di duecento, duecentocinquanta, e così via per una lunghissima serie di vocaboli ed espressioni.

    Eppure sette secoli fa Dante Alighieri non la pensava allo stesso modo. Nel De vulgari eloquentia si scaglia contro il dialetto di Roma (e contro i romani stessi!) con parole che definire di fuoco è persino eufemistico:
    Poiché i Romani reputano di dover essere collocati al primo posto, in questa epurazione ed eradicazione li poniamo giustamente avanti agli altri, affermando che essi non vanno presi in considerazione in alcuna opera sul dialetto. Diciamo infatti che quello dei Romani non è dialetto, ma piuttosto un pessimo modo di parlare, tra tutti i dialetti italiani è il più orrendo; né c'è da stupirsi, perchè essi appaiono i più laidi anche per la bruttezza dei modi e delle abitudini. Infatti usano dire: Messure, quinto dici? [1]
    Va comunque ricordato che il dialetto dell'epoca non era certo quello che conosciamo attraverso le opere di Belli o di Trilussa. Inoltre, nello stesso trattato neppure agli altri dialetti della penisola italica vengono risparmiate aspre critiche. Ma tutto sommato, il fatto che a Dante non piacesse il nostro idioma lascia noi romani alquanto indifferenti: ...e chi sse ne frega nun ce lo metti? chioserebbe laconicamente qualcuno.

     [1] De vulgari eloquentia - Liber I, IX, 2. Sicut ergo Romani se cunctis preponendos existimant, in hac eradicatione sive discerptione non inmerito eos aliis preponamus, protestantes eosdem in nulla vulgaris eloquentie ratione fore tangendos. Dicimus igitur Romanorum non vulgare, sed potius tristiloquium, ytalorum vulgarium omnium esse turpissimum; nec mirum, cum etiam morum habituumque deformitate pre cunctis videantur fetere. Dicunt enim: Messure, quinto dici?



    La presente "grammatica" ha un valore più ludico che didattico: ovviamente è ben lungi da me il serio obiettivo di insegnare il dialetto romano ai non-romani e, perché no, a quegli stessi romani che magari masticano tre o quattro lingue straniere senza poi comprendere chi, al mercato, li invita a capà le perziche (ovvero a "scegliere le pesche").
    A ciò si aggiunga il fatto che oggi il dialetto è spesso investito, e a torto, di una connotazione negativa, plebea, travisandone così il significato puramente tradizionale. Basti dire che il più delle volte non viene neppure chiamato con l'aggettivo proprio della città, cioè romano (come invece avviene per il napoletano, per il genovese, per il milanese, e per molti altri ancora), ma romanesco, affibbiandogli gratuitamente un suffisso che - diciamolo francamente - sa un po' di peggiorativo. Per non parlare dell'orribile tendenza di alcuni a chiamarlo romanaccio, come se l'essere idioma del popolo dell'Urbe fosse una colpa di cui vergognarsi!
    Eppure un tempo, a Roma, perfino i principi e i papi parlavano questo dialetto.

    È quindi per restituirgli dignità, in una prospettiva di recupero del patrimonio culturale locale, senza con ciò rinnegare la funzione unificatrice dell'italiano a livello nazionale, che ho tentato di riassumere le regole di grammatica del dialetto romano originale, quello cioè usato da Giuseppe Gioachino Belli per i suoi Sonetti, giustamente considerato il "distillato" di questo idioma.

    Ho anche ritenuto opportuno aggiungere, in coda ad alcuni paragrafi, le principali differenze riscontrabili nella forma parlata oggigiorno, evidenziando l'evoluzione che in quasi duecento anni il dialetto romano ha subìto (come del resto è accaduto e continua ad accadere anche a tutte le lingue ufficiali nazionali). Tali parti sono segnalate da linee rosse.

    Per una più facile comprensione dei temi esposti, i numerosi esempi sono riportati in tabelle bilingui (romano / italiano), in carattere corsivo.



    Ma nun c'è lingua come la romana
    Pe dì una cosa co ttanto divario
    *
    Che ppare un magazzino de dogana.

    da "Le lingue der monno", G.G. Belli


    * varietà



    A chi fosse interessato al dialetto romano classico segnalo anche la SCOLA DE DIALETTO di Claudio Francesconi (alias Spartacus Quirinus), che comprende anche un blog a cui prendere attivamente parte.


    Chi invece volesse approfondire i temi del dialetto romano moderno, in particolare le espressioni giovanili più brillanti e più sarcastiche, non potrà fare a meno di visitare il sito TurboZaura , prova tangibile della straordinaria vitalità nonché del pungente umorismo che questo dialetto ancora oggi dimostra di possedere, a dispetto dei molti detrattori.




    1. GLI ARTICOLI

    2. QUADRO SINOTTICO DEGLI ARTICOLI


      il
      lo
      i
      gli
      la
      le
      un
      uno
      una

      er
      lo
      li
      l'
      la
      le
      un ('n)
      'no
      'na

      Un ulteriore fenomeno di natura fonetica avviene quando due consonanti consecutive, una appartenente all'articolo e una al vocabolo che segue, producono un suono che i romani giudicano "poco familiare", scomodo da pronunciare, come r + l, oppure n + r. In tali casi, la prima consonante si perde, e la seconda viene raddoppiata, come mostra la tabella seguente:

      SUONO
      ORIGINALE
      PRONUNCIA
      EFFETTIVA
      er l...e' ll...er lagoe' llago
      er r...e' rr...er rospoe' rrospo
      un l...u' ll...un limoneu' llimone
      un r...u' rr...un ramou' rramo
      un m...u' mm...un maschiou' mmaschio
      un n...u' nn...un nodou' nnodo

      Stranamente, queste forme non si trovano nei sonetti di Belli. Al contrario, sono usate frequentemente nelle opere di un altro famoso autore dialettale, Giggi Zanazzo (1860-1911), il cui lessico è ritenuto il più simile a quello di Belli.
      Nel dialetto odierno, questa regola fonetica è ancora comunemente applicata.


      DIALETTO MODERNO
      Tutti gli articoli che cominciano per "l" tendono a perderla (aferesi), specialmente nel linguaggio parlato:

      la sposa
      le strade
      lo straccio
      gli scogli
      CLASSICO
      la sposa
      le strade
      lo straccio
      li scoji

      cambia in →
      cambia in →
      cambia in →
      cambia in →
      MODERNO
      'a sposa
      'e strade
      'o straccio
      'i scoji

      Si noti che 'a, 'e, 'o, 'i hanno in pratica lo stesso suono di una vocale semplice, ma dal suono leggermente più lungo.

      Tale cambio vale anche nella costruzione delle preposizioni composte (vedi sotto).



    1. LE PREPOSIZIONI
    2. In romano le preposizioni semplici restano simili a quelle italiane, con tre sole differenze: di che diventa de, con abbreviato in co, e per abbreviato in pe. Si noti che le ultime due nel dialetto classico di Belli sono scritte senza l'apostrofo, mentre molti degli autori successivi interpretano ciò come elisione, co' e pe', aggiungendovi l'apostrofo.

      diadainconsupertrafra
      deadaincosupetrafra

      La tabella non tiene in considerazione l'eventuale raddoppio della prima consonante o altri cambi di natura fonetica eventualmente risultanti dall'uso delle preposizioni nel contesto della frase, cioè quando seguono un altro suono (vocabolo).

      Invece le preposizioni composte divergono da quelle italiane in modo più evidente.

      Quando sono seguite da un vocabolo che comincia per consonante, quasi tutte si scindono nelle loro componenti di base, cioè preposizione semplice + articolo (il caso in cui a seguire è un vocabolo che comincia per vocale sarà trattato più avanti):



      Quella che segue è una tabella sinottica che riassume tutti i casi.

      QUADRO SINOTTICO DELLE PREPOSIZIONI COMPOSTE

        ARTICLE à
      PREPOSITION
      â
      ER
      (IL)
      LO
      (LO)
      LA
      (LA)
      L'
      (L')
      LI
      (I)
      LI
      (GLI + cons.)
      LE
      (LE + cons.)
      L'
      (GLI / LE + voc.)
        DE (DI)derde lode lade ll'de lide lide lede ll'
        A (A)ara loa laall'a lia lia leall'
        DA (DA)darda loda lada ll'da lida lida leda ll'
        IN (IN)ner
      in der
      ne lo
      in de lo
      ne la
      in de la
      ne ll'
      in de ll'
      ne li
      in de li
      ne li
      in de li
      ne le
      in de le
      ne ll'
      in de ll'
        CO (CON)corco loco laco ll'co lico lico lecoll'
        SU (SU)sur
      in sur
      su lo
      in su lo
      su la
      in su la
      su ll'
      in su ll'
      su li
      in su li
      su li
      in su li
      su le
      in su le
      su ll'
      in su ll'
        PE (PER)pe'rpe lope lape ll'pe lipe lipe lepe ll'
        TRA (TRA)tra ertra lotra latra ll'tra litra litra letra ll'
        FRA (FRA)fra erfra lofra lafra ll'fra lifra lifra lefra ll'


      Quando la preposizione semplice co è seguita da un, può diventare cor, per motivi di fonetica:

      con un coltello
      con un sasso
      con un vestito nuovo

      co 'n cortello, ma anche cor un cortello
      co 'n sercio, ma anche cor un sercio
      co 'n vestito nòvo, ma anche cor un vestito nòvo

      La seconda delle due forme, più arcaica, oggi è molto poco usata.


      DIALETTO MODERNO
      • Spesso cor è scritto cór, per distinguerlo da còr (cioè còre = "cuore").
        Tuttavia, è assolutamente improbabile che in dialetto romano la parola "cuore" venga mai abbreviata in tal senso: l'uso di porre un accento acuto sulla preposizione è quindi, a mio avviso, abbastanza ingiustificato, ma può comunque servire a sottolineare il suono molto chiuso che la vocale "o" deve assumere in questo caso.

      • A causa della perdita della "l" da parte degli articoli (come già spiegato nel relativo paragrafo), de lo, co lo, ecc. vengono oggigiorno pronunciati in ottemperanza alla seguente regola fonetica: l'ultima vocale della preposizione semplice (de; co; ecc.) diventa la stessa vocale dell'articolo che segue, e che perde la "l":

        della sposa
        nello stadio
        nelle strade
        per i boschi
        per lo sciopero
        con la barca
        CLASSICO
        de la sposa
        ne lo stadio
        ne le strade
        pe li bboschi
        pe lo sciopero
        co la barca

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        cambia in →
        cambia in →
        cambia in →
        cambia in →
        MODERNO
        da'a sposa
        no'o stadio
        ne'e strade
        pi'i bboschi
        po'o sciopero
        ca'a barca

        Si noti che la doppia vocale inframezzata dall'apostrofo è pronunciata senza interruzione nella voce, come un'unico suono più lungo.

      • La preposizione su non muta la sua vocale. Inoltre quando la forma sugli è seguita da un vocabolo che comincia per vocale, anche in romano rimane la doppia "l":

        sugli scaffali
        sugli ultimi scaffali
        sugli scogli
        sugli alberi
        sugli occhi
        CLASSICO
        su li scaffali
        sull'urtimi scaffali
        su li scoji
        sull'arberi
        sull'occhi

        cambia in →
        uguale
        cambia in →
        uguale
        uguale
        MODERNO
        su'i scaffali
        sull'urtimi scaffali
        su'i scoji
        sull'arberi
        sull'occhi



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