~ la lingua e la poesia ~
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introduzione al
DIALETTO ROMANO


IN QUESTA PAGINA
  • indice
  • prefazione
  • 1 - le vocali accentate
  • 2 - gli articoli
  • 3 - le preposizioni
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    ultimo aggiornamento
    giugno 2014


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    Prefazione
    1 - le vocali accentate
    2 - gli articoli
    3 - le preposizioni
    4 - dittonghi e trittonghi
    5 - la pronuncia di ce e ci
    6 - sostituzioni di lettere
    7 - il raddoppio di consonanti
     8 - elisioni, aferesi e sincopi
     9 - il vocativo
    10 - i verbi
    11 - note generali di sintassi
      (in preparazione)


    PREFAZIONE

    Contrariamente a quanto avviene per le lingue nazionali, che hanno regole grammaticali codificate, a spesso da parte di specifiche istituzioni linguistiche preposte a questa funzione, i dialetti sono basati sull'uso giornaliero da parte dei parlanti, ma non hanno regole scritte, né di grammatica né di ortografia. Sono quindi interamente basati sulla tradizione e sull'uso quotidiano, venendo tramandati di generazione in generazione. Ma proprio come avviene per tutte le lingue nazionali, anche i dialetti sono soggetti nel tempo a un'evoluzione, legata a molteplici fattori, la cui analisi esula dagli scopi di queste pagine.
    L'assenza di regole ufficiali si rende manifesta soprattutto nella loro forma scritta. Nel fissarli su carta si tenta di riprodurne al meglio i suoni, utilizzando però le stesse regole di pronuncia della lingua nazionale (in questo caso l'italiano), per consentire a qualsiasi lettore di avvicinarsi il più possibile alla corretta pronuncia leggendo il testo come se fosse redatto nella propria lingua.
    A tracciare le linee guida di tale ortografia sono sopratutto i maggiori autori dialettali, le cui opere forniscono una preziosa matrice a cui attingere. Nel caso del vernacolo romano, però, esistono moltissimi testi in dialetto, che spaziano dal Cinquecento fino al Novecento, con una grande varietà di interpretazioni, tanto lessicali quanto, soprattutto, ortografiche.

    L'autore che viene maggiormente ricordato per la sua attenzione quasi maniacale nel voler riprodurre con esattezza i suoni dell'idioma di Roma è Giuseppe Gioachino Belli, il cui corpus dei Sonetti è anche l'opera più voluminosa mai scritta in qualsiasi dialetto italiano. Per tale motivo, un corretto approccio al romanesco non può che partire dall'esempio di questo autore iconico, sebbene ciò presenti qualche inevitabile difficoltà, in particolare la selva di doppie consonanti, di apostrofi e di accenti.

    QUANDO È NATO IL DIALETTO ROMANESCO?
    A questa domanda è pressoché impossibile fornire una risposta precisa, ma è invece possibile provare a tracciare un percorso storico dal latino altomedievale al vernacolo (piuttosto annacquato per la verità) che è ancora possibile ascoltare oggi tra i parlanti del luogo.

    Il primo flebile ma significativo segnale di una divergenza dalla lingua ufficiale è rappresentato da una breve iscrizione graffita sul muro di una cripta all'interno delle catacombe di Commodilla. Attorno all'anno 800, in età carolingia, era stata introdotta la pratica liturgica di pronunciare certe orazioni (mysteria) da parte dei chierici bisbigliandole, affinché non fossero udite. A titolo di promemoria, qualcuno di essi tracciò sulla parete la frase non dicere ille secrita a boce ("non dire quei segreti a voce"), a cui fu in seguito aggiunta una seconda B, perché evidentemente ciò corrispondeva alla pronuncia dell'epoca in modo più preciso. Quindi l'iscrizione è pervenuta in forma non dicere ille secrita a bboce, in cui si evidenzia, oltre al betacismo (pronuncia di B per V), anche un netto raddoppiamento fonosintattico (la doppia consonante), entrambi fenomeni caratteristici dei dialetti meridionali, di cui quello di Roma faceva pienamente parte fino al Rinascimento.

    Nel XIII secolo, a beneficio dei pellegrini che giungevano a migliaia, fu tradotta dal latino una specie di guida ai monumenti e alle cose notabili della città eterna, in cui si evidenziano chiari segnali dialettali. Di quest'opera, conosciuta nella sua edizione in volgare come Le miracole de Roma, si parla in dettaglio in questa pagina.

    Nel secolo successivo, una cronaca rimasta a lungo anonima e attualmente attribuita a Iacobo di Valmontone, racconta dell'ascesa e della fine di Cola di Rienzo, usando un volgare molto simile a quello dell'opera precedente, di cui si può leggere in dettaglio in questa pagina.

    Infine, un'altra opera preziosa sul piano linguistico è il trattato sulla vita di santa Francesca Romana, in cui gli elementi che distinguono il volgare in cui è redatto da quello di altre aree geografiche è abbastanza evidente.

    Questo è il cosiddetto dialetto di prima fase, in cui si fatica ancora a riconoscere il romanesco come molti lo conoscono; ha diversi elementi comuni coi dialetti del sud Italia, oltre ai due già citati in precedenza, in particolare col napoletano.

    Durante il Rinascimento la lingua di Roma si modifica profondamente per effetto della numerosa comunità toscana. Per oltre un secolo e mezzo, a partire dalla metà del Quattrocento, artisti di spicco cominciano a confluire nella città dei papi, in massima parte durante il pontificato di Leone X e Clemente VII (entrambi dei Medici), portando al seguito artigiani e maestranze varie. La loro presenza era così numerosa da avere un impatto sul dialetto, che perde molte delle succitate affinità coi dialetti meridionali (ma non tutte), acquistandone invece col toscano, pur mantenendo dei tratti autonomi ben definiti. Si prepara così il passaggio al romanesco detto di seconda fase, quello moderno destinato ad assumere la forma attuale. Ma è un processo lungo, che alla fine del Cinquecento non si è ancora esaurito.
    In questo periodo compare la prima opera in cui il dialetto è usato consapevolmente dall'autore in contrapposizione all'italiano (e non più al latino), come espressione del modo di parlare del volgo: è la commedia Le stravaganze d'amore, di Cristoforo Castelletti (1581), in cui solo il personaggio di Perna, una serva, si esprime in romanesco, mentre un altro dei personaggi lo fa in napoletano. Ciò mostra un chiaro intento di voler tratteggiare col vernacolo delle figure caricaturali, delle "maschere". Il romanesco parlato da Perna mostra di essere ancora in una fase di transito, perché trattiene desinenze verbali arcaiche come soco (per "sono"), la dittongazione in IE in vocaboli come tiempo (per "tempo") o in viecchio (per "vecchio"), il betacismo come in vocca (per "bocca"), vudiella (per "budella"), tutti riscontrabili già nella Cronica trecentesca, mentre una svolta in senso toscano è ad esempio la perdita del dittongo UO che diventa O, come in occhi (un tempo uocchi), corpo (già cuorpo), foco (già fuoco), lenzola (già lenzuola).
    È nel Seicento che la trasformazione si completa, e sul finire del secolo il dialetto diventa addirittura lingua letteraria, venendo usato per l'intera composizione di due poemi eroicomici, Il maggio romanesco di Camillo Peresio e Meo Patacca di Giuseppe Berneri, criticati tuttavia dai puristi per essere in realtà un ibrido tra lingua ufficiale e vernacolo parlato dal volgo.

    Tuttavia proprio in coincidenza con la pubblicazione dei suddetti poemi, a Roma viene fondata l'Accademia dell'Arcadia, che si dava come obiettivo quello di riformare la poesia per riportarla alla sua iniziale purezza, liberandola dagli orpelli dell'età barocca. Il dialetto, quindi, nel Settecento torna a essere l'idioma del volgo negletto dai letterati, anche se in alcune opere poco conosciute il romanesco ricompare.

    Quando nel secondo ventennio del XIX secolo Belli compone i suoi sonetti, è forse il primo degli autori dialettali a porre una particolare attenzione all'aspetto linguistico, anche sul piano ortografico, tanto che buona parte dell'introduzione alla sua raccolta è costituita da note di grammatica e di fonetica del romanesco. Per questo la sua produzione, oltretutto vastissima, è considerata la fonte più attendibile dell'idioma in uso a quei tempi.
    Quando Roma divenne la capitale del Regno d'Italia (1870), il dialetto finì ben presto con l'addolcirsi, un po' per le trasformazioni sociali, che portarono alla nascita di una nuova classe, la piccola borghesia, che si esprimeva in un linguaggio meno rozzo del volgo, un po' per l'espansione demografica dovuta alle migliaia di immigrati originari da terre che avevano fatto parte dello Stato Pontificio (Umbria, Marche, perfino Romagna), che parlavano i loro dialetti. Di questo ammorbidimento ne sono un chiaro esempio le opere di Cesare Pascarella e ancor più, nel primo trentennio del nuovo secolo, di Trilussa.
    Anche l'ortografia più semplificata usata dagli autori citati (ad esempio, una notevole riduzione nell'uso delle tante consonanti doppie, che Belli scriveva ma giudicava "sommo abuso di lettere") rende più facile al pubblico, soprattutto ai non romani, l'accesso alle loro composizioni, ma non sempre riproduce fedelmente i suoni autentici del dialetto, ma proprio per questo non sempre fornisce al lettore che ha scarsa dimestichezza col romanesco gli elementi sufficienti per una corretta pronuncia. Viceversa, gli autori che tentavano di frenare la deriva linguistica, rifacendosi al dialetto "puro" del maestro Belli, tra i quali Giggi Zanazzo, erano sempre meno numerosi

    Gli anni del fascismo tornarono a essere un periodo di magra per la produzione dialettale. Il regime osteggiava gli idiomi locali, promuovendo invece la diffusione di una lingua nazionale unica. Anche dopo la caduta del fascismo, infatti, il dialetto rimase schiacciato da una pessima reputazione: era la lingua di coloro che non avevano ricevuto un'istruzione, che quasi invariabilmente coincideva con una bassa posizione sociale, e che impediva di comunicare con tutti.
    I dialetti d'Italia, non solo il rommanesco, dovettero portare questo pesante fardello fino agli anni '70, quando ricominciò a manifestarsi un interesse verso gli idiomi tradizionali, ormai quasi a rischio di scomparsa.
    D'altronde, l'unificazione linguistica del paese, lungamente perseguita, aveva finalmente avuto luogo. A riuscire nella difficile impresa, in cui persino la scuola aveva fallito, era stata la TV, nell'arco del ventennio metà anni '50- metà anni '70. Nonostante la gente comune continuasse ancora a parlarlo, nel nuovo mezzo, così come già nel cinema e nella radio, per il dialetto non c'era proprio spazio, e neppure per gli autori dialettali; a interessarsene a livello culturale e linguistico erano solo pochi coraggiosi romanisti, per lo più sconosciuti al grande pubblico.

    Va comunque detto che il disprezzo per i dialetti, in particolare verso quello di Roma, ha origini lontane e insospettabili. È Belli stesso, il padre nobile di questo idioma, a parlare per primo di romanesco (anziché di romano), dando a questo termine una chiara accezione dispregiativa. Anzi, l'autore chiama romaneschi anche coloro che lo parlano. Ciò non deve stupire: Belli era un purista della lingua, legato persino a certi arcaicismi già in disuso ai suoi tempi, e disprezzava la corruzione che il volgo ne faceva, pur tuttavia studiando e utilizzando tale idioma al fine di « lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma », come scrive nell'introduzione ai Sonetti (si veda anche l'antologia su questo autore). Ma già molto prima di lui, sette secoli fa, nientemeno che Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia, opera sui volgari parlati in quell'epoca attraverso la penisola italica, si era scagliato contro l'idioma parlato a Roma e contro i romani stessi con parole che definire una stroncatura è persino eufemistico:
    Sicut ergo Romani se cunctis preponendos existimant, in hac eradicatione sive discerptione non inmerito eos aliis preponamus, protestantes eosdem in nulla vulgaris eloquentie ratione fore tangendos. Dicimus igitur Romanorum non vulgare, sed potius tristiloquium, ytalorum vulgarium omnium esse turpissimum; nec mirum, cum etiam morum habituumque deformitate pre cunctis videantur fetere. Dicunt enim: Messure, quinto dici?
     [De vulgari eloquentia - Liber I, XI, 2]
    Poiché i romani reputano di dover essere collocati al primo posto, in questa epurazione ed eradicazione li poniamo giustamente avanti agli altri, affermando che essi non vanno presi in considerazione in alcuna opera sul dialetto. Diciamo infatti che quello dei romani non è dialetto, ma piuttosto un pessimo modo di parlare, tra tutti i dialetti italiani è il più orrendo; né c'è da stupirsi, perchè essi appaiono i più laidi anche per la bruttezza dei modi e delle abitudini. Infatti usano dire: Messure, quinto dici?

    Occorre comunque ricordare che la lingua parlata a Roma nel Trecento non era certo quella dell'epoca di Belli o di Trilussa (cfr. ad esempio Cronica). Il risentimento di Alighieri è in parte spiegabile con l'esilio che pochissimi anni prima il papa gli aveva inflitto. Inoltre, nello stesso trattato non vengono risparmiate aspre critiche neppure agli altri idiomi della penisola italica. Ma tutto sommato, il fatto che a Dante non piacesse il nostro modo di esprimersi lascia noi romani alquanto indifferenti.

    L'aggettivo romanesco, di origine belliana, si è conservato fino ai nostri giorni, e rappresenta un unicum, perché tra i molti vernacoli italiani, è solo quello di Roma ad avere nel nome questo suffisso -esco, vagamente dispregiativo, un subliminale marchio d'infamia. Eppure un tempo a parlare ciò che Belli definisce "una favella tutta guasta e corrotta" erano perfino i principi e i papi.


    Il recupero del dialetto come un'importante componente del patrimonio culturale locale è una tendenza cominciata verso la seconda metà degli anni '70, ma ha coinvolto anche il pubblico non specializzato soprattutto dopo l'avvento dell'internet, quando è stato possibile divulgare su larga scala i maggiori autori dialettali, ma anche avere facilmente accesso a opere meno conosciute, o non più pubblicate da decenni. È in quest'ottica che ho tentato di riassumerne le regole di grammatica ed ortografia del romanesco, senza alcuna pretesa didattica, ma al solo scopo di suscitare l'interesse dei non romani e offrire uno spunto di riflessione anche ai tanti romani delle nuove generazioni, che magari parlano alla perfezione tre o quattro lingue straniere, ma poi stentano a comprendere chi al mercato li invita a capà le perziche (cioè a "scegliere le pesche").

    In coda ad alcuni paragrafi ho anche ritenuto opportuno sottolineare le principali differenze tra dialetto classico e forma parlata attualmente, avendo però cura di scremare le forme gergali giovanili, divenute via via sempre più numerose, che hanno contribuito a imbastardire, e non poco, il dialetto romano attuale. Tali parti sono segnalate da una linea rossa.




    Ma nun c'è lingua come la romana
    Pe dì una cosa co ttanto divario
    1
    Che ppare un magazzino de dogana.

    da Le lingue der monno, Giuseppe Gioachino Belli
    1. -varietà





    A chi fosse interessato al dialetto romano classico segnalo anche la SCOLA DE DIALETTO di Spartacus Quirinus (al secolo, Claudio Francesconi).




    1. LE VOCALI ACCENTATE
    La pronuncia delle vocali romane segue quella delle italiane, con la "a" quasi sempre molto aperta.
    A causa della storpiatura dei vocaboli si fa spesso ricorso agli accenti grafici, per segnare le vocali toniche (portatrici di accento) ed anche per indicare la corretta pronuncia delle "e" e delle "o", cioè aperte o chiuse. Purtroppo tra i vari autori c'è una certa disomogeneità nel modo di marcare tali suoni.
    Per indicare le vocali aperte, ad esempio, Belli fa uso tanto dell'accento circonflesso (ê, ô) quanto dell'accento grave (è, ò), che usa indistintamente: èsse oppure êsse (per essere), lègge o lêgge (per leggere), o (per può), e via dicendo.
    Per altri vocaboli il tipo di accento si mantiene costante: scèrta (per certa), Marcurèlio (per Marco Aurelio), e così via.

    Gli accenti acuti (suono chiuso) sono usati meno spesso, soprattutto per le "o": tra gli scarsi esempi sono (per adesso, ora, usato spessissimo), róppe (per rompere), córpo (per colpo), spósa (per "donna maritata, comare", che in romano si pronuncia con la "o" molto stretta).

    In alcuni casi, oltre ad indicare il corretto suono, gli accenti aiutano a non confondere il vocabolo scempiato con un'altro di grafia simile: vòi o vôi per vuoi lo rende riconoscibile da voi (pronome personale); pòi o pôi (per puoi) lo distingue da poi (avverbio), bòtte o bôtte (cioè colpi, percosse) da botte (barile).

    Anche sulla "i" compare, seppure di rado, l'accento circonflesso (î) per esprimere foneticamente il suono ij (corruzione romana di gli), come in fîo (per figlio), o mîa (per miglia), sebbene più spesso in questi vocaboli la seconda "j" abbia un suono forte: pertanto la "j" raddoppia e la grafia diventa fijjo, mijja. Da notare anche che mentre nella prima forma i vocaboli sono monosillabi, fijjo e mijja sono bisillabi, quindi a volte la scelta è anche dettata da esigenze metriche.

    Altre vocali accentate possono talora comparire solo per indicare la posizione dell'accento, come in annàcce (per andarci), ficcàsselo (per ficcarselo), trovàccese (per trovarcisi), e così via. Ma nella grande maggioranza dei casi le vocali sono semplici e la loro corretta pronuncia è lasciata all'esperienza del lettore.

    Infine, un discorso a parte merita la grafia dei verbi all'infinito, che in romanesco è tronca, per perdita dell'ultima sillaba -re: camminà (per camminare), poté (per potere), venì (per venire), e via dicendo. Belli scrive l'infinito dei verbi marcando l'ultima vocale tonica con un accento, proprio come in questi esempi, cioè come si fa con le parole ossitone ("città", "caffè", ecc.).
    Altri autori, soprattutto quelli più moderni, usano invece l'apostrofo: cammina', pote', veni', come se si trattasse di un'elisione.
    Altri ancora, tra cui Pascarella, addirittura usano sia l'accento che l'apostrofo: camminà', poté', venì'.
    In realtà non si può parlare di elisione, perché l'infinito del verbo rimane tronco anche quando non è seguito da altri suoni (come viene ripetuto nella pagina sui verbi), per cui semmai si tratterebbe di un'apocope, che non richiede alcun apostrofo, anche se quest'ultimo ricorda al lettore poco esperto l'avvenuta perdita di una sillaba rispetto all'italiano. con una romani non è indicata con un apostrofo (come sarebbe ortodosso, trattandosi di un'elisione), bensì con una vocale accentata. Per cui annà (per andare), giucà (per giocare), vedé (per vedere), tené (per tenere), finì (per finire), eccetera. Tale scelta, come si vedrà nel paragrafo RADDOPPIO DI CONSONANTI, ha un suo senso.

    2. GLI ARTICOLI

    QUADRO SINOTTICO DEGLI ARTICOLI


    il
    lo
    i
    gli
    la
    le
    un
    uno
    una

    er
    lo
    li
    l'
    la
    le
    un ('n)
    'no
    'na


    Un ulteriore cambiamento avviene quando gli articoli er e un sono seguiti da alcune consonanti (vedi tabella sottostante), che inducono il romano a non pronunciare la "r" o la "n" dell'articolo (elisione) e a raddoppiare la consonante successiva, tranne nel caso in cui questa sia "r", come dal seguente schema:

    SUONO
    ORIGINALE

    PRONUNCIA
    EFFETTIVA

    er l-
    e' ll-
    er lagoe' llago
    er r-
    e' r-
    er ree' re

    un l-
    u' ll-
    un limoneu' llimone
    un m-
    u' mm-
    un maschiou' mmaschio
    un n-
    u' nn-
    un nodou' nnodo
    un r-
    u' r-
    un ramou' ramo

    Stranamente, queste forme non si trovano nei sonetti di Belli. Al contrario, sono usate frequentemente nelle opere del suo epigono Giggi Zanazzo (1860-1911), il cui lessico è ritenuto il più simile a quello di Belli.
    Nel dialetto parlato questa regola fonetica è ancora comunemente applicata.



    DIALETTO MODERNO
    Tutti gli articoli che cominciano per "l" tendono a perderla (aferesi), specialmente nel linguaggio parlato:

    la sposa
    le strade
    lo straccio
    gli scogli
    CLASSICO
    la sposa
    le strade
    lo straccio
    li scoji





    MODERNO
    'a sposa
    'e strade
    'o straccio
    'i scoji
    Si noti che 'a, 'e, 'o, 'i hanno in pratica lo stesso suono di una vocale semplice, ma dal suono leggermente più lungo.

    Per questa ragione anche i sostantivi maschili plurali che in italiano prendono l'articolo i e in romanesco dovrebbero tradizionalmente prendere li, nel dialetto moderno rimangono invariati per la caduta della l:

    i santi
    i lampioni
    i ragazzi
    i cani
    CLASSICO
    li santi
    li lampioni
    li regazzi
    li cani





    MODERNO
    i santi
    i lampioni
    i regazzi
    i cani
    Tale cambio vale anche nella costruzione delle preposizioni composte (vedi sotto).




    3. LE PREPOSIZIONI
    In romano le preposizioni semplici restano simili a quelle italiane, con tre sole differenze: di che diventa de, con abbreviato in co e infine per abbreviato in pe. Si noti che le ultime due nell'ortografia di Belli sono scritte senza l'apostrofo, mentre molti degli autori successivi, interpretandola come un'elisione, le fanno seguire dall'apostrofo e scrivono: co' e pe'.

    di a da in con su per tra fra
    de a da in co su pe tra fra

    La tabella non tiene in considerazione l'eventuale raddoppio della prima consonante, o altre modificazioni di natura fonetica, eventualmente risultanti dall'uso delle preposizioni nel contesto della frase, quando cioè sono precedute da un altro vocabolo (ad esempio, pagà ppe ttutti).

    Invece le preposizioni composte divergono da quelle italiane in modo più evidente.

    Secondo lo schema generale, quando la preposizione composta è seguita da un vocabolo che comincia per consonante, quasi sempre si scinde nelle sue componenti di base, cioè preposizione semplice + articolo. Viceversa, quando è seguita da vocale (e quindi è elisa, con l'apostrofo), la preposizione rimane composta. Inoltre tutte le preposizioni composte che terminano per "l" (non apostrofata), quali del, al, dal, ecc. cambiano tale consonante con la r (vedi anche paragrafo successivo, CAMBIO DI L CON R).



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